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ADRIANO IRomano
Romano, continuò la politica dei suoi predecessori appoggiandosi a
Carlo Magno, e provocando con il suo aiuto la distruzione del regno
dei Longobardi
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Il 9 febbraio del 772 all'unanimità era consacrato papa Adriano I; romano di nobile famiglia, che possedeva un palazzo in via Lata, era stato diacono sotto Stefano III.
Il primo atto del suo pontificato fu quello di richiamare a Roma tutti i seguaci della fazione filofranca di Cristoforo e Sergio esiliati da Afiarta, capo della fazione filolongobarda sotto il pontificato di Stefano III: egli manifestava in tal modo la sua ferma intenzione di mantenere in piedi la politica di intesa con i Franchi. Infatti, quando i legati di Desiderio si presentarono per congratularsi della sua elezione, Adriano fece le sue rimostranze esigendo l'immediata restituzione dei territori di S. Pietro. Desiderio si rese conto che era inutile insistere per un'alleanza con il papa e s'imponeva la maniera forte. Nella primavera di quell'anno Gerberga, vedova di Carlomanno, giungeva con i figli a Pavia implorando l'aiuto di Desiderio nel reclamare i propri diritti a quella parte di territorio, dì cui era stato re suo marito, e che era stata incamerata da Carlo. Desiderio li accolse a braccia aperte, li prese sotto la sua protezione, sperando di suscitare tra i Franchi una guerra civile. Per questo chiese ad Adriano I di incoronare Gerberga e i suoi figli e, di fronte al logico rifiuto del papa, passò all'iniziativa militare: occupò il ducato di Ferrara e pose sotto assedio Ravenna, che naturalmente chiese aiuto al papa. Il più adatto a convincere il re a togliere l'assedio sembrò Paolo Afiarta, che avrebbe avuto tutto l'interesse di riabilitare in Roma la sua fazione con un successo diplomatico; e Adriano mandò proprio lui come ambasciatore, ma con il segreto intento di liquidarlo. Appena egli partì fu istruito un processo contro i capi del partito filolongobardo che avevano partecipato all'assassinio di Sergio; alcuni furono giustiziati, altri esiliati, tra cui Afiarta, giudicato in contumacia. Le salme di Cristoforo e Sergio furono riesumate e sepolte con onore in S. Pietro; in pratica ebbero una riabilitazione postuma. La sentenza fu fatta pervenire all'arcivescovo Leone di Ravenna perché provvedesse ad arrestare Afiarta non appena questi, di ritorno dall'ambasceria presso Desiderio, fosse passato per l'esarcato, con l'incarico di esiliarlo in qualche località della Grecia. Ma Leone andò oltre le decisioni del processo di Roma; fatto arrestare a Rimini Afiarta, lo fece condannare e giustiziare dai magistrati di Ravenna. Adriano rimproverò apparentemente l'eccessivo "zelo" dell'arcivescovo, che in sostanza gli fu graditissimo; eliminato il capo del partito longobardo, il papa faceva perdere a Desiderio l'ultima possibilità di esercitare la propria influenza dentro Roma. Ma dietro tutta questa riabilitazione di Cristoforo e Sergio, si possono ravvisare i primi segni del nepotismo papale; infatti l'affermazione in Roma del partito filofranco si identificava in pratica nell'ascesa della famiglia di Adriano I. I suoi parenti furono incaricati dei più importanti affari di stato, e preposti alle magistrature supreme; lo zio Teodato, già consul e dux, divenne primicerio. Tra gli iudices, ovvero i "ministri di palazzo", ai quali erano affidate le più alte cariche amministrative e giuridiche, erano i nipoti del papa, Teodoro e Pasquale, e quest'ultimo divenne primicerio alla morte di Teodato. Si era insomma ai primi tempi del nepotismo, quella piaga di clientelismo familiare che avrebbe caratterizzato tanta storia dello Stato pontificio. La trasformazione del papato dal suo carattere spirituale