Anno 193: l'Impero all'asta

I senatori, felici per la morte di Commodo, agirono come se ne fossero stati gli autori, eleggendo a successore un loro collega, Pertinace, che non voleva saperne e aveva ragione. Per rimettere in sesto le finanze dovette fare economia; e per fare economia dovette licenziare molti profittatori, fra cui i pretoriani. Dopo due mesi di governo in questo senso, lo trovarono morto, ucciso dalle sue guardie le quali annunciarono che il trono era all'asta: vi sarebbe salito chi offriva la mancia più alto.

Un banchiere miliardario di nome Didio Giuliano stava tranquillamente mangiando nel suo palazzo quando la moglie e la figlia, ch'erano piene di ambizioni, gli buttarono addosso la toga ordinandogli di precipitarsi a concorrere. Riluttante, ma temendo più le sue donne che le incognite del potere, Didio offrì ai pretoriani tre milioni a testa, e vinse.

Il Senato, caduto in basso ma non sino al punto d'inghiottire un simile mercato, spedì segretamente disperate richieste ai generali dislocati in provincia, e uno di costoro, Settimio Severo, venne, vide, promise il doppio di quello che aveva dato Giuliano, e vinse. Il banchiere piangeva, rinchiuso in una stanza da bagno, dove lo decapitarono. Sua moglie rimase vedova ma si consolò col titolo di ex imperatrice.

Commodo La dinastia dei Severi