89.

GREGORIO II, santo

Romano
Papa dal 19 maggio 715
all'11 febbraio 731

A Costantino successe un romano, Gregorio II; già suddiacono e bibliotecario pontificio, aveva accompagnato il suo predecessore come consigliere nel viaggio a Costantinopoli ove si era discussa la questione del riconoscimento del concilio Trullano. Fu consacrato papa il 19 maggio del 715, quando Anastasio II era imperatore già da due anni e Liutprando regnava sui Longobardi. Suo primo desiderio fu quello di proseguire il progetto di Sisinnio di restaurare le mura di Roma, ma non andò più in là del tratto nei pressi di porta S. Lorenzo, perché la città ebbe grossi problemi per "una spaventosa inondazione del Tevere che durò otto giorni e per calmarla il papa ordinò processioni quotidiane", come nota il Liber pontificalis; essa arrecò danni fino alla zona del campo Marzio.

Scarse le notizie sui primi anni di questo pontificato, ma si è certi che la giurisdizione ecclesiastica della sede di Roma arrivava fino all'Italia meridionale. Infatti quando nel 717 il duca longobardo di Benevento, Romoaldo II, s'impadronì di Cuma, il papa pregò il dux napoletano Giovanni di riconquistare il castello; la sua operazione militare si concluse felicemente e Gregorio II lo ricompensò con 70 libbre d'oro.
A Bisanzio intanto Anastasio II era stato detronizzato da Teodoro, a sua volta eliminato dal generale Leone Isaurico che salì al trono il 25 marzo del 717, notificando al papa la sua ortodossa professione di fede. Apparentemente i rapporti tra Roma e l'imperatore erano buoni.

A questi anni pare risalga la ricostruzione del famoso monastero di Montecassino. Secondo quanto ci racconta Paolo Diacono, "il bresciano Petronace, infiammato dà divino ardore, si recò a Roma, e poi per esortazione del pontefice Gregorio andò al monte di Cassino: là, presso i sacri resti di san Benedetto, trovò alcuni uomini di umile condizione che vi abitavano già da tempo e decise di fermarsi; ed essi lo elessero capo. In breve, con l'aiuto della divina misericordia e grazie ai meriti di san Benedetto, quando ormai erano trascorsi circa centodieci anni dal giorno in cui il luogo era stato abbandonato", perché distrutto appunto dai Longobardi tra il 581 e il 589 ai tempi di Pelagio II, "egli divenne padre di molti monaci, che accorrevano a lui dalla classe dei nobili e dal ceto medio. Così, riparate le piccole celle, si riprese a vivere sotto il giogo della sacra Regola e delle istituzioni di san Benedetto".

Gregorio II non era però soltanto interessato ai problemi della comunità cristiana d'Italia; aveva in animo di proseguire l'opera missionaria nei paesi del nord Europa.
Nel 716 era venuto a Roma il duca bavarese Teodo e aveva trattato con il papa sulla giurisdizione ecclesiastica delle proprie terre e sulla nomina dei vescovi germanici. Si arrivò ad una pianificazione vera e propria, ma purtroppo la morte prematura di Teodo mandò temporaReamente a monte la cosa.
L'opera missionaria in Germania era comunque molto disunita; andava avanti per tentativi, come quello operato presso i Frisoni, complicato dal fatto che questo popolo odiava per partito preso il cristianesimo, essendo la religione dei loro mortali nemici, i Franchi. Occorreva un'opera più costante e organizzata sotto un'unica direzione. Votato a quest'opera missionaria si sentì investito il monaco anglosassone Winfrith.
Venuto a Roma ad onorare la tomba di San Pietro, che esercitava una forza d'attrazione notevole sui nuovi credenti, fu esaminato a fondo dal papa nella genuinità delle sue intenzioni e, gradatamente, finì per ottenerne la fiducia. Il 15 maggio del 719 uno scritto papale conferiva ufficialmente a Winfrith, da allora ribattezzato Bonifacio, l'incarico della conversione dei Germani; non veniva definito con chiarezza il territorio della missione, lasciando a Bonifacio ampio spazio nei suoi movimenti, con l'autorizzazione d'impartire il battesimo secondo il rito romano, ma con l'obbligo di relazionare costantemente Roma su tutta la sua attività missionaria.
Bonifacio operò prima in Turingia e poi in Assia, raccogliendo numerosi frutti di conversione, tali che il suo apostolato si coprì di eroismo e molto di leggenda. Nel 723 Gregorio II lo nominò vescovo.

