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STEFANO II (o III?)

Romano
Papa dal 26 marzo 752
al 26 aprile 757

Dopo di lui, per il diritto canonico, ai papi dovrà essere imposto un nome diverso dal nome proprio a "significare" la diversità tra l'esistenza temporale ed i poteri derivati da Dio

Come successore di Zaccaria era stato eletto un presbitero di nome Stefano, che morì però ancor prima di esser consacrato e per questo non figura nell'elenco dei papi, sebbene citato nel liber pontificalis.
In una nuova elezione, due giorni dopo, fu scelto un omonimo diacono romano (o che forse si chiamò Stefano in onore del primo), e fu Stefano II, consacrato il 26 marzo del 752.

Il re longobardo Astolfo, padrone ormai dell'esarcato, era deciso alla conquista del resto d'Italia e aveva iniziato la sua marcia verso il sud per impadronirsi di Roma; un'ambasceria del papa con a capo suo fratello, il diacono Paolo, riuscì a fermare l'avanzata nel giugno ottenendo il rinnovamento di una tregua ventennale già concessa da Liutprando al ducato pontificio. Ma dopo un po' Astolfo si pentì della concessione e pretese il pagamento di un tributo annuo. A nulla valse una seconda ambasceria condotta dagli abati di Montecassino e S. Vincenzo al Volturno; non furono nemmeno ricevuti.

Nel frattempo si faceva vivo da Bisanzio il nuovo imperatore, Costantino V, con alcuni messaggi nei quali richiedeva la restituzione dei territori occupati dai Longobardi; Stefano inoltrò il messo imperiale ad Astolfo, accompagnato ancora da suo fratello Paolo, ma pure questa ambasceria non ebbe alcun esito. Astolfo chiedeva a questo punto la resa a discrezione di Roma e minacciava il massacro degli abitanti di fronte ad un'opposizione militare. Con questo andirivieni di ambascerie, tra le quali va segnalata anche una del papa all'imperatore con richiesta di aiuti militari, l'ultima del genere e destinata come le precedenti a cadere nel nulla, la situazione si faceva sempre più drammatica; si riducevano i tempi di una risoluzione pacifica di fronte alla ferma posizione di Astolfo, ma questo traccheggio era voluto ad arte. Era il 753; Stefano II aveva il suo asso nella manica, ma la carta andava giocata a tempo e luogo con tutte le predisposizioni del caso. Temporeggiare con Astolfo faceva già parte del gioco.
Altro elemento su cui puntava era il popolo, diffondendo uno stato d'allarme, giustificatissimo certo, ma con tutto il contorno che la migliore tradizione richiedeva, ossia una bella predica alla maniera di Gregorio Magno a sottolineare il pericolo che correvano i luoghi santi della città, e una processione lungo le strade dietro un'enorme croce alla quale era stato affisso il documento con cui lo spergiuro Astolfo si era impegnato a mantenere la pace. Tutto questo per inculcare nei cittadini un clima di profonda emozione necessario a fargli mandar giù, una volta che la cosa fosse andata in porto, il boccone amaro di un patricius straniero, di provata fede cristiana, ma anche di potente forza militare capace di difenderli; chi se non il re franco Pipino? Di qui l'invio agli inizi del 753 al sovrano, in gran segreto, tramite un pellegrino che da Roma tornava nella sua patria franca, di uno scritto, purtroppo andato perduto, nel quale il papa chiedeva un colloquio privato con lui. Ma nel frattempo in tutti questi diplomatici preparativi all'incontro, la cancelleria pontificia non stava con le mani in mano; Stefano II voleva presentarsi a Pipino con una precisa richiesta di aiuto militare contro Astolfo, ma non per la ricostituzione di un Esarcato in Italia, ovvero di un fatiscente potere bizantino dal quale il papato non aveva finora raccolto altro che beghe religiose e oppressioni militari. Il papa avrebbe preteso quelle terre occupate da Astolfo come proprietà di S. Pietro perché così attestava un antico documento imperiale, il Constitutum Constantini.

