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La IIIª Guerra Punica
riferimenti cronologici:
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Argomenti principali:
Dopo la fine della seconda guerra punica, Cartagine aveva
completamente rinunciato alle sue idee di espansione marittima e anche al
suo impero commerciale, dedicandosi in modo intensivo
all'agricoltura.
Con questa nuova vocazione agricola era riuscita in pochi anni a
sviluppare nuova ricchezza e prosperità nonostante il pesante debito di
guerra da pagare a Roma.
Questa nuova prosperità preoccupava i grandi aristocratici romani,
legati all'agricoltura da vincoli antichi e forse interessati a sfruttare
le fertili terre del territorio Africano.
A capo di questo movimento era Marco Porcio Catone che
si dimostrava inflessibile
quando chiedeva al Senato di distruggere in modo definitivo
Cartagine.
"Ceterum censeo Carthaginem essa delendam" ("e io ritengo
che Cartagine debba essere distrutta"): così finivano tutti gli interventi
di Catone, qualunque fosse l'argomento in discussione.
A lui replicava debolmente Cornelio Scipione Nasica, cugino
di Scipione Africano, che concludeva ogni suo discorso dicendo "io sono
convinto che Cartagine debba vivere".
Intanto Cartagine continuava a soffrire delle continue incursioni
di Massinissa, Re di Numidia e alleato dei Romani, che continuava
ad appropriarsi di parte del territorio punico.
I Cartaginesi continuavano a rivolgersi a Roma per ottenere il
diritto a difendersi; il trattato di pace stipulato alla fine della
seconda guerra impediva infatti a Cartagine di scendere in guerra se non
espressamente autorizzata dal Senato di Roma.
Esasperati dall'indifferenza di Roma, nel 150 a.C. entrarono in
conflitto con Massinissa, creando il pretesto ideale affinché i Romani
potessero attaccare la grande nemica africana, dando così
soddisfazione all'implorazione catoniana.
Nel 149 a.c., sotto la guida dei consoli Lucio Censorino e Manio
Manilio, Roma invia in Africa un corpo di spedizione composto da 80.000
uomini. Della spedizione fa parte anche il tribuno militare
Scipione Emiliano, adottato nella gens Cornelia dal figlio maggiore
di Scipione Africano e ora diventato un alleato di Catone il Censore che
ne tesseva le lodi.
Sbarcati ad Utica, i Romani si incontrarono con gli
ambasciatori punici con i quali raggiunsero un accordo di pace che
imponeva a Cartagine numerose condizioni tra cui la consegna di giovani
ostaggi. Quando la terza guerra punica sembrava scongiurata, il console
Censorino cambiò strategia ribadendo agli ambasciatori punici il
proposito di distruggere Cartagine e imponendo loro l'evacuazione della
città.
La nuova doccia fredda provocò una rivolta antiromana da
parte della popolazione Cartaginese, la quale rifiutò di abbandonare la
città e si preparò all'inevitabile scontro decisivo. La città venne
fortificata e ovunque sorgevano improvvisate fabbriche d'armi; le donne
offrirono addirittura i loro capelli per fabbricare delle corde.
Così cominciò l'assedio di Cartagine, che non sarebbe stato così
facile come i Romani si erano probabilmente immaginati.
Nel 148 a.C., Scipione Emiliano divenne console pur non
avendo l'età giusta; il fascino di un nuovo Scipione rappresentava per il
popolo Romano una sufficiente garanzia di successo.
Tornato in Africa si rese protagonista della costruzione di un
grande molo con il quale intendeva bloccare l'accesso al porto di
Cartagine, isolando completamente la città. Ma i Cartaginesi risposero con
la costruzione di un grande tunnel con il quale riuscivano a uscire e a
entrare nella città. Riuscirono addirittura a costruire nuove navi in
un'insenatura nascosta.
Solo nel 146 a.C. le truppe al comando di Scipione Emiliano
ebbero ragione dei loro avversari e riuscirono a penetrare in città,
anche grazie all'abilità del "legato" Caio Lelio. La battaglia
proseguì casa per casa, ma alla fine i Romani riuscirono ad espugnare
Cartagine che venne completamente distrutta.
Scipione Emiliano contemplava la distruzione con un velo di
tristezza, pensando che un giorno tale destino sarebbe potuto toccare
anche alla sua Roma.
L'Emiliano tornerà a Roma da grande trionfatore, anche
se dietro di sé lasciò una scia di distruzione che aveva segnato il
momento peggiore della già lunga storia di Roma.
Dopo più di un secolo finiva il grande conflitto tra Roma e
Cartagine con la completa distruzione di quest'ultima e con la
trasformazione del suo territorio in Provincia Romana.
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