91.

ZACCARIA, santo

della Calabria
Papa dal 10 dicembre 741
al 22 marzo 752

Strappò ai Longobardi il regno della Chiesa

Zaccaria, un greco, ovvero un calabrese, essendo nato a Santa Severina, fu eletto papa pochi giorni dopo la morte di Gregorio III; benedettino, era diventato cardinale diacono sotto il suo predecessore. Per la prima volta non si aspettò la conferma dell'esarca e la consacrazione avvenne il l0 dicembre del 741.
L'Italia in quel tempo era ancora sottoposta alle continue scorrerie del re Liutprando, già evidenziatesi con Gregorio II e III; allo stato attuale, suo fine era la riconquista del ducato di Spoleto e una punizione nei confronti di Roma, perché il papa aveva protetto Trasamondo.
Zaccaria si trovava isolato; dai Franchi c'era poco da sperare per il momento. Morto Carlo Martello, i suoi figli Carlomanno e Pipino il Breve si erano divisi l'incarico di "maestri di palazzo" nelle varie regioni del regno, ma erano spesso in contrasto tra loro, anche se l'autorità di Pipino sembrava più sicura, visto che era riuscito ad imporre come re "fannullone" un suo preferito, Childerico III. In ogni caso i due non avevano tempo per pensare al papa.
Il nuovo imperatore Artabardo non mostrava più interessi per i territori bizantini in Italia e tanto meno aveva in mente di aiutare un papa che neanche aveva atteso la sua approvazione per essere consacrato.
Al pontefice non restava che avviare trattative con Liutprando. Zaccaria voleva rientrare in possesso dei quattro castelli della Campagna romana; il re promise la restituzione a condizione di un'azione comune dell'esercito romano, ormai agli ordini del papa e non più dell'esarca, e delle sue truppe contro Trasamondo, duca di Spoleto.
Zaccaria accettò, venendo meno ad un impegno preso con Trasamondo da parte del suo predecessore; lo sacrificò senza esitazioni per gli interessi della Chiesa. E il duca, abbandonato, ebbe salva la vita da Liutprando a condizione che si facesse monaco; e così avvenne.
Liutprando conquistò anche Benevento e se ne tornò nella Tuscia senza restituire i famosi castelli al papa. Zaccaria allora nella primavera del 742 partì da Roma per andare a richiedere quanto promessogli; l'incontro tra i due avvenne a Temi, nella basilica di S. Valentino, e Zaccaria la spuntò.
Non solo riebbe Orte, Ameria, Bomarzo e Blera, consegnate, secondo il documento ufficiale, non all'imperatore bensì al papa, ma ottenne anche altre donazioni: la Sabina e i territori di Narni, Osimo, Ancona, Numana e Valle Magna, proprietà longobarde. Il ducato romano si estendeva; il duca-papa a suggello della riconciliazione, nel mezzo di un banchetto ufficiale, stipulò con i Longobardi una pace ventennale. A quanto pare, Zaccaria era di una eloquenza affascinante, e stranamente grande l'arrendevolezza di Liutprando; così che, ironizza il Gregorovius, "ogni boccone che Liutprando consumò al desco del papa gli costò un pezzo di terra conquistata; eppure, levandosi da tavola, il vecchio re disse sorridendo affabilmente di non ricordare d'aver mai gustato un pranzo così delizioso".
Il papa ormai era pienamente convinto di aver trovato un regno su questa terra; ora bisognava salvaguardarlo e farsi rispettare. Liutprando gli offrì l'occasione per una prova opportuna. Pochi mesi dopo quel famoso pranzo, il re longobardo pensò di rifarsi, per tutte le varie donazioni, sulla Pentapoli, conquistandola e ponendo sotto assedio Ravenna. L'esarca Eutichio chiese la mediazione del papa, che di nuovo lasciò Roma, affidandone l'amministrazione al patrizio Stefano, per rincontrarsi con Liutprando.
Questa volta dovette raggiungerlo a Pavia, il 28 giugno, e il re di nuovo si arrese alle arti oratorie del pontefice, restituendo tutto all'esarca e togliendo l'assedio. Probabilmente Liutprando era proprio arrivato al limite delle sue capacità autoritarie un tempo così funzionanti, si era chiaramente spento, non reagiva più; e infatti morì nel 744.
Il trono longobardo passò a Ratchis, duca del Friuli, che confermò la tregua ventennale concessa da Liutprando; ma questo re era molto remissivo e si rese conto che la politica e la guerra non facevano per lui. Nel 749 si fece monaco a Montecassino.
Re dei Longobardi divenne suo fratello Astolfo, decisamente più energico, tanto che rimise in atto il progetto di conquista della Pentapoli; occupò Comacchio e Ferrara e nel 751 anche Ravenna. Zaccaria nemmeno ci pensò a fare un "discorsetto" al nuovo re; capì che non era aria, accettò la caduta dell'Esarcato e si preoccupò invece del fatto che da Ravenna a Roma ormai era aperta la via per un assalto longobardo al suo ducato.

