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STEFANO III

Siciliano
Papa dal 26 marzo 768
al 26 aprile 772

L'ambizione di conquistare il seggio pontificio, simbolo ormai inequivocabile di potere, scatenò fortemente le aspirazioni non solo nei diversi strati del clero, tra presbiteri, diaconi e suddiaconi, ma perfino negli ambienti laici; venne a farsi strada il concetto che potesse diventar papa anche un qualsiasi cittadino. Salirono alla ribalta le correnti aristocratiche e popolari in lotta per la difesa di interessi materiali; Paolo I era gravemente ammalato nél convento di S. Paolo e già si litigava per la successione.
L'autentico successore di Paolo I si ebbe però solo 13 mesi dopo la sua morte; si trattò di una vera e propria "sede vacante", durante la quale nel vortice dei tumulti cittadini si succedettero sul trono di S. Pietro due autentici usurpatori, considerati poi antipapi.
Il duca di Nepi, Totone, assieme a tre suoi fratelli e una schiera di armati, appena saputo che Paolo I era moribondo, si era precipitato a Roma impegnandosi in una serie di trattative con i nobili della città per imporre sul trono suo fratello Costantino; il primicerio Cristoforo, che avrebbe dovuto fungere da vicario nel periodo di sede vacante, si trovò impreparato ad opporsi alla forza laica. Aveva abbandonato morente il papa per cercare di approdare ad una regolare elezione, ma in realtà si nascose con i suoi figli; era terrorizzato. Paolo I morì pertanto assistito dal solo cardinale Stefano, il 28 giugno del 767, e il giorno dopo Roma aveva già il nuovo pontefice.
Totone radunò la maggior parte dei notabili romani nel suo palazzo e, sotto la presenza minacciosa delle schiere di armati, fece eleggere suo fratello Costantino, dopo di che lo condusse in Laterano. C'era l'inconveniente che Costantino era un comune laico, ma Totone non si perse d'animo; costrinse il vescovo di Preneste, Giorgio, a nominarlo chierico e a somministrargli, uno dietro l'altro, gli ordini di suddiacono e diacono nell'oratorio di S. Lorenzo. La domenica successiva così, il 5 luglio, in S. Pietro, lo stesso Giorgio poteva consacrarlo papa. Si trattò chiaramente di una elezione illegale, principalmente perché ottenuta con l'esclusione del clero, che aveva la precedenza assoluta nel diritto di voto; tuttavia Costantino, sempre guidato dal fratello Totone, ebbe la sfrontatezza di comunicare la sua elezione a Pipino, rinnovandogli l'amicizia dei suoi "predecessori". Il re franco non rispose a quella lettera, e neanche a una seconda in cui Costantino lo pregava di non dare ascolto ad eventuali calunnie che potessero giungergli sul suo conto. Pipino probabilmente si era reso conto che qualcosa di poco regolare era accaduto, ma non volle interferire.
La reazione venne dall'interno della stessa Chiesa; il primicerio Cristoforo e suo figlio Sergio, sagrestano pontificio, organizzarono una congiura. Finsero di volersi fare monaci e Costantino, ben lieto di togliersi di torno due dichiarati nemici, concesse loro di abbandonare Roma e ritirarsi nel convento di S. Salvatore. I due invece raggiunsero Pavia e denunciarono a Desiderio la situazione scandalosa verificatasi sul trono papale; il re longobardo, desideroso di intromettersi in un'elezione pontificia, concesse loro l'aiuto di una schiera e li fece accompagnare dal suo fedele presbitero Valdiperto. Il gruppo arrivò a Roma il 28 luglio del 768 a ponte Salario e il giorno dopo penetrò attraverso porta S. Pancrazio in città. Si ebbe una serie di scontri armati nelle strade durante i quali il duca Totone restò ucciso ad opera di Grazioso, il cognato di Sergio, che come "premio" venne eletto dux del ducato romano. Costantino si rifugiò con l'altro fratello Passivo in Laterano, ma ogni resistenza fu vana. Finirono in carcere.
I tumulti seguitavano ugualmente; Valdiperto il 31 luglio radunò la fazione filolongobarda e si portò al convento di S. Vito sull'Esquilino; il presbitero Filippo fu preso, condotto in Laterano e consacrato papa. Venne offerto addirittura un banchetto ufficiale ai grandi ecclesiastici e laici, ma il giorno dopo il suo pontificato era già finito. L'l agosto Cristoforo s'impose nella sua qualità di primicerio e chiese l'allontanamento di Filippo. Questi, senza frapporre difficoltà, si ritirò nel suo monastero sull'Esquilino e la schiera filolongobarda si trovò in mezzo ad un raggruppamento di clero e popolo con i nervi a fior di pelle, deciso a fare piazza pulita, in un miscuglio di fanatismo pseudoreligioso e vendette personali.
L'usurpatore Costantino, trascinato per le vie di Roma tra lo scherno e le beffe dei nemici, fu rinchiuso nel convento di Cellanova sull' Aventino e il 6 agosto venne deposto. A vescovi e cardinali da lui creati furono strappati gli occhi; la stessa sorte subì più tardi Costantino per iniziativa personale di Grazioso. Per l'elezione del papa si riuscì a trovare un accordo sul candidato proposto da Cristoforo; quel presbitero Stefano, titolare della chiesa di S. Cecilia, che era rimasto fuori dai tumulti ed oltretutto aveva assistito da solo l'agonia di Paolo I.