Com'è noto, questo documento è un falso e merito di averne riconosciuto per primi l'inautenticità va a Nicola Cusano e Lorenzo Valla; circa la sua redazione sono d'accordo con il Seppelt che "il luogo di creazione è da ricercare a Roma" e che il periodo di stesura fu appunto "l'epoca anteriore al viaggio papale nel regno dei Franchi". Il documento si presenta come un editto dell'imperatore Costantino diretto a papa Silvestro e ai suoi successori; in esso, dopo il resoconto della malattia di Costantino, alla quale si è fatto cenno nella biografia di S. Silvestro I, con la guarigione dell'imperatore ad opera del papa, si precisa che Costantino decise di conferire al rappresentante di Cristo il "potere", indicato come principatus potestas, e di elevare la sede di S. Pietro al di sopra del trono terreno conferendogli dignità e onore imperiale.
La Chiesa vi è riconosciuta come uno Stato religioso a sé stante il cui sovrano è Cristo, suo fondatore, imperatore celeste, rappresentato in terra dal papa che ha le stesse funzioni dell'imperatore terreno. Quindi la corona imperiale apparteneva al papa, che tuttavia non aveva desiderato cingerla, permettendone l'uso a Costantino: di qui numerosi regali territoriali fatti dall'imperatore, che dovevano dar corpo allo Stato della Chiesa; il palazzo del Laterano, con tutti i distintivi della dignità imperiale, e la potestas sulla città di Roma, le province d'Italia e l'intero Occidente. Questo perché Costantino riserbava per sé l'Oriente con capitale Bisanzio, dove si spostava con il consenso papale, non ritenendo giusto che un imperatore terreno esercitasse la sua potestas nella stessa sede propria dell'imperatore celeste. Infine la nomina del patricius Romanorum, cioè del difensore militare di quei territori, era di pertinenza del papa. Questo falso documento doveva costituire la base giuridica, per le rivendicazioni che Stefano II intendeva presentare a Pipino in occasione del viaggio, reclamando un "diritto" acquisito dal rappresentante di Cristo in terra.
Nell'estate del 753 arrivava la risposta di Pipino, tramite l'abate Drottedango da Gorizia; si diceva ben disposto al colloquio per esaudire quanto fosse nei desideri del papa. Poco tempo dopo anzi inviò a Roma il duca Autari e il vescovo di Metz, Crodegango, perché facessero da scorta e compagnia a Stefano II durante il viaggio.
Il 14 ottobre del 753 il papa partì da Roma, ma ritenne opportuno passare prima per Pavia, facendosi latore delle ennesime richieste fattegli pervenire dall'imperatore Costantino V, perché fungesse da intermediario presso Astolfo per la restituzione dei territori bizantini. Stefano II, sapeva benissimo che la richiesta era del tutto inutile e poi non era minimamente interessato a caldeggiare una cosa per ottenere la quale si era messo a fare carte false.
Il passaggio per Pavia aveva lo scopo di mascherare agli occhi di Bisanzio i suoi veri intendimenti; d'altronde Astolfo non osò contrastargli il proseguimento del viaggio. Le motivazioni ufficiali nascevano da problemi di politica interna di Pipino, per risolvere i quali il papa prestava la sua opera di carità, e quindi Astolfo non poteva certo opporsi, considerando che egli era anche alleato dei Franchi. Ufficialmente Stefano II andava in Francia per consacrare solennemente Pipino una seconda volta; era necessario mettere a tacere i risentimenti di alcuni strati del popolo franco che ancora vedevano in Pipino un usurpatore. Il pontefice avrebbe reso santamente ufficiale ogni cosa.
Il 15 novembre del 753 il papa lasciò Pavia e fu accolto alla frontiera dagli ambasciatori del re, Folrado, abate di St. Denis, e il duca Rotardo; gli venne poi incontro il principe Carlo. L'incontro infine tra Pipino e Stefano avvenne il 6 gennaio del 754 nel castello reale di Ponthion, a sud di Châlons-sur-Marne; il re gli andò incontro, prosternandosi e rendendo al papa il servizio di palafreniere previsto dal cerimoniale di corte bizantino. Ed ebbero inizio i colloqui. A Ponthion il papa, Constitutum Constantini in mano, chiese aiuto a Pipino per rientrare in possesso dei territori di S. Pietro, impegnandolo alla difesa della Chiesa; il re fece solenne giuramento. Ma, come osserva il Seppelt, "l'effettivo contraente di Pipino è S. Pietro, che è da considerare come un'unica entità con il suo successore e rappresentante. Era quindi proprio il principe degli apostoli, il Portière del Cielo che aveva investito Pipino perché difendesse le sue prerogative personali ed i privilegi della sua Chiesa".