Tutta questa fiorente attività apostolica in Occidente, che caratterizza il pontificato di Gregorio II, appare offuscata però dai rapporti con l'Oriente.
L'imperatore Leone III, uomo di grande energia, nei primi anni del suo lungo regno, che si protrasse dal 717 al 741, si dedicò alla guerra contro gli Arabi, riuscendo a respingerli dalle mura di Costantinopoli, e quindi ad una riorganizzazione interna dell'impero mediante una vasta attività legislativa. Per mettere in ordine le dissestate finanze furono aumentate le imposte, estendendo le disposizioni anche ai territori bizantini in Italia, in modo che simili decreti vennero a colpire direttamente la Chiesa nelle sue ricche proprietà fondiarie. Gregorio II si rifiutò di pagare un aumento delle tasse piuttosto eccessivo, considerando che in precedenza gli imperatori d'Oriente avevano sempre concesso al papa sensibili riduzioni.
Ma la questione delle tasse era solo l'inizio di un più serio attrito; infatti, quando Leone III cominciò ad allargare anche la sua politica agli interessi religiosi in una linea cesaropapista, come tanti suoi predecessori, l'impero precipitò in nuovi disordini e la tensione tra Roma e Bisanzio arrivò al culmine.
L'imperatore, convinto com'era che fosse necessario per la saldezza dello Stato un'uniformità di fede e una parità delle fedi, investitosi allo stesso tempo di "imperatore e gran sacerdote", ordinò agli ebrei di convertirsi al cristianesimo. Ma, a quanto pare, un ostacolo insormontabile alla conversione era costituito dalla venerazione cristiana delle sacre immagini, che dagli ebrei era considerata un'idolatria.
D'altronde, come nota giustamente il Seppelt, "la venerazione delle immagini, favorita dal monachesimo influente, che vi era interessato anche economicamente, poiché esercitava la fabbricazione delle sacre immagini, godeva di una grande simpatia in larghi strati della popolazione. Ma questa popolarità del culto delle immagini provocò diverse esagerazioni ed anormalità. Gli abusi fecero sorgere delle correnti contrarie, appoggiate dalle sette esistenti, specialmente nell'Oriente del regno, come quelle dei montanisti e dei pauliciani. Questi avversari delle sacre immagini che potevano richiamarsi al divieto delle immagini dell'Antico Testamento ed al contegno ostile della Chiesa antica, avevano i loro aderenti anche nei circoli episcopali".
Leone III, appena il califfo Jesid nel 723 emanò un editto con il quale ordinava che fossero tolte le immagini dalle chiese romane della sua giurisdizione, pensò che, imitando il califfo, con un colpo solo avrebbe risolto la conversione degli ebrei e un miglioramento delle relazioni con il regno arabo confinante. Nel 726 emise un editto contro la venerazione delle immagini; come "buon esempio", a Costantinopoli fece personalmente togliere una immagine di Cristo ritenuta particolarmente miracolosa.
Di fronte ai tumulti che il decreto venne provocando, Leone III pretese l'appoggio del patriarca di Costantinopoli, Germano, che si rifiutò di approvarlo e firmare. Allora l'imperatore si rivolse direttamente al papa, probabilmente propenso a chiudere un occhio sulla questione delle tasse rimasta in sospeso, nell'augurata ma assurda ipotesi che il pontefice accettasse il suo editto iconoc1asta. Gregorio II, informato dettagliatamente da Germano della piega che aveva preso la questione delle immagini in Oriente, convocò invece un concilio nel quale respinse l'editto ed approvò la venerazione delle immagini; con una bolla inoltre negò all'imperatore il diritto di legiferare in materia di fede.
