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La conquista dell'Oriente
riferimenti cronologici:
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Argomenti principali:
La pace che ne era venuta fuori era riuscita a scontentare tutti,
sia a Roma sia a Cartagine il trattato firmato trovava feroci oppositori.
Il partito della guerra ad oltranza era molto forte in entrambe le città.
In ogni caso Roma, con la sua vittoria, acquisiva un nuovo ruolo e
da grande potenza italica si trasformava in una grande potenza
mediterranea, preparandosi a realizzare il suo grande destino di vera e
unica potenza mondiale.
Sul fronte interno, quello italiano, le conseguenze della guerra
provocarono una grossa trasformazione sociale; la guerra aveva
provocato la distruzione di enormi risorse e impoverito soprattutto il sud
della penisola. Le città che avevano tradito l'alleanza con Roma erano
state distrutte mentre quelle che erano rimaste fedeli erano comunque
ridotte allo stremo anche perché l'esercito negli anni si era accaparrato
gran parte delle risorse, sia alimentari sia umane: tutto ciò aveva
provocato il totale abbandono dei campi.
Iniziava così quel processo di concentrazione dei piccoli
appezzamenti di terra che si trasformavano in grandi latifondi controllati
dalla nobiltà. Questi latifondi venivano accresciuti anche affittando
le parti migliori dell'agro pubblico formato dai terreni strappati
ai nemici durante la guerra.
I latifondi venivano coltivati sopratutto dagli schiavi che
sempre di più affluivano in Italia in virtù delle grandi vittorie militari
Romane.
Sul fronte esterno, quello delle nuove province, l'espansione
territoriale apriva nuovi scenari e comportava altrettante modifiche nel
tessuto sociale ed economico della città. Dalle province arrivava
nuova ricchezza, legata allo sfruttamento delle risorse naturali,
si creavano nuove professioni, come gli appaltatori o i
pubblicani (che avevano in appalto l'esazione delle tasse). Dalle
regioni conquistate arrivavano poi un consistente numero di schiavi
e quindi una grande disponibilità di manodopera a costo molto basso
(il costo della sussitenza). La necessità di amministrare queste province,
affidate ad un magistrato chiamato propretore, allargò notevolmente
le possibilità di carriera politica. Diventare propretore significava
anche garantirsi buone possibilità di arricchimento grazie all'ampio
potere politico, giudiziario e militare di cui il magistrato Romano
disponeva.
Le conquiste militari ponevano poi un problema di equilibri
all'interno della costituzione Repubblicana. Infatti i generali che si
rendevano protagonisti di grandi vittorie acquisivano grande prestigio,
grandi ricchezze e soprattutto un protagonismo politico che si
contrapponeva al potere del Senato.
Il caso di Publio Cornelio Scipione diventato salvatore di
Roma a soli 26 anni è emblematico: il popolo gli offerse il ruolo di
console a vita che lui chiaramente rifiutò. Emblematica fu anche
l'ostilità dichiarata nei suoi confronti della parte più conservatrice del
Senato, guidata da Marco Porcio Catone: a pochi anni dalla sua
grande impresa, Scipione fu costretto a ritirarsi a vita privata per
evitare che l'ostilità del Senato si tramutasse in una condanna
giudiziaria disonorevole.
Quindi con Scipione l'Africano, il Senato riuscì ad evitare che
il potere personale acquisito dal generale avesse riflessi pesanti sulla
vita politica, ma negli anni a seguire i senatori di Roma non riuscirono a
frenare i tentativi di Mario, di Silla, di Pompeo e infine di Giulio
Cesare che segnò il passaggio definitivo dalla Repubblica
all'Impero.
Comunque Roma, dopo la guerra con Cartagine era avviata ad un'era
di grandi conquiste militari con le quali espandere il suo potere in tutto
il mediterraneo, che rappresentò la prima grande frontiera della grande
espansione Romana.
La prima occasione fu la richiesta d'aiuto che proveniva da
alcune città della Grecia che invocavano la protezione Romana nei
confronti di Filippo V di Macedonia.