L'impegno preso da Pipino non era cosa da poco, principalmente perché significava rompere l'alleanza con i Longobardi; contro eventuali rivalse bizantine, avrebbe fatto testo il Constitutum Constantini. Comunque il re dovette sottoporre la propria decisione ai nobili dei Franchi: Stefano II prese residenza nell'abbazia di Sto Denis ed attese gli eventi. Pipino svolse le trattative in due incontri: a marzo a Berny Rivière-sur-Aisne e ad aprile a Quierzy, e qui si decise il tutto.
In verità Astolfo, che aveva cominciato a subodorare qualcosa, aveva convinto il fratello di Pipino che si era fatto monaco, Carlomanno, a recarsi dal re franco come suo ambasciatore per ricordargli di rispettare l'alleanza con i Longobardi. Ci rimise il povero monaco che fu fatto arrestare dal papa per aver abusivamente lasciato il convento e finì i suoi giorni nel monastero-prigione di Vienne.
Il trattato di Quierzy fu redatto in un documento ufficiale chiamato Promissio Carisiaca ovvero "Promessa di donazione di Pipino" che purtroppo è andata perduta. In ogni caso si può intuire che essa, oltre a confermare la promessa di protezione di Ponthion con la difesa della Chiesa di Roma, elencasse con precisione i territori che avrebbero goduto di questa protezione. Stando al Liber pontificalis, nella biografia relativa al papa Adriano I, Pipino avrebbe fatto dono a S. Pietro della "Corsica e delle città e terre poste a sud di una linea che va da Luni a Parma, a Reggio, a Mantova ed a Monselice, comprendendo la Tuscia longobarda e l'Esarcato di Ravenna, e oltre a ciò la Venezia e l'Istria, ed i ducati di Spoleto e Benevento". Bisogna dire che questo vastissimo territorio non appartenne mai in tutta la sua estensione allo Stato pontificio, anche se, come nota il Caspar, costituì ugualmente la "sfera d'interessi della Curia". In realtà il trattato di Quierzy aveva sostanzialmente deciso la conquista da parte dei Franchi del regno longobardo, con la consegna a S. Pietro dei patrimoni sottratti alla Chiesa di Roma e di quelli già appartenenti all'imperatore, cioè l'Esarcato e la Pentapoli. Il trattato ebbe la consacrazione ufficiale il 28 giugno del 754 a St. Denis; Stefano II procedette alla solenne "unzione" di Pipino, di sua moglie Bertrada e dei due figli Carlo e Carlomanno. Pipino era riconosciuto "re per grazia di Dio"; il crisma della grazia divina dava un carisma al "sangue", santificato dalla pronuncia di scomunica nei confronti di chiunque avesse tentato temerariamente di eleggere un re appartenente ad una stirpe diversa da quella carolingia. Inoltre il papa conferì a Pipino e ai suoi figli la dignità di patricius Romanorum, titolo che santificava la promessa di Ponthion. A questo punto si doveva passare all'azione nei confronti dei Longobardi; Pipino cercò in verità di risolvere la questione pacificamente, invitando in tre successive ambascerie Astolfo a riconsegnare i territori occupati; visto vano ogni tentativo, nell'agosto del 754 Pipino partì per l'Italia accompagnato dal papa. Oltrepassati i valichi alpini, lo scontro avvenne a Susa e Astolfo, sconfitto, si rinchiuse a Pavia chiedendo di trattare la pace.
Astolfo promise sotto giuramento la restituzione dell'Esarcato e della Pentapoli ai "Romani", nonché dei territori pontifici occupati; Pipino scortò il papa fino a Roma e se ne tornò nelle sue terre, convinto di aver assolto il proprio compito. Invece Astolfo non mantenne fede al giuramento fatto e mise subito in atto una nuova invasione del ducato romano. Stefano II inviò una lettera molto seccata a Pipino, a nome di S. Pietro, accusandolo di aver lasciato Roma indifesa, esprimendo il timore di essere stato ingannato e dando infine a Pipino dell'ingenuo nell'aver prestato fede alle promesse di Astolfo. E si lamentava inoltre di aver sostenuto un viaggio pericoloso per andare a consacrare di persona un re così poco riconoscente; concludeva rammentandogli che nel giorno del giudizio avrebbe dovuto render conto a Dio e a S. Pietro di esser venuto meno alla promessa fatta.
