![]() |
La II Guerra Punica
riferimenti cronologici:
|
|
|
Argomenti principali:
La conquista di Sagunto da parte di Annibale, nel
219 a.c., provocò la reazione Romana che
comportò come conseguenza, nel 218 a.C., la riapertura del
conflitto tra Roma e Cartagine.
La seconda guerra punica, era ormai un dato di fatto, e i Romani si
preparano immediatamente a combatterla su un doppio fronte; quello
Africano e quello Iberico.
Al fronte Africano fu destinato il console Tiberio Sempronio
Longo, mentre al fronte Iberico fu destinato il console Publio Cornelio
Scipione. Entrambi si predisposero a partire immediatamente per le
loro destinazioni. In particolare Tiberio Sempronio era salpato alla volta
dell'Africa con 165 triremi, dimostrando la sua chiara intenzione di porre
sotto assedio la stessa Cartagine.
Nel frattempo Annibale si preparava a sconvolgere lo scenario
della guerra, con una mossa a sorpresa, sicuramente non prevista dagli
strateghi Romani: l'invasione dell'Italia.
A questa operazione il giovane condottiero Cartaginese, pensava da
tempo, tanto che aveva dedicato particolare attenzione nel creare
relazioni stabili con i Galli, che abitavano nelle regioni
settentrionali della penisola italiana, dai quali si aspettava un
concreto sostegno una volta superate le Alpi.
E proprio alcune di queste popolazioni, Boi e Insubri,
sempre nel 218 a.Cc. si erano ribellate e avevano attaccato le due nuove
colonie romane appena insediate sul Po: Piacenza e Cremona. La
ribellione mise in grossa apprensione Roma, al punto da ritardare le
operazioni previste contro Cartagine, tanto che Publio Cornelio Scipione
era stato costretto a rinviare la sua partenza e a dirigersi verso Modena,
in aiuto del pretore Manlio.
Annibale, invece, lasciato suo fratello Asdrubale ad
amministrare i possedimenti Iberici, aveva superato l'Ebro e, tra mille
difficoltà, aveva raggiunto i Pirenei.
Una volta superati i Pirenei, alla testa di 50.000 fanti, 9000
cavalieri e 37 elefanti, aveva coperto in appena 15 giorni la distanza
che lo separava dal Rodano, l'ultimo ostacolo prima delle terribili
Alpi.
Annibale contava sull'effetto sorpresa, ed in effetti, la sua
marcia, rappresentò una grossa sorpresa per Publio Cornelio Scipione, il
quale, appresi i movimenti del nemico, fu costretto a cambiare i
suoi programmi e quindi a sbarcare in quel di
Marsiglia.
Il suo obiettivo era quello di contrastare la marcia del "Barca",
ma in nessun caso, il console Romano, avrebbe mai pensato di trovarsi già
ad un passo dal suo nemico.
Una volta che Annibale ebbe passato il Rodano, i due eserciti
vennero a trovarsi a pochi chilometri di distanza, anche se entrambi lo
ignoravano, almeno fino a che due pattuglie di cavalieri mandate in
esplorazione si incontrarono, anzi si scontrarono con perdite in entrambi
gli schieramenti.
Quando Annibale apprese che i Romani si trovavano così vicino al
suo accampamento, decise di evitare lo scontro e riprese la sua
marcia, ma non verso le Alpi come si potrebbe pensare, ma verso nord,
seguendo il corso del Rodano. A dire il vero, in prima battuta il
generale aveva pensato di attaccare il nemico, ma poi, dopo aver ascoltato
i suoi luogotenenti, aveva cambiato idea.
Publio Cornelio Scipione invece decise per l'attacco, ma quando
giunse all'accampamento di Annibale, lo trovò vuoto. Comprese subito
che l'obiettivo di Annibale era quello di invadere l'Italia attraverso le
Alpi, ma invece di seguirlo, decise di riprendere la via del mare per
raggiungere più velocemente la penisola, approdando a Pisa.
Annibale si preparava così ad un'impresa, il passaggio delle Alpi,
entrata nella leggenda, probabilmente con un po' di esagerazione
considerato che l'esercito Cartaginese non fu certo l'unico esercito a
valicare questa imponente catena montuosa che protegge la penisola
Italica.
Appena arrivato in Italia, Annibale fece riposare i suoi uomini nel
territorio dei Taurini, ai quali chiese sostegno e dai quali
ricevette invece indietro un atteggiamento diffidente e poco disponibile.
Per questo, appena i suoi uomini si dimostrarono nuovamente in forma,
Annibale si vendicò dei Taurini, assediando e conquistando la loro
capitale, Augusta Taurinorum (Torino), e uccidendo tutti coloro che non
avevano voluto collaborare alla sua impresa.
In questo modo voleva dare un segnale forte e chiaro agli altri
Galli della zona, in particolare a Boi e Insubri.
Una volta risolta la questione con i Taurini, Annibale cominciò a
marciare velocemente lungo il Po, finendo inevitabilmente in rotta di
collisione con l'esercito di Publio Cornelio Scipione, che da
Pisa aveva risalito la penisola con altrettanta velocità per
posizionarsi nel presidio militare di Piacenza.
Nel frattempo anche l'esercito di Tiberio Sempronio Longo,
veniva richiamato in Italia per fronteggiare il pericolo Annibale,
mentre nella fortezza di Lillibeo, si stava preparando allo sbarco in
Africa.
Quindi la mossa di Annibale di invadere l'Italia, era servita,
come da programma, ad impedire ai Romani di condurre la guerra a modo
loro, secondo i loro piani.