Bisognava riprovare con i Franchi, dove ormai Pipino il Breve amministrava da solo il regno con segrete aspirazioni al trono. Nel 747 infatti, due anni prima del longobardo Ratchis, anche Carlomanno si era sentito chiamato da Dio; andato a Roma, aveva ricevuto il saio di monaco e si era ritirato prima sul Monte Soratte, costruendo un monastero, e poi a Montecassino.
Ragionare e "chiacchierare" con due, il re e il suo ministro, sarebbe stato però estremamente difficile anche per Zaccaria. Ma la Divina Provvidenza gli aveva dato una mano e di lì a poco gliele avrebbe date tutte e due, di fronte all'angoscioso dubbio che assaliva il "maestro di palazzo" Pipino se potesse o no venir meno al giuramento di fedeltà fatto al suo re Childerico III, detronizzarlo e diventare egli stesso sovrano dando inizio ad una nuova dinastia. Pipino decise nel 751 di affidare la questione ad un concilio e inviò a Roma Burcardo, il vescovo di Virzburg, e Folredo, abate di S. Dionigi, per chiedere al papa, la cui autorità morale e religiosa era riconosciuta in modo incontestabile, se fosse possibile l'annullamento del sacro giuramento fatto ad un re che in effetti - tennero a precisare gli ambasciatori - era senza potere. In tal modo oltretutto si sarebbe andati incontro ai desideri del popolo franco, che si sentiva sbandato senza l'autorità di un vero re.
I punti salienti dei discorsi degli ambasciatori sembravano fatti apposta per suggerire una risposta a Zaccaria, il quale del resto non aveva bisogno di suggerimenti; Ravenna era caduta, l'imperatore pensava alle sue cose in Oriente, il fiatone di Astolfo arrivava alle mura di Roma. Al papa occorreva con urgenza un aiuto militare per difendere il suo ducato e Pipino non si sarebbe certo tirato indietro per ripagare un favore così grande come quello che Zaccaria si accingeva a fare. E lo fece.
Zaccaria dichiarò, secondo quanto riportano gli Annales Francorum, "che era preferibile che il titolo regale fosse in possesso di colui che disponeva effettivamente del potere, e non di colui che era rimasto senza potere"; il papa concludeva la sua risposta ordinando appunto che Pipino fosse incoronato re.
Nasceva allora nel papato, come osserva il Saba, "la coscienza di un'alta autorità che poteva confermare un re, voluto dalle necessità di tutto un popolo", così che i papi "affermeranno in seguito, a costo di gravi lotte, il diritto di intervenire nel conferire o togliere le corone".

Maturava in questo modo il concetto dell'unzione di un re ricalcato sulla Bibbia; l'incoronazione di un re diventava una consacrazione divina, per cui chiunque fosse stato eletto re lo sarebbe stato, come verrà poi dichiarato qualche anno dopo, "per grazia di Dio". Era l'inizio di una politica monarchico-clericale in senso cristiano.
E mi pare francamente troppo bonario il giudizio che Walter Ullmann dà di tutta la questione, quando afferma che "per valutare adeguatamente l'iniziativa papale è necessario lasciare da parte le più rigorose norme morali del XX secolo e giudicare secondo le concezioni della metà dell'VIII secolo, per cui non era da biasimarsi il tipo di sanzione offerto senza difficoltà dal papato".
La verità è che Zaccaria rispondendo in quel modo non parlava da uomo di Chiesa; dichiarava nullo un sacro giuramento per motivi strettamente politici che avrebbero assicurato al papato la protezione militare del proprio ducato. E così Childerico III finì, secondo la moda, in un monastero e Pipino il Breve venne incoronato sui campi di Soissons dal vescovo Bonifacio tra il settembre del 751 e il febbraio del 752.

Zaccaria morì poco dopo aver compiuto il suo capolavoro, il 22 marzo del 752, e fu sepolto in S. Pietro.
(da C. Rendina)

Durante il suo pontificato papa Zaccaria era anche riuscito a tradurre in greco quasi tutto l'epistolario e i dialoghi di San Gregorio Magno.