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NERONE 54 - 68

Anzio, 37
Lucius Domitius Enobarbo poi da imperatore Nero Claudius Caesar Drusus Germanicus
sposato con: 1) Ottavia; 2) Poppea Sabina, 62; 3) Statilia Messalina, 66

Designato fin dal 50 alla successione di Claudio grazie alle trame della madre Agrippina, gli subentrò subito dopo la morte il 13 ottobre 54. Di raffinata educazione iniziò il suo governo sotto la tutela di menti brillanti come il filosofo Seneca (nel discorso programmatico che Nerone pronunciò in Senato quando fu investito del potere - scritto pare proprio da Seneca -, è delineata una forma di principato rispettosa delle prerogative del Senato, con una particolare insistenza sulla clemenza del principe) e il prefetto Burro, operò delle riforme che in parte restituirono al Senato il controllo della pubblica amministrazione e alleggerirono il prelievo fiscale.

Più tardi il suo atteggiamento mutò ed egli cominciò a dare un'impronta personale al suo potere (nel 55 fece eliminare il fratello Britannico), con una svolta in senso autocratico, anche sotto l'aspetto formale, convinto che la sua fosse un'investitura divina.
Tale mutamento è presentato nella storiografia ostile come il manifestarsi di vizi insiti nella sua personalità (Svetonio). Prodigo con il popolo che lo adorava, Nerone era inviso ai senatori per la sua chiara volontà di trasformare il governo in una monarchia assoluta di tipo orientale.

Alla nuova concezione del principato corrisponde anche un rinnovamento profondo della cultura, una radicale ridefinizione di quelli che erano i valori positivi e negativi sanciti dalla tradizione: alla gravitas del nobilis tradizionale, che diventa tristitia; al contrario la levitas (nel linguaggio ciceroniano disvalore attribuito ai populares) diveniva auspicata laetitia.
Ben presto l'autoritarismo neroniano rivelò una particolare tendenza alla spettacolarizzazione: egli organizzò nuovi giochi - Iuvenilia (nel 56), Neronia (61 d.C.) - alla maniera di quelli greci, ed egli stesso si esibì come poeta e musico: monarca esteta, amante della bellezza e delle arti apollinee, ma ben lontano dal modello augusteo del princeps , sicché i suoi avversari leggeranno anche questi atteggiamenti in chiave patologica.
A migliorare la sua immagine non servirono certo l'unione con Poppea Sabina dopo il ripudio di Ottavia e l'ambiguo rapporto con la madre Agrippina che fece uccidere con un pretesto nel 59. 

Nel 62, alla morte di Burro, nominò prefetto del pretorio il famigerato Tigellino; quindi costrinse Seneca a ritirarsi dalla vita pubblica.

Nel 64 fu attuata un'importantissima riforma monetaria, l'aureo passò da gr 7,70 a 7,30 e il denario d'argento da gr 3,70 a 3,25, un provvedimento che portò notevoli benefici allo Stato e alle classi più povere. 

Sempre in quell'anno, mentre lui era ad Anzio, a Roma scoppiò un terribile incendio che arrecò enormi danni. Si tentò di interpretarlo come una punizione divina, ma alla fine molti diedero la colpa a Nerone che spesso aveva espresso il desiderio di rinnovare Roma. Coloro che poi ne fecero le spese furono i Cristiani, accusati dallo stesso Nerone per allontanare da sé ogni sospetto.

Si diede così inizio alla ricostruzione della città, ma Nerone prima di tutto si preoccupò di costruire per sé una lussuosa villa che superasse quella degli altri imperatori.
Per riedificare la città cominciò ad imporre tributi e tasse insopportabili e fu per questo che alcuni nobili (i Pisoni) ordirono nel 65 una congiura contro di lui, che però venne sventata e costò la vita a numerose persone considerate colpevoli, tra le quali lo stesso Seneca. Nerone continuò la sua vita di sperperi e crudeltà, arrivando a condannare a morte i ricchi nobili, per confiscarne i beni e ottenere denaro.


Il cambiamento fisico di Nerone nel corso degli anni
rilevabile dalla monetazione.

Nel 66 si recò a Corinto dove nella sua più alta manifestazione di istrionismo filellenico, proclamò solennemente la libertà della Grecia. In politica estera desideroso di ottenere un successo che rafforzasse il prestigio romano, affidò ad uno dei più validi generali romani, Corbulone, il compito di condurre la guerra contro i Parti, guerra che si trascinò con alterne vicende dal 54 al 62, fino a quando un decisivo intervento del generale portò i Parti al riconoscimento del protettorato romano sull'Armenia, e sempre in Oriente il regno del Bosforo fu ridotto a stato cliente.

L'inasprirsi delle imposizioni fiscali, l'ormai irrefrenabile dispotismo di Nerone accentuarono il malumore verso l'imperatore, così nel 68 scoppiò la rivolta di Giulio Vindice in Gallia poi repressa dal legato di Germania Rufo, ma ormai i tempi per una ribellione erano maturi, così insorsero Otone in Lusitania, Clodio Macro in Africa e Galba in Spagna. Quest'ultimo si mise allora in marcia verso l'Italia; Nerone, spaventato,  fece arrivare a Roma le truppe d'Oriente e si circondò di uomini fedeli, ma dichiarato nemico pubblico, i pretoriani passarono dalla parte di Galba. Saputo ciò fuggì, ma venne raggiunto dai soldati nella sua villa e, mentre tra voci e grida venivano ad arrestarlo, si fece uccidere da uno schiavo. Era il 9 giugno 68.