Ormai lo scontro era inevitabile e arrivò nel mese di Dicembre nella zona della Trebbia.
La battaglia sulla Trebbia, rappresentò una cocente sconfitta
per i Romani, in un'area geografica molto instabile per loro, tanto
che il successo di Annibale spinse molte popolazioni galliche, ancora
riluttanti, a schierarsi con lui e ad ingrossare il suo
esercito.
A Roma si tentò di sminuire il valore della sconfitta, attaccandosi
al gran numero di uomini che erano stati salvati dal massacro, addirittura
Tiberio Sempronio cercava invano di sostenere che solo le condizioni
atmosferiche avevano impedito la vittoria all'esercito
"quirito".
In ogni caso i Romani non si persero d'animo, nominarono i due
nuovi consoli per l'anno 217 a.c. e si preparano a dare battaglia
all'invasore.
I due consoli furono Caio Flaminio Nepote, di origine
plebea, e Gneo Servilio Gemino. Entrambi furono mandati incontro al
nemico, il primo in Etruria, a nord di Arezzo, e il secondo presso
Ariminum (Rimini); si sperava in questo modo di sbarrare la strada
verso Roma al condottiero Cartaginese.
Nel frattempo Roma si consolava con alcuni successi nella
penisola Iberica, ottenuti da Gneo Cornelio Scipione, fratello di
Publio, il quale sbarcato a Nord dell'Ebro aveva facilmente
riconquistato numerosi territori, attaccando le truppe di Annone e facendo
prigioniero il comandante Cartaginese.
In Italia invece, dopo un breve periodo di riposo, coincidente con
il momento peggiore dell'inverno, Annibale riprese il suo cammino verso
Roma. Voleva evitare di trovarsi schiacciato tra le legioni presenti
in Etruria, quelle presso Rimini e quelle che si erano rifugiate a
Piacenza.
Scelse la via più diretta per arrivare in Etruria, ma anche la
più aspra perché attraversava terreni paludosi, privi di strade e poco
adatti a sostenere il passaggio di un esercito così
numeroso.
Fu un'avanzata molto sofferta, morirono molti animali, le cui
carcasse vennero usate dagli uomini per potersi riposare senza stare a
contatto con l'acqua.
Lo stesso Annibale fu colpito da un'infiammazione che lo privò
dell'uso di un occhio.
Comunque la tenacia e la determinazione del condottiero
Cartaginese, fu premiata con l'arrivo sulle colline Fiesolane,
quindi a poca distanza dall'esercito Romano comandato da Caio
Flaminio, il quale non vedeva l'ora di scontrarsi con il suo
nemico.
Ma Annibale utilizzò ancora l'arma della sorpresa e ripartì in
modo deciso verso sud, lasciandosi le truppe di Caio Flaminio su un
fianco.
Caio Flaminio non era disposto a lasciarsi sfuggire quella che lui
considerava la sua preda e si pose all'inseguimento del nemico.
Non sapeva che si stava dirigendo verso una trappola studiata da
Annibale e che si sarebbe consumata nei territori proprio intorno al
Trasimeno.
Stavolta la disfatta non poteva essere nascosta ai cittadini Romani
e venne annunciata con l'enfasi dovuta dal senatore Marco Pomponio, che
nel Foro, pronunciò una frase inequivocabile: "Siamo stati battuti in
una grande battaglia".
L'emozione fu grande, ingigantita poi dalla notizia che un
esercito intero era stato annientato e che il console Caio Flaminio era
morto sul campo.
La reazione fu quella che Roma era solita adottare nei momenti più
gravi della sua esistenza: la nomina di un
dittatore.
Venne scelto Quinto Fabio Massimo, aristocratico e grande nemico della plebe.
E proprio per compensare questa elezione, il Senato concesse alla
plebe Romana di eleggere come comandante della cavalleria, il loro
più accanito rappresentante: Marco Minucio Rufo.
Questo anomalo dualismo tra due persone che avrebbero dovuto
procedere in modo affiatato verso un difficile obiettivo, diventerà un
elemento di debolezza che porterà al fallimento di tutta la strategia
adottata da Quinto Fabio Massimo, una strategia completamente opposta a
quella di Caio Flaminio: una strategia di attesa rivolta al logoramento
dell'avversario.
Una strategia che farà guadagnare al dittatore il nomignolo di
"temporeggiatore" (cunctator) o addirittura di "pecorella"
(ovicola), così come lo definivano i suoi più acerrimi nemici,
fomentati da Marco Minucio Rufo.
Anche nello schieramento di Annibale, dopo la vittoria del
Trasimeno, cominciava a crearsi qualche divergenza di opinione sulla
strategia da adottare. Le sue truppe e anche alcuni dei suoi ufficiali
pensavano che fosse il momento di marciare decisamente in direzione di
Roma e conquistarla, mentre il grande generale riteneva questo passo
prematuro e valutava che per espugnare Roma fosse necessario proseguire
nell'opera di isolamento della stessa dai suoi alleati italici.
E così, dopo aver riunito il consiglio di guerra, decise di
marciare in direzione diversa da quella che avrebbe dovuto seguire per
conquistare la città dei sette colli.
Le prime delusioni rispetto alle sue speranze di rompere il fronte
degli italici, le ebbe quando arrivò in Umbria, città come Assisi e
Perugia gli rifiutarono ogni aiuto, mentre gli abitanti di
Spoleto lo aggredirono in campo aperto.