originale a quello politico comportava anche questa nota negativa, come in qualsiasi stato monarchico: il potere era un fatto di famiglia. Logica comunque fu la reazione longobarda: Senigallia, Montefeltro, Urbino e Gubbio furono occupate. Ingenua e ridicola l'ambasceria inviata da Adriano a Desiderio con venti monaci di Farfa con a capo l'abate, che si gettarono piangenti ai piedi del re, supplicando di non recar danni a S. Pietro. Non furono degnati di una risposta; Desiderio voleva avere un colloquio a quattr'occhi con Adriano. Il papa gli fece sapere che l'avrebbe incontrato solo dopo la restituzione di tutti i territori vecchi e nuovi occupati dai Longobardi; il re non ne volle sapere e minacciò di marciare su Roma. A questo punto il papa ritenne opportuno inviare un'ambasceria a Carlo, che era impegnato a reprimere sconfinamenti e razzie dalla Sassonia e quindi non aveva chiara la situazione che si era venuta verificando in Italia; i delegati papali s'incontrarono con il re franco a Diedenfogen e fecero presente che Desiderio non aveva restituito i territori di pertinenza di S. Pietro. Ma anche il re longobardo provvide ad inviare un'ambasceria a Carlo, dichiarando che i reclami del papa erano privi di fondamento perché tutto era stato restituito e non era in atto nessuna invasione. E nel frattempo Desiderio iniziava la sua marcia su Roma; Adriano si preparò alla difesa, ma ritenne più produttivo far uso dell'autorità religiosa della sua persona, ricorrendo ai metodi che a volte funzionavano. Inviò incontro al re longobardo i vescovi di Albano, Preneste e Tivoli perché gli vietassero, pena la scomunica, di varcare i confini del ducato romano. Forse Desiderio voleva solo intimidire il papa, ovvero effettivamente ebbe paura dell'anatema; fatto sta che si ritirò nei propri territori. E poco dopo arrivò a Roma una legazione franca di cui faceva parte il consigliere del re, Albino; Carlo voleva che si appurasse se Desiderio avesse effettivamente restituito o no le città al papa, come aveva dichiarato. E i legati dovettero constatare che, contrariamente alle sue assicurazioni, il re longobardo non aveva rispettato gli impegni assunti e aveva invaso altri territori; Adriano li mise anche al corrente delle richieste di Gerberga e dei suoi figli. Gli ambasciatori franchi si recarono allora a Pavia, ma Desiderio rifiutò la restituzione dei territori e mantenne il suo rifiuto anche di fronte all'offerta di 14.000 fiorini d'oro che una nuova ambasceria franca gli venne a proporre nel caso che il papa avesse avuto finalmente piena soddisfazione. Carlo insomma avrebbe voluto evitare la guerra, ma la minaccia derivante dalle pretese alla successione dei figli di Carlomanno era forse la cosa che più lo preoccupava. Venne pertanto riunito a Ginevra quel comitato dei dodici Pari (che la leggenda chiamò poi i Paladini), raccolti tra gli elementi più energici e intelligenti della terra franca, e fu deciso che la guerra era ormai l'unica risoluzione. La campagna militare iniziò nel settembre del 773 e fu condotta con una strategia nuova, articolando la manovra su due fronti; una colonna militare dal San Bernardo, lungo la valle della Dora, raggiunse Ivrea, mentre il grosso dell'esercito guidato da Carlo, superato il Moncenisio, si dirigeva su Torino. Desiderio, con le truppe concentrate come sempre nei dintorni di Susa, quando si rese conto dell'accerchiamento, non ebbe più tempo per affrontare in campo aperto il nemico e si ritirò nella fortezza di Pavia, che fu cinta d'assedio. Desiderio contava sull'aiuto di Adalgiso, che aveva raccolto delle truppe a Verona; con lui erano Gerberga e i suoi figli. Carlo lo sconfigge in campo aperto e lo costringe alla fuga; non potendo entrare a Pavia Adalgiso ripara verso Costantinopoli: Gerberga si