Leone rispose con altri decreti, minacciò di destituirlo se non obbediva al suo editto; ma a questo punto, secondo le parole del Liber pontificalis, il papa si armò contro l'imperatore inviando una serie di "pastorali" ai vescovi italiani. Fu un coro di adesioni alla crociata lanciata dal papa; dalla Pentapoli alla Calabria, tutte le terre bizantine furono scosse da fremiti di rivolta contro l'imperatore.
Questi pensò di risolvere la cosa sbarazzandosi del papa e affidò l'incarico ai funzionari imperiali presenti a Roma; il dux Basilio e il cartulario Giordano, complice il suddiacono Lurione, concertarono di assassinare Gregorio II, ma la congiura fu sventata; Giordano e Lurione furono uccisi dal popolo e Basilio riparò in un convento.
Fu poi la volta dell'esarca Paolo; partito da Ravenna con l'incarico di arrestare il papa, dovette fermarsi al ponte Salario, bloccato dai Longobardi di Spoleto e della Tuscia, e fu costretto a tornare a Ravenna con la coda tra le gambe. Ogni tentativo di consolidare l'autorità Imperiale in Italia in opposizione a quella pontificia appariva inutile; l'esarca, scomunicato dal papa, non aveva più prestigio nella Pentapoli. In tutta l'Italia centrale, scacciati i funzionari bizantini, si eleggevano duces locali.
"Gregorio vide infiammarsi in Italia il sentimento nazionale", come osserva il Gregorovius, e "gli sarebbe bastato un semplice cenno per spingere il paese all'insurrezione." Ma il pontefice non fece quel cenno, non si unì a quelle rivolte; non volle la separazione completa dall'Imperatore, intendeva solo fargli capire la sua forza. Diciamo che in questa linea politica che si veniva affermando in seno al concetto del papato, affiorava qualcosa di altamente raffinato se non geniale. Il papa non poteva essere favorevole ad esempio ad un re longobardo, che magari nominasse Roma come sua capitale "perché ciò avrebbe costituito", come nota il Seppelt, "un'aperta minaccia al ruolo di guida dell'Italia, che l'evoluzione storica aveva affidato al papa".
Ovvero, ragioni politiche si accavallavano alle motivazioni religiose che avevano causato l'attrito tra Chiesa e Stato; nasceva appunto la politica clericale. Si organizzava la prima crociata sbandierata da un papa il cui vessillo aveva l'immagine di Cristo e dei santi da un lato ma dall'altro quella del potere.
Del resto questa doppiezza del papato restò immortalata in due lettere inviate da Gregorio II a Leone III, sulla cui autenticità è stato invero avanzato qualche dubbio; esse "esprimono con tanta fermezza la coscienza della supremazia del pontefice come archimandrita del mondo cristiano, che i successori di Gregorio II", come ricorda il Gregorovius, "se ne servirono come modelli esemplari. In essi è contenuta, perfetta ormai nelle sue linee essenziali, quell'idea del papato che fu realizzata più tardi ai tempi di Gregorio VII e Innocenzo III".
Mentre condannava la violenza e la ribellione delle province all'impero, Gregorio II finiva per minacciare l'imperatore: "Tutti i popoli occidentali guardano con antica devozione a colui del quale con millanteria tu minacci di abbattere l'effige, a S. Pietro intendo, che i regni d'Occidente onorano come Dio in terra. Desisti dunque dal tuo proposito; la tua rabbiosa violenza nulla può contro Roma, contro la città, contro le sue coste o le sue navi. L'Europa intera venera il santo principe degli apostoli; se tu manderai a distruggere la sua immagine, noi ci dichiariamo fin d'ora innocenti del sangue che sarà versato e dichiariamo che esso ricadrà interamente sul tuo capo".
E ancora, a Leone III che affermava di essere insieme "imperatore e vescovo", Gregorio II giustamente precisava la distinzione dei compiti: "Ognuno di noi eserciti la professione alla quale fu destinato da Dio". Lo Stato regolerà con la spada le cose del mondo punendo con la morte o il carcere; la Chiesa "disarmata e indifesa" punirà con la scomunica l'anima peccatrice, non per ucciderla ma per ricondurla a Dio.