Intanto Astolfo avanzava con tutte le forze militari a sua disposizione; sembrava che volesse conquistare non solo Roma, ma l'Italia intera. L'1 giugno del 756 i Longobardi procedevano verso la città da tre direzioni; dalle vie Salaria, Latina e Trionfale. La campagna circostante era spietatamente saccheggiata; l'assedio durava da 56 giorni e Pipino non si faceva vivo. Stefano gli inviò l'abate Vernerio, rinnovandogli in altre lettere la disperata situazione di Roma. Il tono era ancora più infuocato e il papa diceva di essere ispirato direttamente da S. Pietro in queste sue rimostranze. Concludeva con minacce di scomunica: "Se poi, ma noi non lo crediamo, vi renderete colpevoli di indugi o addurrete pretesti, e non obbedirete con sollecitudine al nostro ammonimento di liberare questa città, il popolo che vi dimora, la Chiesa apostolica consegnataci da Dio e il suo sommo sacerdote, sappiate che per volere della Santissima Trinità, in virtù della grazia dell'apostolato concessaci da nostro Signore, sarete privati, per aver disobbedito alle nostre intimazioni, del regno di Dio e della vita eterna".
Il rischio era grosso: Pipino si decise a tornare in Italia. La sola notizia che i Franchi stavano arrivando convinse Astolfo a togliere l'assedio a Roma e risalire al nord per respingere il nemico alla frontiera; ma non ce la fece ad affrontarli, depose le armi arrendendosi a discrezione. Gli fu concessa soltanto la proprietà di Pavia; tutto il resto fu consegnato al papa. È da sottolineare che nel frattempo si erano presentati a Roma tre legati dell'imperatore Costantino V che, ignorando il trattato di Quierzy e ancor più il Constitutum Constantini, ingenuamente inoltrarono a Pipino la richiesta da parte del loro sovrano di rientrare in possesso dei territori bizantini da lui riconquistati. Pipino lasciò a bocca aperta quei messaggeri, rispondendo con tutta franchezza che egli aveva compiuto due spedizioni in Italia alla riconquista di quei territori per amore di S. Pietro, al quale appartenevano, e per la salvezza della propria anima; precisò che non sarebbero stati sufficienti tutti i tesori del mondo per indurlo a tradire la parola data a S. Pietro e ribadì la sua intenzione di consegnare tutti i territori al papa.
Di quali territori si trattava? Oltre a quelli dell'Esarcato, il Liber pontificalis li elenca per città in un numero più modesto di quello stabilito presumibilmente a Quierzy. S. Pietro diventava possessore di Ravenna, Rimini, Pesaro, Cesena, Cattolica, Fano, Senigallia, Jesi, Forlimpopoli, Forlì, Castrocaro, Montefeltro, Arcena, Monte di Lucaro, Serra dei Conti, Castello di S. Marino, Sarsina, Urbino, Cagli, Canziano, Gubbio, Comacchio, Narni, Roma e il territorio circostante, cioè la Campagna. E questa volta non ci fu possibilità per Astolfo di venir meno agli impegni; ogni territorio fu affidato al plenipotenziario di Pipino, l'abate Fulredo, con le chiavi delle città e la consegna di ostaggi. Le chiavi vennero deposte insieme al nuovo documento di donazione di Pipino sulla Confessione di S. Pietro e il tutto diventò proprietà eterna del rappresentante dell'apostolo e di tutti i suoi successori. Era l'estate del 756: lo Stato pontificio aveva inizio.
Poco tempo dopo moriva Astolfo e Stefano II lo comunicò a Pipino in una lettera veramente indegna di un papa, per il tono ignobile con cui si scagliava contro un morto. Quel "tiranno, seguace del diavolo, che volle succhiare il sangue dei cristiani e devastare le chiese di Dio", scriveva tra l'altro, "è stato trafitto dal pugnale divino e precipitato nella voragine dell'inferno".
Nuovo re longobardo fu eletto il 7 marzo del 757 Desiderio, duca di Tuscia, che, visti i tempi che correvano, ritenne opportuno farsi amico il pontefice; e così gli regalò alcune città ancora longobarde come Bologna, Imola, Osimo, Ancona, Faenza e Ferrara. Stefano II accettò di buon grado; l'ex re longobardo Ratchis, uscito di convento per reclamare i suoi diritti al trono del fratello morto, terrorizzato dalle minacce di scomunica, pensò bene di rimettersi il saio. Stefano II aveva finito col farsi temere dai sovrani; il tono sempre più infuocato delle sue lettere lo testimonia: di qui il comportamento di persone come Desiderio e Ratchis.

Comunque, politica a parte, questo papa riuscì a pensare anche a qualcosa di religioso nel campo edilizio. Restaurò la basilica di S. Lorenzo e presso l'atrio di S. Pietro elevò un campanile che fece ricoprire d'oro e d'argento. Costruì inoltre presso la basilica del principe degli apostoli la cappella di Santa Petronilla, ritenuta figlia del pescatore di Galilea, e il santuario fu elevato in onore di Pipino, figlio adottivo di S. Pietro. Da questo punto di vista anche l'opera edilizia sfociò nella politica. Infine fondò un numero rilevante di locande per pellegrini; e qui religione e turismo andarono a braccetto per una fiorente economia del novello Stato pontificio. Stefano II morì, al culmine della sua potenza politica, il 26 aprile del 757 e fu sepolto in S. Pietro.