Annibale comprese che più si avvicinava verso Roma e più l'ostilità
aumentava e così si diresse verso l'Adriatico e, una volta raggiunto,
cominciò la discesa verso il sud della penisola.
Il suo cammino fu caratterizzato da razzie e distruzioni, con
particolare accanimento verso quelle città che si dimostravano ostili,
come le colonie Romane di Lucera, Venosa e
Benevento.
Nei suoi movimenti era seguito a distanza da Fabio Massimo che
evitava in tutti i modi di farsi attirare in battaglia dal suo nemico e
che con operazioni tattiche di disturbo, infliggeva comunque delle perdite
nello schieramento Cartaginese.
Annibale variò ancora la sua direzione, lascio le zone
dell'Apulia e attraversò il Sannio. Puntava verso il territorio
fertile della Campania? Oppure come sostiene qualcuno puntava verso
Roma cercando di isolare la città, considerato che il suo esercito,
comandato da Fabio Massimo, era dietro di lui?
Secondo questa versione, l'obiettivo di questa sua marcia era
Cassino (Casinum) da dove avrebbe potuto proseguire velocemente
verso la sua meta.
E sempre secondo questa versione una delle sue guide confuse
Casinum, obiettivo di Annibale, con Casilinum, una
città a sud del fiume Volturno, all'interno di una pianura, l'agro
Falerno, chiusa dallo stesso fiume, dall'aspro monte Massico e dal
mare.
Fabio Massimo comprese subito l'occasione e assunse il controllo
dell'unico passo che consentiva la fuga da quella pianura: il passo da
cui il suo nemico era entrato in quella che si stava rilevando una vera e
propria trappola !
Ma ancora una il generale Cartaginese si dimostrò all'altezza della
situazione e, dopo aver devastato in lungo e in largo la pianura,
sotto lo sguardo attento ma passivo degli uomini di Fabio Massimo, con
uno stratagemma riuscì ad uscire da quella trappola.
Durante la notte fece radunare una mandria di duemila buoi e
alle loro corna fece legare degli arbusti secchi. Poi gli arbusti vennero
infuocati e i buoi spinti su per la collina.
I soldati romani, convinti che l'esercito Cartaginese stesse
tentando un disperato attacco, si posero all'inseguimento delle povere
bestie terrorizzate dal fuoco che bruciava sulle loro teste. Così facendo
diedero modo all'esercito avversario, guidato da Annibale, di sfuggire
all'assedio; soltanto la mattina successiva Fabio Massimo si rese conto
del trucco, ma non poté far altro che osservare la retroguardia
Cartaginese che si allontanava verso la Puglia.
L'inseguimento da parte di Fabio Massimo riprese come sempre
alternato da una serie di scaramucce provocate dall'intraprendente Marco
Minucio.
Ma dopo alcuni mesi il suo mandato finì e nel marzo del 216
a.C. si ritornò all'elezione dei due consoli che furono il popolare
Caio Terenzio Varrone, grande oppositore di Fabio Massimo, e
l'aristocratico Lucio Paolo Emilio.
Venne dichiarata immediatamente la mobilitazione generale
allo scopo di reclutare ben 4 legioni da affiancare alle 4 rimaste a
controllare le mosse di Annibale. A Roma si era generato un clima di
ritrovato entusiasmo nella convinzione che si stesse preparando un grande
offensiva nei confronti del nemico Cartaginese.
In più dalla Spagna arrivavano buone notizie: Publio
Scipione e suo fratello Gneo, avevano inflitto numerose
sconfitte alle truppe Cartaginesi, rimaste in Iberia, sotto il comando di
Annone, cugino del grande Annibale.
Sotto questi auspici si procedeva inesorabilmente verso quella che
veniva vista da entrambi gli schieramenti come la "resa dei conti". I
Romani ci arrivavano con forze più che doppie rispetto al nemico: un
totale di 8 legioni composte da quasi 90.000 uomini contro i 40.000 di
Annibale, il quale manteneva la superiorità della cavalleria (10.000
contro 6000), che era stata un elemento decisivo in tutte le precedenti
battaglie.
Il grande e rapido reclutamento operato dai nuovi consoli,
nascondeva un'altra insidia: l'inesperienza e la mancanza di
addestramento militare delle reclute.
Ma forse l'elemento più insidioso che gravava sui destini di
Roma, era la scarsa affinità e affiatamento dei due consoli.
Agli occhi dei Romani, tutte queste difficoltà venivano offuscate
dalla baldanza di Varrone che era arrivato a dichiarare che "la
guerra sarebbe finita il giorno che lui avesse visto il nemico".
I due eserciti si sarebbero scontrati nell'agosto del 216 a.c.
in Apulia (Puglia), nella pianura che si stende sotto la cittadella di
Canne, sulle rive del fiume Aufido (oggi Ofanto) e con il mare
Adriatico che fa da sfondo, dando vita ad una delle più cruente e
drammatiche battaglie della storia.
Per Roma fu una disfatta precedenti, mentre per Annibale era un
vittoria che sembrava preludere al suo ingresso trionfale nella città dei
sette colli.
Il comandante della sua cavalleria, il terribile Maarbale,
lo esortava senza mezzi termini:
"Annibale mandami avanti con i miei uomini e con i miei cavalli.
Tra cinque giorni ti preparerò la cena in Campidoglio".