Ma la differenza era che, in un'Italia che si andava riunendo intorno alla Chiesa di Roma, un imperatore, nonostante tutta la sua spada, rischiava di perdere l'autorità presso i propri sudditi se in nome di Dio fosse stato scomunicato dal papa, ormai riconosciuto il capo della popolazione nella resistenza ai soprusi imperiali. E in simili frangenti la distinzione tra potere spirituale e temporale nelle mani di un papa si vanificava; "imperatore e sacerdote" finiva per esserlo lui.
Del resto Gregorio II fu un esempio di doppiezza; non scomunicò Leone III. Eppure "avremmo voluto infliggerti un severo castigo", gli aveva detto, "ma poiché tu stesso hai attirato su di te la maledizione, sia sufficiente questa a punirti". Poi con avvedutezza e moderazione frenò gli slanci rivoluzionari degli Italiani, persuadendoli che l'imperatore si era preso una bella dose di paura; in realtà il papa temeva soprattutto che Roma e l'Italia finissero nelle mani dei Longobardi, la cui amicizia si dimostrava a quei tempi precaria.
Nel clima di rivolta antibizantina dell'Italia il re Liutprando infatti sognò la conquista della penisola e si alleò con l'esarca, avanzando con facilità verso Roma; dopo brevi scontri ebbe ragione dei duchi di Benevento e Spoleto, alleati del papa, e si accampò alle falde di Monte Mario. Gregorio II allora, privo ormai di protettori, indifeso, mise in atto l'altra faccia della sua persona; non impersonò la parte di un ipotetico capo di quel territorio che ormai negli scritti ufficiali era indicato come il "ducato romano". Vestì l'abito della modestia, si recò al campo di Liutprando, novello Leone Magno incontro al suo Attila, rivolse al barbaro le stesse parole capaci di ispirare la commozione nei cuori più duri. L'incantesimo si rinnovò; Liutprando, prostrato ai piedi del papa, depose in terra la spada e la corona; chiese ed ottenne il perdono per sé e l'assoluzione dalla scomunica per l'esarca.
"L'avvenire del papato, dominatore del mondo", nota il Gregorovius, "fu deciso in questo breve momento che risplende nella storia della Chiesa più luminoso del leggendario incontro di Leone con Attila, Trecento anni prima del celebre episodio di Canossa era già chiaro al mondo a quale straordinaria e misteriosa potenza fosse pervenuto ormai il romano pontefice; l'umanità, confusa e inselvatichita dall'ignoranza, si prostrò dinanzi al sacerdozio della Chiesa, nella quale venerava l'unica forza divina esistente sulla terra, e ne onorò il capo supremo come un essere santo, di sovrumana natura."
L'esarca intanto poteva ripristinare il potere imperiale nel ducato romano; il papa si mostrava propenso a ristabilire amichevoli rapporti con Bisanzio, una volta attenuati gli echi della lotta iconoclasta; sembrava un gioco. E così non si tirò indietro nello smontare un ennesimo tentativo di rivolta antimperiale che nel 730 si verificò nella Tuscia romana; il duca Tiberio Petasio, a capo di uno sparuto gruppo di sostenitori, si autonominò imperatore. Gregorio II dette subito incarico all'esarca di sistemare il ribelle; fu decapitato e la sua testa venne spedita a Costantinopoli. Il papato era convinto in fondo che la conservazione di un potere statale concreto era condizione imprescindibile non solo per la propria sopravvivenza, ma per poterne essere un giorno lui stesso il gestore. Così tra uno scontro e una riappacificazione per ora Bisanzio gli assicurava i termini di questo "gioco" politico la cui posta era il potere. Il resto erano tutte chiacchiere.

Gregorio II morì 1'11 febbraio del 731 e fu sepolto in S. Pietro.