S. Eustachio
Rione S. Eustachio, piazza di S. Eustachio

La fondazione della chiesa di S. Eustachio (detta in passato in platana per la presenza di un albero nelle vicinanze) risale all'Alto Medioevo, epoca in cui doveva essere di notevole importanza se l'Itinerario di Einsiedlen (secolo VIII) chiama la contrada in cui sorge la chiesa Thermae Alexandrinae et sancti Eustachi. Purtroppo, le notizie riguardanti il tempio primitivo sono assai scarse; l'archivio della chiesa, infatti, è andato interamente distrutto in seguito all'inondazione del Tevere del 1598.
Le prime notizie che documentano l'esistenza presso la chiesa di una diaconia, cioè di una istituzione caritatevole dedita all'assistenza dei poveri, risalgono al tempo di Gregorio II (715-731). All'epoca del pontificato di Stefano II (752-757), si ha notizia di uno xenodochium, cioè di un ospedale, annesso alla diaconia. Leone III nel 795 donò alla diaconia di S. Eustachio una vestem de fundato e una coronam argenteam pensantem libras VI, uncias V.
Il papa Gregorio IV nell'827 in basilica beati Eustachi offrì unam vestem de fondato. Nel X secolo S. Eustachio era una collegiata, come risulta da un placito del 958 provocato dai preti di s. Eustachio contro l'abate di Farfa da loro citato in giudizio a Roma, i quali pretendevano la restituzione di due limitrofe chiesuole pertinenti a Farfa.
Per la grande devozione che la nobiltà romana ebbe verso Eustachio, la famiglia dei Conti di Tusculo prese anche il nome di Conti di S. Eustachio, creandosi una finta genealogia con la quale a capo dello stemma gentilizio del santo martire si poneva addirittura imperatore Ottaviano.
Di particolare importanza è una lapide, attualmente collocata sopra la porta che immette nella sacrestia, da cui si apprende che la chiesa fu restaurata, abbellita ed infine riconsacrata da Celestino III nel 1196, in segno di riconoscenza per aver riconquistato alla Chiesa il Tuscolano occupato da Enrico VI.
L'edificio fu interamente restaurato nel Settecento e della struttura medioevale (descritta dalle fonti divisa in tre navate con un pavimento cosmatesco e un imponente altare maggiore) non resta nulla, tranne il campanile romanico, risalente alla campagna di lavori promossa da Celestino III. Nell'antico ciborio si leggeva la seguente epigrafe (oggi perduta): Ottonellus hoc opus fieri iussit cum Maria sua coniuge in redemptionem animarum suarum. Si è voluto identificare questo Ottonellus con il figlio di Ramone conte di Tusculo.