La reazione di Annibale fece calare il gelo sui festeggiamenti,
il grande stratega non aveva alcuna intenzione di marciare contro
Roma. Per ricostruire l'argomentazione utilizzata dal generale, ci
avvaliamo dello splendido romanzo di Gisbert Haefs (Annibale, edizioni
Tropea) dove all'esortazione di Maarbale, Annibale risponde
così:
Roma ha mura alte e forti: come potremmo prenderla senza
torri d'assedio, senza catapulte, senza arieti,senza tutto ciò che è
necessario in un assedio ? Credete che quando arriveremo ci apriranno
le porte ? [...] Perfino se disponessimo di tutte le macchine
d'assedio del mondo, ci impiegheremmo sei, sette, otto mesi per
abbattere le mura e penetrare nella città. Nel frattempo amici, le
flotte di Roma riporterebbero indietro le truppe dalla Sicilia e
dall'Iberia e i suoi alleati latini allestirebbero nuove legioni. Così
diventeremmo noi gli assediati, tra le mura della città e le palizzate
degli accampamenti delle legioni [...] ".
Maarbale commentò con amarezza e rassegnazione: "Gli dei non
accordano tutti i loro doni ad un solo uomo. Annibale, tu sai
conquistare le vittorie, ma non le sai sfruttare".
Mentre Annibale rifletteva sul futuro della sua impresa, il sud
della penisola italiana si schierava dalla parte del condottiero africano:
gli apuli, i bruzi, i lucani, i sanniti e i campani si sottomettevano
al nuovo padrone.
Decisamente dalla parte di Roma restavano invece i popoli latini,
gli umbri, gli abitanti del Piceno e dell'Etruria.
In un momento così terribile, Roma comunque non crollò, non si
arrese e sotto la guida di Quinto Fabio Massimo cominciò a lavorare per la
sua rivincita.
Due giovani tribuni militari furono inviati a Canosa a recuperare i
legionari sbandati, verso i quali comunque Roma ebbe un atteggiamento
molto severo e impietoso.
Uno dei due tribuni militari era Publio Cornelio Scipione,
figlio d'arte, il quale si era già messo in evidenza nella battaglia della
Trebbia. Il giovane Scipione si fece raccontare più volte, da quei
legionari, tutte le fasi della terribile battaglia. Voleva comprendere le
strategie di Annibale, forse già sapeva che il suo destino lo avrebbe
portato ad incrociare la sua strada con quella del Cartaginese.
Roma si dimostrò altrettanto dura nei confronti dei suoi soldati
ancora prigionieri dell'esercito punico, rifiutando ogni trattativa e
scacciando con decisione l'inviato di Annibale, un punico di nome
Cartalo: Roma in questo modo rifiutava ogni possibile accordo e si
preparava a riscattare il suo onore violato.
La guida militare di Roma fu affidata ad una triade:
Quinto Fabio Massimo, Tiberio Sempronio Gracco e Marco Claudio
Marcello.
Nell'esercito Romano per la prima volta vennero arruolati anche
degli schiavi, quasi 8000, che presero il nome di "volones"
(volontari). Gli stessi furono resi liberi dall'erario romano, in
considerazione dei loro meriti di guerra maturati in una battaglia vinta
presso Benevento, sotto la guida di Tiberio Gracco.
Ma i problemi di Roma sembravano non dover finire mai: nel 216
a.C. moriva il re siracusano Gerone, grande alleato dei Romani.
La sua morte provocò una situazione di instabilità in tutta l'isola che
si concretizzò con la rivolta di molte città siciliane. Tra le città
ribelli c'era proprio Siracusa, dove la lotta per la successione di Gerone
venne combattuta tra una fazione filo-romana e una filo-cartaginese.
Quest'ultima fazione prevalse e i due nuovi pretori della città,
Ippocrate ed Epicide, respinsero l'ultimo tentativo di mediazione
operato da alcuni ambasciatori romani e si schierarono decisamente con i
Cartaginesi.
Marcello e Appio Claudio posero sotto assedio la città sia da
terra sia da mare. Probabilmente questo assedio sarebbe durato poco,
se nella città non ci fosse stato un certo Archimede, famoso matematico
e astronomo che però eccelleva anche nel ruolo di inventore di
macchine da guerra con le quali riusciva a tenere le truppe e le navi
romane, lontane dalle mura della città.
Gli storici antichi favoleggiano a proposito di "grandi mani" in
grado di afferrare le navi romane e di sollevarle in aria e di "specchi
ustori" in grado di incenerirle a distanza utilizzando l'energia
solare.
I Romani decisero allora di temporeggiare con Siracusa, dedicandosi
al resto della Sicilia, con l'obiettivo di riprendere il controllo delle
città che avevano violato i trattati di alleanza, tra le quali citiamo
Agrigento. Nell'isola sbarcarono anche truppe cartaginesi pronte a
sfruttare la situazione appoggiando i rivoltosi. In loro aiuto venne anche
la notizia che a Enna il presidio romano, comandato da Lucio
Pinario, aveva deciso di prevenire la ribellione della città
massacrando gran parte dei suoi abitanti. L'indignazione per questo atto
provocò la decisa ribellione di altre città siciliane.
Mentre in Sicilia moriva Gerone, Annibale, entrava nell'opulenta
Capua, una delle città che si era consegnata ai Cartaginesi. Capua con
il suo lusso e le sue raffinatezze rappresentò forse una sorta di arma
letale per la determinazione di un esercito che negli ultimi due anni
aveva marciato e combattuto senza sosta.
Per Annibale era determinante ricevere appoggi dalla sua
patria.
Suo fratello Magone, inviato a Cartagine era riuscito a
trovare sostegno e rinforzi, nonostante l'opposizione del
conservatore Annone. Ma si trattò di un sasso nello stagno:
mai infatti la sua patria offrì al suo grande condottiero quel sostegno
auspicato, che avrebbe potuto rilevarsi decisivo e forse modificare il
corso della storia.