consegna rassegnata al cognato. Carlo, resosi conto che l'assedio a Pavia va per le lunghe, chiama presso di sé la moglie IIdegarda e i figli; superato l'inverno, decide di celebrare a Roma la Pasqua. Attraversa la Tuscia con una parte dell'esercito e arriva a Roma il 2 aprile, il sabato santo; le autorità romane, i giudici e i gonfalonieri della milizia, gli andarono incontro a Novas, a sud di Bracciano. Ai piedi di Monte Mario era ad accoglierlo una folla innumerevole che agitava ramoscelli di palma e d'olivo, elevando grida d'onore al patricius Romanorum. Carlo a questo punto smontò di cavallo e fece a piedi l'ultimo tratto di strada, attorniato dai suoi Pari, fino alla basilica di S. Pietro. Nell'atrio era ad accoglierlo il papa; i due si abbracciarono e poi entrarono in chiesa tenendosi per mano, mentre il clero cantava: "Benedictus qui venit in nomine Domini". Carlo e il suo seguito s'inginocchiarono davanti alla tomba del principe degli apostoli ringraziandolo per la vittoria ottenuta grazie alla sua intercessione; poi Carlo espresse il desiderio di compiere le devozioni nelle Sette Chiese e il papa concesse il permesso. Il 6 aprile, esaurite tutte le solenni funzioni pasquali e le visite religiose, vennero affrontati in S. Pietro gli argomenti politici. Secondo il Liber pontificalis Adriano tenne un discorso incisivo nel quale, in sostanza, pregava il sovrano franco di mantenere le promesse di donazione di Quierzy. Carlo incaricò il notaio Itterio di stilare un documento identico a quello firmato dal padre con l'elenco preciso dei territori e lo firmò insieme ai suoi Pari: fatto poi deporre il documento sull'altare di S. Pietro, giurarono solennemente che avrebbero mantenuto gli impegni in esso contenuti. Carlo avrebbe dovuto donare appunto quanto già promesso da Pipino, e cioè: quasi tutta l'Italia e alcune province in realtà poi mai conquistate, come la Corsica, Venezia e l'Istria nonché il ducato di Benevento. Il testo di questa "Donazione di Carlo Magno" è andato perduto come quello di Pipino e sulla sua esistenza sono stati poi sollevati dei dubbi, gradatamente scomparsi. D'altronde quanto si verificò subito dopo questo trattato determinò una situazione di fatto diversa, con le logiche rimostranze del papa, e quindi la "promessa" può anche esser stata di quella portata. Sta di fatto che Carlo, lasciata Roma, dopo esser riuscito finalmente nel giugno a conquistare Pavia, relegando Desiderio e sua moglie come prigionieri in terra franca e determinando la fine del regno longobardo in Italia, occupò egli stesso il trono della dinastia sconfitta. Il 10 luglio a Pavia cinse la corona ferrea, assumendo da allora il titolo di "Re dei Franchi e dei Longobardi", nonché quello di patricius Romanorum. Ma quest'ultimo titolo era accettato quando ormai il papa era liberato dai pericoli che lo minacciavano, e come tale non andava più obbligatoriamente collegato a quello di defensor. Piuttosto Carlo, come re dei Longobardi, era entrato anche in possesso di quelle prerogative che un tempo erano state proprie dell'esarca di Ravenna; egli era quindi un patricius-esarca e così "il dovere protettivo assunto dal re dei Franchi e dei Longobardi si trasformò con una certa logica ferrea in una supremazia di fronte al papa ed al giovane Stato pontificio", come osserva il Seppelt. Pratica prova del mutamento della situazione fu che Carlo se ne tornò nelle sue terre senza aver cominciato a mettere in pratica la sua donazione. La lenta, graduale restituzione dei territori di pertinenza di S. Pietro era motivata dal convincimento subentrato in Carlo che "l'aspirazione di ampliare ancora l'estensione territoriale non aveva più un logico motivo di esistere, a causa del mutamento fondamentale delle relazioni politiche con l'ex regno longobardo". Adriano