Servio Tullio
(riferimento cronologico: 587 - 549 a.C.)

Con l’omicidio di Tarquinio Prisco, i patrizi romani avevano pensato di riprendere in mano il potere perduto, ma non avevano fatto i conti con la scaltrezza di sua moglie Tanaquilla, la quale, per favorire la successione al trono del genero Servio Tullio, nascose al popolo romano la morte del marito.

Ella infatti denunciò pubblicamente l’attentato dei Marcii, che vennero esiliati “vita natural durante”, ma dichiarò che Tarquinio Prisco era ancora vivo e che proprio lui aveva incaricato Servio Tullio, marito di sua figlia Tarquinia, di governare Roma durante la lunga convalescenza.

Trascorso un periodo di tempo la stessa Tanaquilla annunciò al popolo, tra lo sbigottimento generale, la morte improvvisa di Tarquinio affermando che lo stesso aveva designato come suo successore Servio Tullio che fu il primo, ma anche l’unico, Re di Roma eletto per diritto di successione.

Servio Tullio, il cui nome lasciava intendere la sua origine servile, era il figlio di una schiava, la sensuale Ocrisia di Cornicolo, che pur di origini principesche era finita nella corte di Tarquinio Prisco come bottino della guerra che aveva opposto Roma proprio alla città di Cornicolo.

Il suo fascino l’aveva fatta entrare presto nelle grazie della famiglia reale che le aveva restituito la libertà in nome delle sue origini. Aveva avuto l’incarico di mantenere accesso un fuoco sacro e da quel fuoco era uscito un “fallo” alato che l’aveva resa gravida.

Ma al di là di questo concepimento divino e al di là della stima che la famiglia regale nutriva nei confronti della madre, per quale motivo quello che rimaneva pur sempre il figlio di una serva liberata avrebbe dovuto avere in sposa la figlia del Re ed addirittura ereditare il posto del suocero?

Si racconta che durante la sua infanzia il piccolo Servio avesse confermato le sue origini divine; una volta mentre dormiva, sul suo capo si erano sviluppate delle fiamme e tutto ciò era stato interpretato da Tanaquilla come un segno inequivocabile del destino. Lui comunque si considerava un uomo baciato dalla Dea Fortuna, tanto da edificarle moltissimi templi, come forma di ringraziamento.

Da Re, Servio Tullio, si dedicò subito a trasformare radicalmente le istituzioni cittadine, con una riforma che fu al contempo politica e sociale e che produsse, come effetto, un imponente rafforzamento dell’esercito.

Prima della riforma serviana, le istituzioni riflettevano ancora la Roma di Romolo, un insieme di piccoli villaggi con tante ambizioni. L’antica suddivisione in trenta Curie, le quali si identificavano con particolari zone della città, non erano più in linea con la crescita che Roma aveva avuto in quegli anni; i cittadini che abitavano nelle nuove zone della città non partecipavano alle decisioni politiche. Roma era sotto il controllo delle famiglie originarie, mentre al tempo di Servio in città vivevano tante nuove famiglie, spesso anche ricche, che se volevano contare qualcosa non potevano fare altro che affidarsi alla protezione del patriziato.

Ma la cosa che convinse Servio Tullio dell’opportunità di una sostanziale riforma, fu la considerazione che Roma, con un’organizzazione diversa, poteva dotarsi di un esercito potente, all’altezza della nuova dimensione della città, nel cui territorio, che dopo le conquiste di suo suocero si estendeva al Lazio, alla Sabina e alla bassa Etruria, vivevano qualcosa come ottocentomila persone di cui almeno centomila nell’Urbe. Troppi per avere a disposizione un esercito di soli 3300 soldati.

Il primo atto politico del nuovo Re, fu quello di concedere la cittadinanza ai “liberti” gli schiavi resi liberi, guadagnandosi così le simpatie della plebe tanto da essere definito come il “Re della plebe”.

Successivamente Servio Tullio divise la cittadinanza in un certo numero di classi in base al “censo”; non più in base alle origini. Ognuna di queste classi forniva un determinato numero di centurie di fanti e cavalieri. Il primo gruppo di classi, quelle più ricche forniva 98 centurie, il secondo ne forniva 90, il terzo, quello dei nullatenenti, ne forniva solo 5 dedicate ai servizi ausiliari. In questo modo Roma passava da un esercito di 3300 soldati ad un esercito potenzialmente di più di 20.000 unità.

Ma le centurie non furono solo delle unità militari, esse sostituirono dal punto di vista politico le curie. Nei comizi centuriati ad ogni centuria veniva assegnato un voto e da questo si desume come il primo gruppo di classi, quelle a cui appartenevano i più ricchi, avesse la maggioranza dei voti (98 contro 95). Con la riforma serviana il potere passava dai nobili patrizi, ai ricchi i quali erano coloro in grado di finanziare un esercito adeguato.

I comizi curiati ed i comizi tributi (le assemblee delle tribù le quali nel frattempo erano cresciute di numero) continuarono ad esistere, ma si occuparono di questioni minori.

Le tribù erano diventate 35 di cui 4 considerate cittadine, vivevano nel territorio urbano diviso appunto in 4 regioni.

Le altre 31, le cosiddette tribù rustiche, erano associate con il territorio extraurbano.

Servio Tullio fu molto attivo anche dal punto di vista urbanistico; la sua opera più importante fu la costruzione di una cinta muraria a scopo difensivo che racchiudeva all’interno la Roma dei sette colli (dove vivevano appunto le 4 tribù cittadine). Per costruire le mura, vennero utilizzate grandi quantità di Tufo sottratto alla vicina città di Fidene.

Questo rafforzamento delle difese della città, fu soprattutto legato alle tensioni tra Roma e le città della bassa Etruria che non vedendo di buon occhio il nuovo re, forse a causa delle sue origini servili, si rifiutavano di riconoscere l’alleanza stretta con Roma (la lega dei 12 popoli) ai tempi di Tarquinio Prisco. Ci vollero quasi 20 anni al sesto Re di Roma per domare le ribellioni di città come Veio, Tarquinia e Cere.

Anche Servio Tullio, come il suo predecessore, non era destinato a morire di morte naturale; dopo trentaquattro anni di regno, cadde vittima di un complotto ordito da sua figlia Tullia e da suo genero Lucio Tarquinio che a sua volta era il figlio di Tarquinio Prisco. I due assassini non erano marito e moglie, infatti Tullia aveva sposato Arunte, l’altro figlio di Tarquinio Prisco, mentre Lucio Tarquinio aveva sposato la sorella di Tullia che di nome faceva sempre Tullia.

Ma erano nati l’una per l’altro; li accomunava una sfrenata ambizione e l’assenza di ogni scrupolo morale. La conclusione fu che insieme eliminarono i rispettivi coniugi e si unirono in matrimonio. Ma i loro progetti non si limitavano al puro e semplice matrimonio; l’obiettivo era il potere e per impadronirsene complottarono a lungo.

Lucio Tarquinio si assicurò l’appoggio del patriziato promettendo favori e privilegi. Così un giorno si presentò in Senato intimando a suo suocero di uscirne immediatamente, per poi raggiungerlo all’esterno ed ucciderlo a coltellate. Quindi si presentò nel Foro dove si fece acclamare Re.

Dopo l’investitura del marito, Tullia decise di tornare alla residenza reale, sull’Esquilino, e durante il tragitto si ritrovò la strada sbarrata proprio dal corpo esanime del padre. La perfida Tullia non esitò neanche un attimo e ci passò sopra con il suo carro; per questo episodio quella strada prese il nome di “vicus scelleratus”.