Stefano III fu dunque consacrato il 7 agosto del 768; ma i tumulti non si spensero subito. Anche il presbitero Valdiperto, che aveva cercato d'imporre sul soglio pontificio un uomo evidentemente di fiducia dei Longobardi, fu vittima della sete di vendetta dei Romani; rifugiatosi nel Pantheon, fu scovato dietro la statua di un santo, gettato in carcere e selvaggiamente trucidato. Questo episodio non fece che accrescere l'aperto contrasto con cui Stefano III iniziava il pontificato; quindi pensò di scrivere a Pipino pregandolo di inviare alcuni vescovi della Chiesa franca al concilio che egli aveva intenzione di convocare a Roma per chiarire nuovamente le questioni giuridiche relative all'elezione pontificia. Alla lettera risposero i figli di Pipino, perché questi era morto il 24 settembre del 768; Carlo e Carlomanno assicurarono l'invio a Roma di dodici vescovi tra i quali Turpino di Reims.
Il concilio si aprì in Laterano il 12 aprile del 769; nella prima sessione si svolse un processo a Costantino in due giorni e finì in un pestaggio dell'accusato. Costui, accecato, si era difeso abilmente, tirando in ballo l'esempio di altri vescovi, quali Sergio e Stefano di Napoli, saliti al soglio episcopale dallo stato di semplici laici. Era la verità; ma fu una cosa che eccitò il risentimento di alcuni preti che si scagliarono su Costantino in pieno concilio, lo presero a calci, lo calpestarono, trascinandolo fuori. Anche se la sua fine ci è ignota, è facilmente intuibile; e tutto ciò non dà certo prestigio e decoro ad un'assemblea presieduta da un papa. Il concilio bruciò ovviamente i documenti ufficiali del falso pontefice e, per quanto riguarda l'elezione pontificia, fu deciso di vietare la partecipazione dei laici, lasciando ad essi unicamente il diritto di acclamazione.
Stefano III si illudeva comunque di aver "ripulito" l'ambiente ecclesiastico di Roma: i veri padroni della città restavano Cristoforo e Sergio. Appartenenti a nobili famiglie, potevano contare su un gran numero di seguaci: erano persone disposte alla lotta ad oltranza per la supremazia, ora che avevano avuto un seguito militare, e contavano di utilizzare il papa a proprio piacimento considerandolo una loro creatura.
Stefano III si rese conto di essere entrato in un giro vizioso; i figli di Pipino il Breve erano in discordia tra loro per la scissione del regno e quindi aveva poco da sperare dai Franchi. Non voleva essere un pupazzo in "mano a due burattini come Cristoforo e Sergio e quindi decise segretamente un riavvicinamento ai Longobardi; per le trattative fece da intermediario Paolo Afiarta, capo del partito longobardo in Roma.