I dovette penare abbastanza per questo patrimonio di S. Pietro e non fece che scrivere a Carlo in continuazione, rinnovando senza tregua le sue lamentele. Una serie di lettere che, come nota Gregorovius, "si leggono con sommo fastidio, tanto grandi sono l'avidità dei beni terreni e il timore di perderli che denotano; mentre l'accrescimento del potere temporale è sfacciatamente definito "elevazione della Chiesa", l'acquisto della salvezza spirituale viene promesso come compenso delle donazioni di terre e di uomini, e la beatitudine celeste è connessa col sacrificio dei beni materiali. Le brame mondane si dissimulavano dietro un sepolcro che era coperto di atti di donazione, di lettere, di scomuniche e di giuramenti, e dietro il nome di un santo apostolo, che in vita non aveva voluto possedere ricchezza alcuna e che, da morto, non aveva più conosciuto né tanto meno desiderato le cose terrene". I primi guai Adriano li ebbe con l'arcivescovo Leone di Ravenna che, appena Carlo lasciò l'Italia, s'impossessò di diverse città dell'Esarcato, scacciando i funzionari pontifici e insediandovi dei propri; intendeva creare uno Stato episcopale ravennate in nome di S. Apollinare, patrono di Ravenna, in opposizione allo Stato di S. Pietro. Leone difese personalmente la sua causa alla corte di Carlo, che lo appoggiò; alla sua morte, nel 777, l'Esarcato restò sotto il controllo franco. Un'altra delusione al papa venne da Spoleto, resasi indipendente sotto il duca Ildebrando, che riconobbe la supremazia di Carlo; e ancora, il duca longobardo Reginaldo di Chiusi s'impossessò di Città di Castello e altre zone della Tuscia; infine, il duca longobardo Arichi di Benevento sobillava le città della Campania a ribellarsi al papa. Adriano era alla disperazione e infiorava le missive a Carlo di retorica: "Aspettiamo Vostra Altezza, dolce come il miele, allo stesso modo in cui la terra arsa invoca la pioggia". Il re, travolto dalle lettere, gli prospetta finalmente l'idea di una sua venuta a Roma, una volta ultimata la guerra in Spagna. è quanto avviene per la Pasqua del 781. Primo atto dell'incontro fu il battesimo del quattrenne figlio di Carlo, Pipino, del quale Adriano assunse il padrinato; come all'epoca di Pipino il Breve con Paolo I, padrino di Gisella, questo avvenimento rinsaldò subito le relazioni tra il papa e il sovrano franco. Poi si passò alla definizione dei possedimenti territoriali dello Stato pontificio. Al papa fu riconosciuta la proprietà del ducato romano, dell'Esarcato, della Pentapoli e della Sabina, ma Adriano dovette rinunziare alle sue pretese sulla Tuscia e su Spoleto, che restavano sotto la giurisdizione franca. Per Benevento Carlo fece presente che bisognava attendere l'evolversi degli avvenimenti, perché Arichi era protetto da Bisanzio con cui Carlo voleva mantenere buoni rapporti; a Roma ricevette infatti un'ambasceria dell'imperatrice Irene che aveva assunto la reggenza in nome del figlio minorenne Costantino, per il quale veniva richiesta la mano della figlia di Carlo, Rotrud. Le trattative, presto concluse, portarono al fidanzamento, dopo di che Carlo lasciò l'Italia. Ma la reggenza di Irene fu un evento importante per la Chiesa di Roma; ella si dichiarò favorevole alla venerazione delle immagini e nel 785 invitò con una lettera il papa a partecipare personalmente ad un concilio che lei e suo figlio desideravano convocare a Costantinopoli proprio per opporsi all'iconoclastia. Il papa fu entusiasta dell'iniziativa e inviò due suoi rappresentanti. Il concilio fu inaugurato il 17 agosto del 786 a Costantinopoli, ma una rivolta delle truppe imperiali, fomentata da alcuni vescovi iconoclasti, provocò uno slittamento dell'inizio dell'assemblea e un cambiamento del luogo. Una volta composta la rivolta, il concilio fu di