Annibale

riferimenti cronologici:
guerre puniche 264 - 146 a.C.
seconda guerra punica 218 - 201 a.C.
Annibale 247 - 183 a.C.

per chi vuole approfondire la vita e le gesta di Annibale suggeriamo:
"Annibale", una biografia di "Gianni Granzotto" (edizioni "Oscar Storia Mondadori");
"Annibale, il romanzo di Cartagine", un romanzo di "Gisbert Haefs" (edizioni "Tropea").

documenti cronologici del sito:
> Una pace difficile
> IIª guerra punica (218 - 201 a.C.)
> Roma alla conquista dell'Oriente

Annibale nasce intorno al 247 a.C., ed è il discendente di una potente famiglia Cartaginese. Suo padre è il famoso generale e stratega Amilcare detto il Barca (il fulmine) ed è stato uno dei protagonisti della prima guerra punica, che ha opposto Cartagine a Roma, e soprattutto è stato colui che ha salvato Cartagine dalla successiva rivolta delle truppe mercenarie. Amilcare è anche il capo di una fazione politica del suo paese, i Barcidi, che si oppongono al vecchio potere conservatore di cui il massimo rappresentante è Annone.

Già a nove anni Annibale lascia la sua terra natia per seguire il padre nella conquista della penisola Iberica, che fornirà a Cartagine le risorse finanziarie per pagare a Roma i debiti di guerra contratti nella prima guerra punica e per preparare il secondo conflitto contro la grande nemica.

La partenza di Amilcare è però una sorta di fuga dal rischio di essere arrestato;

Annone aveva accusato Amilcare di aver ancora una volta danneggiato Cartagine e di averla esposta al rischio di una nuova guerra con Roma.

La leggenda vuole che Amilcare, la notte della partenza, abbia chiesto al figlio di giurare odio eterno nei confronti di Roma e sempre secondo la leggenda questo giuramento sarebbe alla base di tutta la storia futura di Annibale e della furia con cui combatté Roma e i Romani.

Lo sviluppo di Annibale fu quindi all'interno di un contesto fortemente dinamico e fin da ragazzo prese parte attiva all'impresa Iberica. Parte della sua formazione, sotto la responsabilità del greco Sosilo, fu dedicata all'apprendimento della strategia militari, con dei modelli di riferimento:
Alessandro Magno, lo spartano Santippo che alla guida di un esercito Cartaginese aveva sconfitto Attilio Regolo e chiaramente suo padre.

A 25 anni (221 a.C.), dopo la morte di suo padre e di suo cognato Asdrubale, Annibale assunse il comando delle truppe Cartaginesi di stanza in Iberia e tre anni più tardi (218 a.C.) partì alla volta dell'Italia, con l'obiettivo di conquistare Roma e dare quindi sostanza al suo giuramento anti-romano. Cominciava la seconda guerra punica che lo vide protagonista di grandi imprese, come l'attraversamento delle Alpi, e di grandi battaglie: Trebbia, Trasimeno e Canne su tutte.

In questi frangenti dimostrò tutte le sue capacità di stratega e forse evidenziò anche un grande limite nello sfruttare queste vittorie per raggiungere l'obiettivo più importante: la vittoria finale.

Il comandante della sua cavalleria, Maarbale, gli rimproverò proprio questo limite quando Annibale si rifiutò di marciare su Roma, dopo la grande vittoria di Canne:

 "Gli dei non accordano tutti i loro doni ad un solo uomo. Annibale, tu sai conquistare le vittorie, ma non le sai sfruttare".

Il suo girovagare per l'Italia durò quasi 17 anni; fu in grado di distruggere interi eserciti ma non riuscì ad espugnare l'oggetto del suo desiderio.

Una volta marciò anche su Roma, ma fu solo un tentativo di distrarre le truppe Romane dall'assedio di Capua e forse un gesto rabbioso di sfida quando la guerra era ormai compromessa.

Nella sua campagna italiana perse un occhio e anche due fratelli, Asdrubale e Magone, uccisi entrambi quando vennero in suo soccorso con truppe fresche. Il primo perse la vita sul suolo italiano, il secondo ferito gravemente, morì mentre tentava di rientrare in patria.

Costretto da Scipione l'Africano a tornare in Africa per difendere Cartagine, venne sconfitto a Zama nel 202 a.C. e allora si prodigò nel convincere il suo popolo ad accettare una resa onorevole con Roma, una resa che venne sancita nel 201 a.C.

Lasciò il comando dell'esercito per sganciarsi da chi a Roma voleva a tutti costi la sua testa e per tre anni si ritirò a vita privata. Nel 196 a.C. venne chiamato nuovamente a gestire una situazione molto delicata, legata ad un tentativo di truffa operato da alcuni speculatori nei confronti dell'erario Romano. Fu nominato "suffeta", una sorta di alto magistrato, e il suo comportamento rigoroso suscitò l'ira degli aristocratici corrotti, quelli che avevano speculato sulle spese di guerra mentre lui combatteva in Italia.

Questi aristocratici trovarono nel Senato di Roma un alleato prezioso, al quale mandarono a dire che Annibale si preparava ad una nuova guerra. A difenderlo ci pensò il suo nemico Scipione che non comprendeva l'accanimento di Roma contro quest'uomo. Roma comunque decise di inviare a Cartagine una commissione d'indagine.

Annibale capì che il suo destino era segnato, tradito soprattutto dalla sua gente, e così decise lasciare definitivamente Cartagine. Prima si recò a Tiro per poi proseguire per Efeso dove approdò alla corte del Re Antioco III padrone della Fenicia, della Siria e dell'Anatolia, e desideroso di espandere il suo dominio.

Lo convinse a tentare una spedizione in Grecia, cercando un'alleanza con Filippo di Macedonia; dopo due anni i Romani ebbero la meglio in una grande battaglia.

Lo convinse a rinforzare la flotta per attaccare l'Italia dal mare, ma ancora una volta i Romani distrussero le sue ambizioni, insieme alla sua flotta, con un attacco a sorpresa nella sua base in Asia minore.

Antioco si rassegnò e trattò la pace con i Romani che proposero tra le clausole di questa pace la consegna di Annibale.

Annibale lo venne a sapere e fuggì verso Creta, ma dopo due anni i Romani arrivarono anche lì e lui fu costretto a fuggire ancora.

Si rifugiò presso la corte di Prusia, Re della Bitinia, ma dopo alcuni anni anche lui lo tradì accordandosi con i Romani.

Circondato nel suo rifugio di Libissa, dalle truppe Romane comandate dal generale Tito Quinzio Flaminio, preferì togliersi la vita bevendo il veleno che portava in un anello.

Era il 183 a.C., moriva una grande generale, il più grande avversario di Roma, anche se la sua immagine rimarrà impressa per sempre nella storia.