Questa richiesta di aiuto provocò uno scontro politico tra la
fazione più progressista del Senato, guidata da Scipione l'Africano e
Tito Quinzio Flaminino, e quella più conservatrice, guidata da
Marco Porcio Catone che vedeva la Grecia e la sua cultura come il fumo
negli occhi.
Alla fine prevalse lo logica interventista, anche perché Filippo
V di Macedonia si era alleato con Antioco III di Siria, grande sovrano
orientale e che mirava ad espandersi verso i regni di Pergamo e di
Egitto; questa alleanza rischiava di diventare una seria minaccia per
Roma.
Le truppe macedoni furono sbaragliate nel 197 a.C. a Cinofecale
(Tessaglia), da una spedizione militare guidata proprio da Tito
Quinzio Flaminino che con questo atto pose la Grecia sotto la protezione
Romana.
Ma la vittoria su Filippo V di Macedonia non aveva frenato la
volontà espansionistica di Antioco III che oltretutto si avvaleva di
un grande stratega militare: Annibale, fuggito da Cartagine e
rifugiatosi proprio in Siria.
La spedizione venne affidata a Lucio Cornelio Scipione,
fratello del più illustre Africano al quale il Senato aveva invece
negato il comando. Era chiaro per tutti che se formalmente il comando
era affidato a Lucio, il comando effettivo sarebbe stato esercitato da
Publio che figurava come luogotenente del fratello.
Le velleità di Antioco si scontrarono con la potenza dell'esercito
Romano e le truppe Siriache vennero prima sconfitte alle Termopili da
Marco Acilio Glabrione, poi dagli Scipioni nel 190 a.C. presso Magnesia e
infine in uno scontro navale presso Chio.
La Siria non venne ridotta al rango di una provincia Romana, ma le
sue ambizioni vennero in ogni caso ridimensionate a vantaggio dei regni di
Pergamo e Rodi.
La vittoria permise a Lucio Cornelio Scipione di fregiarsi
dell'appellativo di Asiatico.
Al ritorno da questa spedizione i fratelli Scipione vennero
accusati di essersi impadroniti di un'ingente somma di denaro e subirono
un processo. L'Africano venne assolto dall'accusa mentre suo fratello
venne condannato. Questo ulteriore attacco alla sua persona e alla sua
famiglia indusse l'eroe che aveva sconfitto Cartagine ad abbandonare la
ribalta politica.
Nel 178 a.C. la Macedonia, sotto la guida di Perseo, figlio del
defunto Filippo V, cominciò una politica fortemente anti-romana,
che produsse come conseguenza una nuova guerra. Era il 171
a.C. quando scoppiò il conflitto che si concluse appena tre anni dopo.
Nel 168 a.C., presso Pidna, le truppe Romane comandate dal console
Lucio Emilio Paolo sbaragliarono i loro avversari e catturarono anche il
Re Perseo. Alcuni anni più tardi, nel 148 a.C., anche la
Macedonia perderà definitivamente la sua indipendenza, diventando
provincia Romana.
Anche la Grecia finì sotto gli strali di Roma, a causa
dell'atteggiamento ambiguo di alcune sue importanti città. Per
garantirsi in futuro la loro fedeltà, Roma pretese la consegna di ostaggi
illustri e tra questi lo storico Polibio.
Nel 146 a.C. Roma attaccò la lega Achea conquistando la città di
Corinto e creando la provincia di Acaia: finiva così l'indipendenza
delle città greche.
Ma quello che si andava configurando era un nuovo conflitto con
la grande avversaria dell'ultimo secolo: Cartagine.
Marco Porcio Catone si dimostrava inflessibile quando chiedeva al
Senato di distruggere in modo definitivo Cartagine.
"Ceterum censeo Carthaginem essa delendam" ("e io ritengo
che Cartagine debba essere distrutta"): così finivano tutti gli interventi
di Catone, qualunque fosse l'argomento in discussione.
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