La poca risolutezza di Annibale diede modo a Roma di riorganizzarsi
e di stringere intorno al generale Cartaginese una morsa che negli anni si
sarebbe fatta sempre più robusta.
I Romani utilizzarono una tattica di logoramento che cominciò a
creare seri problemi ad Annibale e soprattutto a generare sfiducia alle
popolazioni del sud dell'Italia che si erano schierate con
Cartagine.
Infatti, mentre l'esercito Cartaginese svernava a Capua, le truppe
romane si occupavano di riconquistare le altre città che si erano alleate
con Annibale. Quando Annibale si spostò verso la Puglia per espugnare
Taranto, le truppe romane assediavano con vigore Capua.
Le Legioni Romane evitavano lo scontro frontale con l'esercito
Cartaginese e si limitavano a piccole battaglie, anche se spesso cruente,
che si scatenavano per il controllo di alcune città.
In attesa di rinforzi dalla sua madre patria, Annibale stipulò
un'alleanza con Filippo V di Macedonia, ma anche lui finì per deludere
il generale. Infatti il comandante macedone si limitò ad un piccolo
tentativo di invasione dell'Illiria facilmente respinto dai
Romani.
Come abbiamo già detto nell'estate del 215 a.c, Annibale
aveva lasciato Capua e aveva ricominciato la sua campagna nel sud della
penisola. Nella sua testa c'era comunque l'idea fissa di conquistare
Taranto, il cui porto rappresentava un importante risorsa per
Annibale, nella speranza di ricevere sostegno e rinforzi da Cartagine.
Riuscirà a conquistare la perla dello Ionio, nel 213 a.c. grazie al
complotto di 13 giovani nobili tarantini guidati da due di loro, Nicone
e Filemeno, che permisero al generale di entrare nella mura
cittadine eludendo i controlli della guarnigione Romana.
Ma Annibale non riuscì ad impadronirsi dell'intera città,
infatti ben 5000 centurioni superstiti si asserragliarono nella
rocca, dalla quale riuscivano a mantenere il controllo sul porto.
E mentre Annibale si ostinava nel tentativo di espugnare la rocca
tarantina, i Romani stringevano Capua in un assedio mortale,
lasciandola praticamente senza viveri.
Ambasciatori campani si recavano costantemente presso il
grande Annibale chiedendo il suo intervento, ma lui continuava a
temporeggiare.
Nel 211 a.c., dopo ripetute sollecitazioni e quando la bella
Capua sembrava destinata ad arrendersi per fame, nel 211 a.c. Annibale
si convinse a tornare indietro e dare una mano ai suoi alleati
campani. Ma una volta arrivato a Capua dovette constatare che, aprire
un varco nello schieramento Romano per allentare l'assedio della città,
era un'impresa veramente ardua. Il primo scontro tra le truppe
Cartaginesi e quelle Romane, guidate da Appio Claudio e Fulvio Flacco, si
risolve a favore di quest'ultime.
Innervosito dalla situazione di stallo, Annibale decise di
ricorrere a un tentativo disperato e cioè quello di marciare direttamente
su Roma. Non credeva seriamente di poter conquistare la città, ma
sperava in questo modo di creare scompiglio nell'esercito Romano e di
allentare l'assedio su Capua.
Così prima di partire mandò a dire agli abitanti della città
campana che non li stava abbandonando, ma che al contrario stava operando
per liberarli dalla pressione Romana.
La sua risalita verso Roma in effetti creò allarme e scompiglio,
sia nella città che negli accampamenti militari, ma in ogni caso la
reazione fu molto disciplinata e solo il proconsole Fulvio Flacco a
capo di quindicimila fanti e mille cavalieri si diede all'inseguimento di
Annibale. Appio Claudio mantenne fermo l'assedio su Capua che quindi
non trovò alcun giovamento dall'iniziativa del generale
Cartaginese.
La risalita verso Roma dell'esercito punico fu costellata di
devastazioni e saccheggiamenti e questo aumentò il senso di terrore e
sbigottimento da parte degli abitanti della città dei sette
colli.
Annibale arrivò in prossimità della città attraverso il monte
Algido; forse da quelle alture osservò a lungo la grande città, che si
stendeva ai suoi piedi pur restando così lontana e
irraggiungibile.
Tentò di entrare nella città di Tuscolo, l'odierna
Frascati, ma i suoi abitanti gli negarono l'asilo e allora le
truppe Cartaginesi si recarono verso Gabii e poi proseguirono
ancora nella valle dell'Aniene, fino a porre i loro accampamenti a
poche miglia da Roma, probabilmente intorno alla zona della
Bufalotta.
Contemporaneamente le truppe comandate da Fulvio Flacco
arrivarono a Roma, entrando dalla Porta Capena. Trovarono una città in
stato di confusione quasi di panico: alcuni erano convinti che Annibale
fosse già in città e che la stesse saccheggiando.
Annibale lasciò l'accampamento con un gruppo di 2000 cavalieri e
si avvicinò minacciosamente alle mura della grande città,
probabilmente nella zona della Porta Collina, sulla via Salaria.
Guardò quelle alte e possenti mura che lo separavano dal suo grande
sogno e in quel momento comprese che la conquista di Roma era destinata a
restare proprio un sogno irrealizzabile.
Prese una lancia e la scagliò con decisione oltre le mura, nel
"campo scellerato", dove venivano seppellite vive le vestali che
violavano il loro voto di castità.
