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COMMODO 180 - 192Lanuvio, 31 agosto 161Marcus Aurelius Commodus Antoninus Contrariamente ai predecessori che erano saliti al
trono in quanto figli adottivi, C. era figlio naturale di Marco Aurelio
che l'aveva associato al trono nel 177. Rimase unico imperatore alla morte
del padre il 17 marzo del 180. Concluse rapidamente le operazioni militari
alle frontiere settentrionali raggiungendo un accordo con i barbari e
rientrò a Roma. Tuttavia si disinteressò degli affari di governo lasciandoli nelle mani del prefetto Perenne (ucciso nel 185) poi del suo successore Cleandro (assassinato nel 189) infine nelle mani della sua concubina Marcia che, filo-cristana, si adoperò per favorire questa comunità. Mentre nell'Impero la situazione economica diventava sempre più drammatica, C. si abbandonò ad una vita dissoluta e stravagante di cui rimangono numerose narrazioni come la sua passione per i giochi gladiatori che lo videro spesso protagonista nell'arena. Quando infine il suo dispotismo si rivolse contro gli effettivi detentori del potere, il prefetto Emilio Leto, Marcia e il cubiculario Ecletto, venne fatto assassinare a Roma il 31 dicembre 192..
Così lo descrive MontanelliNel presentarlo ai soldati come successore, Marco Aurelio aveva chiamato il figlio Commodo "il sole nascente" e forse i suoi occhi di babbo lo vedevano così. Ma anche ai legionari quel ragazzo manesco, di pochi scrupoli, di appetito gagliardo e di turpiloquio pronto, piacque. Grandi furono quindi il loro stupore quando il giovanotto, invece di liquidare il nemico già intrappolato in una "sacca", gli offrì la più sconsiderata e frettolosa delle paci. Commodo non era un codardo, ma la sola guerra che amava era quella contro i gladiatori e le belve nel Circo. Alzandosi, rifiutava la colazione prima di aver scannato la sua tigre quotidiana. E siccome di tigri in Germania non ce n'erano, aveva furia di tornare a Roma, dove dall'Oriente i governatori erano incaricati di mandarne a branchi. Per questo, infischiandosene dell'Impero e dei suoi destini, stipulò quella rovinosa pace che lasciava insoluti tutti i problemi. Il senato rinunciò al suo diritto elettivo attraverso l'adozione che da Nerva in poi aveva dato sì buoni frutti, e accettò il ripristino, che quell'imperatore incarnava, del principio ereditario. Come per Nerone e Caligola, anche a voler fare la tara a quello che i contemporanei scrissero di lui, ce n'è d'avanzo per catalogare Commodo tra le pubbliche jatture. Giocatore e bevitore, con un serraglio, dicono, di centinaia di ragazze e giovanotti per i suoi piaceri, pare che abbia avuto un affetto solo: quello per una certa Marzia che, essendo cristiana, non si capisce come conciliasse la sua fede austera con quell'amante debosciato, ma che tuttavia fu utile ai suoi correligionari salvandoli da ua probabile persecuzione. Il peggio cominciò quando alcuni delatori denunciarono a Commodo una congiura capeggiata da sua zia Lucilla, la sorella di suo padre. Senza curarsi di prove, la uccise, e fu l'inizio di un nuovo terrore che venne dato in appalto a Cleandro, il capo dei pretoriani. Per la prima volta dopo Domiziano, Roma cominciò a tremare sotto i soprusi di queste guardie. Un giorno la popolazione, più per paura che per coraggio, le assediò nel palazzo e chiese la testa di Cleandro. Commodo gliela diede senza esitare, sostituendo la vittima con Leto, un uomo accorto, il quale si rese subito conto che, una volta salito a quel posto, o si faceva uccidere dal popolo per compiacere all'imperatore o si faceva uccidere dall'imperatore per compiacere al popolo. Per sfuggire a questo dilemma c'era un'altra via sola: uccidere lui l'imperatore. E la scelse con la complicità di Marzia, di cui anche in questa occasione discerniamo male la cristianità, e che propinò a Commodo una bevanda avvelenata. Lo finirono stranglandolo nel bagno perché il giovanotto, appena trentenne, era duro a morire. Era il 31 dicembre del 192 d.C. Cominciava la grande anarchia. |