67.

BONIFACIO IV, santo

dell'Abruzzo
Papa dal 25 agosto 608
all'8 maggio 615

L'elezione di Bonifacio IV, un prete nato nella Marsica, fu approvata dall'imperatore Foca dopo dieci mesi; la consacrazione si ebbe il 25 agosto del 608. Si trattò di un pontificato di quasi sette anni, funestato dalle ormai croniche carestie e pestilenze in una Roma che non mostrava più ritegno della propria decadenza. Eppure: segnala il Gregorovius, nel grigiore di quel tempo "riemerse, dall'oscurità in cui era stato sepolto per tanti secoli, uno dei più bei monumenti romani: il Pantheon di Agrippa" che pure sorgeva "in mezzo ad altri edifici marmorei irrimediabilmente danneggiati dall'inondazione del 590".
La piena del Tevere non aveva scosso le sue fondamenta: "L'imponente vestibolo... si ergeva intatto con le sue sedici colonne granitiche sormontate da capitelli corinzi di marmo bianco; le statue di Augusto e di Agrippa erano ancora in piedi nelle nicchie in cui Agrippa stesso le aveva fatte collocare: l'ingiuria del tempo non aveva ancora potuto spezzare le travi di bronzo dorato che formavano l'armatura del tetto e persino le tegole bronzee che coprivano l'atrio e la cupola splendevano intatte".
Il nuovo papa Bonifacio IV "guardava con desiderio quel capolavoro dell'architettura antica che sembrava possedere tutti i requisiti di una chiesa cristiana" e pregò l'imperatore Foca perché lo donasse alla comunità cristiana come pegno degli amichevoli rapporti tra Roma e Bisanzio. Foca non si fece pregare troppo; ci teneva a portare avanti l'opera già iniziata con Bonifacio III, di accattivarsi l'animo dei Romani, che peraltro gli furono subito riconoscenti.
"Per gli innumerevoli benefici del suo animo pio" nel 608 gli elevarono nel Foro romano una colonna davanti ai Rostri: "si sottrasse a qualche vecchio edificio una colonna di stile corinzio alta 78 palmi e la si installò su un grosso basamento di forma piramidale, a quattro gradini. Sull'alto capitello fu collocata una statua dell'imperatore in bronzo dorato". E così, commenta il Gregorovius, "l'ultimo monumento che Roma, nello spirito delle antiche tradizioni, innalzava tra le sue rovine, era la statua del tiranno Foca, testimonianza e simbolo dell'asservimento della città a Bisanzio".
Il Pantheon fu consacrato a chiesa cristiana l'anno dopo, il 13 maggio del 609, in onore di S. Maria ad Martyres. Il tempio di "tutti gli dei" era trasformato in chiesa di "tutti i martiri", tanto che Bonifacio IV avrebbe saccheggiato le catacombe romane fino a riempire ventotto carri di ossa di martiri che finirono sepolti sotto la Confessione del nuovo santuario.
La cerimonia della consacrazione fu delle più solenni: "le porte del Pantheon, contrassegnate con la croce, si spalancarono", come rievoca il Gregorovius sulla base delle cronache dell'epoca, "e nell'ampia sala risuonarono per la prima volta i canti dei preti cristiani che sfilavano in processione, mentre il papa aspergeva d'acqua santa le spoglie pareti marmoree, prive ormai di qualsiasi traccia di paganesimo. Alle note del Gloria, che la grande volta restituiva in echi sonori, la fantasia dei Romani vide alzarsi in volo schiere di demoni atterriti, che cercavano di uscire nell'aria libera attraverso l'apertura della cupola. Il loro numero era pari a quello delle divinità pagane che avevano abitato nel tempio, considerato fin d'allora dai Romani una vera e propria sede infernale".
E secondo la fantasia popolare, l'apertura inizialmente non esisteva nella cupola; venne provocata appunto dalle corna di un grosso diavolo uscito dal corpo di un indemoniato. Ma la leggenda aveva una variante ricordata dal Belli nel suo sonetto intitolato La Ritonna:
Sta chiesa è ttanta antica, gente mie, 
Che ce l'ha ttrova er nonno de mi' nonna. 
Peccato abbi d'avè ste porcherie
Da nun essece bianca una colonna!

Prima era acconzagrata a la Madonna 
E ce sta scritto in delle lettanie.
Ma doppo s'è chiamata la Ritonna, 
Pe certe storie che nun zò bucie.

Fu un miracolo, fu; perché una vorta 
Nun c'ereno finestre, e in conclusione
le dava lume er bucio de la porta.

Ma un Papa santo, che ciannò in priggione,
Fece una croce; e ssubbito a la vorta
Se spalancò da sé quell'occhialone.

Èr miracolo è mone
Ch'er muro, co quer buggero de vòto,
Se ne frega de sé e der terremoto.

Ma francamente non è facile stabilire a quale "papa santo" il nostro poeta, ovvero la tradizione, si riferisse.
Peraltro il pontificato di Bonifacio IV non registra ulteriori fatti particolarmente notevoli e comunque le notizie sono tutte piuttosto incomplete. Morì 1'8 maggio del 615 e fu sepolto in S. Pietro.