Gruppi di cavalieri Romani uscirono dalla porta Collina e
costrinsero i Cartaginesi alla fuga.
Annibale realizzò che il suo tentativo di distrarre i Romani
dall'assedio di Capua era fallito, la città campana era ormai da
considerarsi perduta, e che la sua presenza lì intorno alle mura di
Roma era altrettanto inutile; riprese quindi la via del Sud inseguito
dalle truppe del console Publio Sulpicio Galba.
Si prese la soddisfazione di di impartire una sonora lezione ai
suoi inseguitori, ma per il resto prese decisamente la direzione del
Bruzio ed in particolare di Reggio, abbandonando così Capua al suo triste
destino.
Infatti pochi mesi dopo i Romani entrarono in Capua; molti dei
senatori Campani che si erano resi protagonisti del tradimento, con in
testa Vibio Virro, si suicidarono con il veleno, gli altri furono
trucidati dalle truppe guidate dal proconsole Quinto Fulvio Flacco. La
città venne risparmiata ma perse definitivamente ogni autonomia
amministrativa.
Nel 209 a.c. anche Taranto tornava sotto il controllo di
Roma; il tradimento del comandante della guarnigione Cartaginese,
consentiva a Quinto Fabio Massimo di riappropiarsi di questa
importante città, sottraendola al suo avversario. Anche in questo caso la
vendetta fu spietata e la città venne saccheggiata in lungo ed in
largo.
In Sicilia nel 212 a.c. a Marco Claudio Marcello si era
presentata la grande occasione per riconquistare Siracusa. Erano
passati più di 3 anni da
quando la città siciliana si era ribellata al potere di Roma e
l'assedio delle truppe romane si era fino ad allora rilevato
vano.
L'occasione fu rappresentata dai festeggiamenti dedicati alla
dea Diana e dal conseguente rilassamento dei soldati messi a protezione
delle mura. Sfruttando quindi la sbornia generale degli
assediati e sopratutto alcune complicità in città, Marcello riuscì
finalmente a penetrare all'interno delle mura ed in poco tempo ad assumere
il controllo dell'intera Siracusa. Negli scontri perse la vita anche
Archimede, probabilmente ucciso da un soldato che non comprese chi
fosse quel vecchio con la barba che disegnava figure geometriche nella
sabbia e che non rispondeva alle sue domande.
In Iberia nel 211 a.c., i fratelli Gneo e Publio Scipione
perdevano la vita sotto i colpi inferti dalla truppe Cartaginesi, guidate
da Asdrubale Barca, fratello di Annibale.
Le legioni sconfitte furono salvate dalla completa distruzione
dalla determinazione di un cavaliere: Lucio Marcio.
Dopo la caduta di Capua, a Lucio Marcio venne affiancato Claudio
Nerone, uno dei generali protagonisti dell'assedio, che venne inviato
in Spagna alla guida di un consistente contingente di truppe. Si cercava
di restituire spessore al presidio Romano che aveva come principale
obiettivo quello di impedire ad Asdrubale Barca di arrivare in Italia e
fornire al fratello quei rinforzi tanto attesi.
Quando però si trattò di votare il nuovo proconsole a cui
assegnare il comando delle legioni in Spagna, il popolo Romano assegnò
questo importante e delicato incarico a Publio Cornelio Scipione, figlio
del defunto Publio, nonostante la sua giovane età: 24 anni.
Era il 210 a.c. quando il giovane Scipione partiva per
l'Iberia, dando il via a una serie di eventi che lo avrebbero reso
uno dei più grandi eroi della storia di Roma antica: l'uomo che
sconfisse Annibale.
Con le sue grandi doti di comunicazione Publio Scipione si
conquistò subito la fiducia dei suoi uomini e insieme a loro inanellò una
serie di vittorie con le quali riuscì a colpire al cuore il potere che i
Barca avevano instaurato in Iberia.
Scipione non si limitò a difendere i territori a est dell'Ebro, ma
portò la guerra in modo deciso nel cuore della penisola Iberica. Nel
209 a.c. conquistò Nuova Cartagine, che era considerata la capitale dei
possedimenti Cartaginesi nella penisola, e poi nel 208 a.c. conquistò la
città di Bacula, il cuore della zona mineraria da dove si estraevano
grandi quantità di argento. Quelle miniere avevano permesso a Cartagine di
pagare i pesanti debiti accumulati con Roma alla fine della prima guerra
punica e avevano fornito il sostegno economico necessario a scatenare la
seconda.
Non contento delle sue conquiste iberiche, Publio Cornelio
Scipione si recò in Africa a cercare alleati all'interno della Numidia
da cui provenivano i famosi cavalieri che costituivano la cavalleria
Cartaginese. In questa regione esistevano due regni con due Re: Siface
e Massinissa. Entrambi erano alleati di Cartagine, ma Siface, in virtù
della sua rivalità nei confronti di Massinissa, sembrava disponibile ad
accordarsi con Roma. In questo modo Scipione cercava di prepararsi il
terreno per una campagna africana con la quale spostare il teatro della
guerra, andando a insidiare direttamente la città di Cartagine.
Perso ormai il controllo dell'Iberia, Asdrubale Barca
decise di affrontare il lungo viaggio che lo avrebbe portato in Italia
con quei rinforzi che il fratello Annibale aspettava da anni.
Così nel 207 a.c. a capo di un contingente di 30.000 uomini e
più di 30 elefanti, ripetendo le gesta del fratello, varcava le Alpi ed
entrava in Italia.