Desiderio nel 769 annunciò un suo pellegrinaggio a Roma, ma col seguito dell'esercito; Cristoforo e Sergio, saputa la cosa, dettero ordine di chiudere le porte e, appoggiati dal conte Dodone, legato di Carlomanno, invitarono la popolazione a premunirsi nei confronti di un eventuale attacco. Il re longobardo arrivò a Roma nell'estate del 771 e invitò il papa ad un incontro fuori le mura; Cristoforo e gli altri non si opposero ma stavano all'erta. Il piano di Desiderio prevedeva un'insurrezione popolare fomentata da Afiarta con il fine di eliminare Cristoforo e Sergio, ma questi prevennero la mossa e assalirono di sorpresa il Laterano; Stefano III mantenne un'estrema calma, riuscì a placare il popolo che, a spade sguainate, lo minacciava. Capovolse così la situazione a suo favore, screditando i due capipopolo, e poté ritirarsi in S. Pietro incolume sotto la scorta longobarda di Afiarta. Il popolo, volubile come sempre, si sentì preso in giro; perfino Grazioso abbandonò i due e raggiunse il papa in S. Pietro. Vista la mala parata, Sergio tentò la fuga calandosi dalle mura; la sua fine e quella di Cristoforo erano segnate. Afiarta non ebbe pietà; Sergio fu strozzato e Cristoforo morì per i maltrattamenti subiti.
Stefano III inviò un preciso rapporto degli avvenimenti a Carlo che si era lamentato del modo in cui erano stati trattati i fautori del partito franco; gli raccontò dell'assalto armato compiuto da Cristoforo, Sergio e Dodone come "alleati del demonio" e della minaccia alla sua sacra persona, salvata grazie all'intervento di Desiderio, che avrebbe reso infine tutti i territori appartenenti a S. Pietro. Insomma aveva calcato la mano quasi per farsi perdonare.
Carlo certo non doveva esser soddisfatto dell'andamento delle cose; per quanto alleato e imparentato con Desiderio, avendone lui sposato la figlia Desiderata e sua sorella Gisella il figlio Adalgiso (l'Adelchi manzoniano), non poteva sopportare che questi lo avesse sostituito nel compito di patricius Romanorum. Ma lo stesso Stefano III ebbe a pentirsi di questo temporaneo capovolgimento politico in Roma a favore dei Longobardi, perché Desiderio non mantenne le sue promesse e rifiutò la restituzione dei patrimoni di S. Pietro.
Stefano III non si mostrava un abile politico; anche l'amministrazione nelle province un tempo appartenenti ai Greci non procedeva bene. I funzionari pontifici, duces o magistri militum che fossero, non riuscirono a controllare le nuove terre.
Ma qualcosa infine si verificò di vantaggioso per il pontefice; il 4 dicembre Carlomanno moriva e Carlo restava unico sovrano; inoltre si separava da Desiderata.
Questo era un matrimonio che il papa aveva mal visto da sempre, non tanto perché Carlo era già sposato, ma principalmente per il fatto che, come Stefano III gli ricordava in una lettera, avendo giurato come patricius di essere amico degli amici dei papi e nemico dei loro nemici (in questo caso i Longobardi), egli avrebbe compiuto un sacrilegio. "Se qualcuno osasse agire in contrasto con le nostre esortazioni, sappia che per opera del mio signore, il santo principe degli apostoli", concludeva nella sua lettera, "sarà incatenato dal vincolo dell'anatema, cacciato dal regno di Dio e condannato a bruciare nel fuoco eterno con il diavolo e con la sua spaventosa pompa infernale, insieme con tutti gli altri uomini senza Dio."
Comunque quel matrimonio era durato solo un anno e Carlo ripudiò Desiderata, certo non per capriccio o per paura delle punizioni infernali nell'aldilà, ma proprio per motivi d'interesse; e fu forse l'unico atto politico geniale di Stefano III. Questo matrimonio fallì proprio per sollecitazione del pontefice; così, per i suoi astuti raggiri, si spezzava l'alleanza tra i Franchi e i Longobardi, la Chiesa romana si legava nuovamente a Carlo con strettissime relazioni, mentre Desiderio era votato alla rovina.

Stefano III non visse tanto da poterne vedere le trionfali conclusioni che ne sarebbero derivate. Morì il 24 gennaio del 772 e fu sepolto in S. Pietro.