A fronteggiare la nuova e imprevista situazione non ci sarebbe
stato più il valente generale Claudio Marcello, caduto nel 208 a.c. in
un'imboscata mentre affrontava l'esercito Annibalico nei pressi di Venosa.
Una perdita sicuramente importante per il sistema militare
Romano.
L'arrivo di Asdrubale era un evento che rischiava di stravolgere le
sorti di una guerra altrimenti destinata a decretare la sconfitta di
Annibale, ormai confinato nella parte più estrema del Bruzio (Calabria) e
incapace di adottare una strategia vincente. Del resto era fin dalla
vittoriosa battaglia di Canne che il generale Cartaginese aspettava
rinforzi, un'attesa fino a ieri risultata vana.
I Romani a loro volta sapevano che dovevano evitare a tutti i
costi la fusione dei due eserciti e quindi il console Caio Claudio Nerone
venne inviato a fronteggiare la risalita di Annibale, mentre il console
Marco Livio Salinatore fu destinato a bloccare la discesa di
Asdrubale.
Il Senato di Roma non era preoccupato solamente dalla situazione
oggettivamente difficile, ma anche della forte rivalità che esisteva tra i
due consoli e il fatto che i due avrebbero combattuto su fronti separati
rappresentava un motivo di tranquillità.
Marco Livio Salinatore, si portò nella zona di Senigallia,
bloccando il passo ad Asdrubale che aveva raggiunto senza fatica Rimini,
mentre Claudio Nerone si trovò a fronteggiare il fratello più famoso nella
zona di Venosa, là dove aveva perso la vita Claudio
Marcello.
Era un momento di stallo; Annibale aspettava di ricevere
notizie dal fratello, prima di decidere qualsiasi iniziativa; non
sapeva che i messaggeri inviati da Asdrubale erano stati intercettati da
Claudio Nerone e che dalla missiva che essi recavano, il console aveva
appreso che Asdrubale proponeva al fratello un incontro a metà strada e
cioè in Umbria.
Nerone al contrario dimostrava una certa insofferenza:
pensava che fosse determinante isolare Asdrubale e attaccarlo in modo
deciso, prima che Annibale avesse il tempo di decidere qualsiasi
cosa.
Nerone era un tipo abbastanza irrequieto e quindi decise di
sconvolgere lo scenario della guerra con un'iniziativa personale, senza
attendere il parere del Senato di Roma e senza consultarsi con il suo
collega.
Lasciò di soppiatto gli accampamenti di fronte ad Annibale e
insieme a un contingente di truppe, composto da 7000 legionari scelti
tra i migliori, prese la via del Piceno, dove si sarebbe
ricongiunto all'esercito dell'altro console. Studiò i tempi in modo che
sia il Senato, sia il suo collega, avrebbero appreso le sue intenzioni
quando queste si fossero già tramutate in un dato di fatto.
Questa sua decisione fu sicuramente azzardata ma comunque vincente
e decisiva per le sorti della seconda guerra punica: con la sconfitta di
Asdrubale svanirono infatti le ultime speranze di Annibale.
Annibale sconvolto decise di ritirarsi nel Bruzio, ai
margini della penisola, dove contava di riuscire a resistere alla furia
vendicatrice di Roma: solo resistere, perché il suo sogno di
conquistare Roma e l'Italia era ormai definitivamente morto.
Roma al contrario fu travolta da un clima di euforia dovuto allo
scampato pericolo.
Anche la Spagna, sotto la guida del giovane Publio Cornelio
Scipione, era ormai in balia di Roma.
Nel 206 a.c. infatti, dopo una battaglia tenutasi a Ilipa nei
pressi di Siviglia, la penisola Iberica finiva completamente sotto il
controllo Romano:
Scipione sconfiggeva un altro componente della famiglia dei
Barca, Magone altro fratello di Annibale, costringendolo ad
abbandonare definitivamente il suolo Spagnolo.
Per il giovane comandante fu un'affermazione importante che decretò
la sua definitiva consacrazione agli occhi del popolo di Roma.
Tornato a Roma nel 205 a.c., Scipione si candidò alla carica di
console e, nonostante l'opposizione del grande Fabio Massimo, venne eletto
a furor di popolo.
Publio Cornelio Scipione proponeva un atteggiamento
decisamente offensivo rivolto ad alzare il livello della guerra con lo
scopo di raggiungere la vittoria definitiva; nei suoi programmi c'era
l'invasione dell'Africa e quindi la conquista di Cartagine. Di contro
Fabio Massimo parlava di pace e sosteneva che il giovane Scipione
"era un giovane pazzo che avrebbe trascinato Roma nella catastrofe".
Ma Scipione si era conquistato il favore popolare e quindi le sue
idee prevalsero nonostante l'opposizione di Fabio Massimo e di una parte
consistente del Senato. Mentre al suo collega Publio Licinio Crasso
venne assegnato il Bruzio e quindi il confronto con Annibale, a Scipione
venne concessa la possibilità di portare la guerra in Africa, anche se
avrebbe potuto contare solo sui reduci della guerra di Canne, quelli che
erano stati esiliati in Sicilia.
Proprio in Sicilia il giovane comandante poté preparare la sua
spedizione che prese il via nella primavera del 204 a.c.; Scipione
approdò in Africa al comando di 25.000 uomini.
Il suo esordio nella terra africana non fu certo dei più facili,
provò infatti a espugnare Utica, una città fortificata molto
vicina a Cartagine, ma il suo tentativo risultò vano anche perché
contro di lui si mossero il generale Fenicio Giscone e il Re Numida
Siface, proprio quel Siface che Scipione aveva tentato di far
diventare suo alleato.
Per evitare problemi Scipione fece rinforzare i propri
accampamenti, i "castra Cornelia", così da creare una fortezza
inespugnabile; i Romani da assedianti diventavano assediati, anche se la
loro posizione sembrava sufficientemente sicura.
Intanto in Italia era arrivato Magone, l'altro fratello di
Annibale, il quale era riuscito a sbarcare in Liguria. Magone non
riuscì mai a muoversi da quella posizione e quindi il suo tentativo di
portare rinforzi a suo fratello fallì; attaccato dalle legioni Romane
venne sconfitto e ferito seriamente.
In Africa, a rompere l'isolamento di Scipione venne in soccorso
Massinissa, l'altro Re Numida, rivale di Siface sia per questioni di
potere sia per questioni di cuore; Siface aveva sposato la bella
Sofonisba di cui Massinissa era da tempo innamorato.
L'arrivo di Massinissa a fianco dei Romani, preoccupò seriamente
Siface che cercò di avviare trattative di pace con Scipione, il
quale propose un accordo che prevedeva il ritorno di Annibale in patria,
la rinuncia definitiva di Cartagine alla Spagna, alla sua flotta e il
pagamento di un pesante tributo.
Era il 203 a.c. quando l'accordo venne approvato sia dal
Senato Romano sia dal governo Cartaginese; mentre la fine della guerra
sembrava a portata di mano, una flotta mercantile Romana venne aggredita
in mare da navi Cartaginesi. Alle vibrate proteste di Scipione i
Cartaginesi risposero con un atteggiamento ostile che convinse il
comandante Romano a passare all'azione.
Alcune fonti dicono che le trattative di pace tra Scipione e i
Cartaginesi furono solo un espediente del comandante Romano per
allentare la tensione intorno ai suoi accampamenti sfruttando poi
l'occasione per sferrare un attacco a sorpresa.
In ogni caso Scipione decise di rompere la tregua in modo
unilaterale e con un'azione notturna attaccò gli accampamenti di
Siface e Giscone, bruciandoli e provocando un'autentica
strage.
Le truppe guidate da Caio Lelio e da Massinissa inseguirono i
fuggitivi per poi attaccarli nella località chiamata "Campi Magni". Fu una
vittoria netta per i Romani, con il Re Siface che cadde
prigioniero.
Sofonisba fu una vittima indiretta di questo conflitto, visto che
preferì suicidarsi con il veleno piuttosto che diventare prigioniera dei
Romani.
Ottenuta questa brillante vittoria, Scipione pose l'assedio
direttamente a Cartagine che comunque, con le sue possenti mura,
rappresentava un baluardo difficile da espugnare. In ogni caso i
Cartaginesi inviarono ambasciatori ad Annibale chiedendogli di tornare in
Africa per difendere la patria dall'attacco di Scipione.
Così nella primavera del 203 a.c., dopo 15 anni, Annibale
lasciava definitivamente l'Italia per tornare nella terra natìa che aveva
lasciato quando era ancora un bambino. Anche se il conflitto era
ancora incerto, la partenza di Annibale creò un clima di grande euforia
nel popolo Romano, che in quei 15 anni aveva vissuto nel terrore
rappresentato da un nemico che sembrava invincibile.
Arrivato in Africa il comandante punico si posizionò ad
Adrumeto, presso i possedimenti dalla sua famiglia, da dove si
preparò per quello che sarebbe stato lo scontro finale.
Nel 202 a.c. i due eserciti in movimento si trovarono di fronte
nei pressi di Zama e si schierarono per la battaglia: una battaglia
che avrebbe cambiato il corso della storia.
Con la grande affermazione dell'esercito Romano comandato da
Scipione, terminò di fatto, dopo 17 anni di guerra, la seconda guerra
punica: ora bisognava costruire la pace.
E per paradosso fu proprio Annibale ad insistere con il suo popolo
affinché si facesse la pace con i Romani, a qualunque costo.
E il costo fu alto anche se accettabile.
Scipione propose agli emissari Cartaginesi le seguenti
condizioni:
Cartagine avrebbe rinunciato ai territori Africani
della Numidia, che venivano assegnati all'alleato Massinissa;
Cartagine avrebbe rinunciato alla sua flotta, tranne che per dieci triremi;
Cartagine avrebbe rinunciato ai suoi elefanti;
Cartagine avrebbe rinunciato a qualsiasi
guerra, senza aver avuto un approvazione preventiva da Roma;
Cartagine avrebbe versato nelle casse di Roma
diecimila talenti d'argento, una cifra notevole. Quando le condizioni vennero illustrate al popolo Cartaginese si
creò una frangia di oppositori che si schierò contro l'accordo. Fu
proprio la determinazione di Annibale (che strano paradosso) a convincere
l'assemblea ad accettare queste condizioni, che comunque
salvaguardavano l'esistenza di Cartagine.
Anche Scipione dovette faticare per far accettare le condizioni al
Senato Romano, che le giudicava troppo morbide.
In ogni caso nel 201 a.C. il trattato di pace venne ratificato e
la seconda guerra punica si concludeva ufficialmente lasciando a Roma il
ruolo di unica potenza mediterranea.
Per Annibale cominciò un periodo difficile che alcuni anni più
tardi lo costringerà all'esilio.
Per Publio Cornelio Scipione invece arrivò il meritato trionfo e
addirittura un nuovo cognomen: "Africanus". La storia lo ricorderà per
sempre come Scipione l'Africano. |