nuovo convocato a Nicea per il settembre del 787; esso condannò il concilio iconoclasta del 754 ed approvò la venerazione delle immagini. Fu così ripristinata l'unità ecclesiastica tra Roma e la Chiesa d'Oriente. Ma la cosa non andò a genio a Carlo; offeso per non essere stato invitato al concilio, perlomeno in veste di patricius Romanorum, si ritenne messo da parte, lui, il più potente sovrano d'Occidente. Oltretutto nella relazione del concilio inviatagli, tradotta dal greco in latino dal papa perché ne prendesse conoscenza, si usava erroneamente il termine "adorazione" delle immagini e non "venerazione"; l'errore fu sfruttato da Carlo, che passò immediatamente all'azione per ripagarsi dell'affronto subito. Innanzitutto ruppe il fidanzamento tra sua figlia Rotrud e il figlio dell'imperatrice Irene, e poi si rivolse, diciamo, all'azione punitiva; già nell'autunno del 786 era avanzato alla volta di Benevento e aveva costretto Arichi a pagargli un tributo se voleva mantenere il ducato, nonché a consegnargli come ostaggio il figlio Romualdo. Poi, quando un esercito imperiale, l'anno dopo, capeggiato da Adalgiso si mise a disposizione di Arichi per rientrare in pieno possesso del ducato, in una rinnovata alleanza con Bisanzio, Carlo s'impegnò in un'altra campagna che sgominò i Bizantini. Arichi e il figlio Romualdo morirono e sul ducato venne insediato l'altro figlio Grimoaldo, che inizialmente si mostrò favorevole a Carlo; ma quando questi fu preso da altri problemi con i Sassoni e non mostrò d'interessarsi a Benevento, eternamente reclamata invano da Adriano I, si schierò dalla parte di Bisanzio. Ma più pesanti per Roma furono le iniziative che Carlo prese come rivalsa nei confronti del concilio di Nicea, volendo chiaramente dimostrare la sua supremazia in Occidente, non solo da un punto di vista politico ma anche religioso.
Ormai Adriano si avviava alla fine del suo lungo pontificato, durante il quale aveva avuto anche modo di occuparsi del ducato romano da un punto di vista sociale, con interesse attivo verso gli abitanti e rinnovando il volto stesso della città, tanto che si può parlare di una vera e propria "Roma di Adriano I". Gregorovius definisce questo papa "il restauratore e il rinnovatore della città" e ricorda la stIa opera di ristrutturazione degli argini del Tevere dopo un'inondazione nel 791, nonché il rinnovamento delle mura che ebbero di nuovo le fortificazioni di un tempo. Importante fu poi il restauro di diversi acquedotti, con i quali si ottenne una distribuzione più razionale dell'acqua in varie zone della città, in particolare con ramificazioni in diversi bracci dell'acqua Claudia.
Va infine ricordato l'interessamento di Adriano I per una organizzazione più efficace della proprietà terriera della Campagna romana; già papa Zaccaria aveva provveduto a costruire delle fattorie, le domus culate, affidandole a coloni per un ripopolamento della zona danneggiata spesso dalla malaria. Adriano I ne fondò altre con uno sviluppo intenso dell'agricoltura e dell'allevamento del bestiame; la più celebre fu quella di Capracorum, nella zona di Veio, il cui fondo era di proprietà della famiglia di Adriano I. La fattoria produceva grano e uva, e disponeva di un gran numero di suini: tutti i prodotti di quella fattoria venivano fatti affluire in Laterano ed erano destinati ai poveri. Un'opera di carità grandiosa compiuta da questo papa che in pratica aveva istituito un vero e proprio refettorio per i poveri. Personalità multiforme indiscutibilmente quella di Adriano I, sul quale proprio per questo sono stati espressi discordi giudizi. Fondamentalmente impegnato nella politica e instauratore di una prima forma di nepotismo, intese quindi senz'altro il papato nel senso del potere. Da questo punto di vista non mostrò però neanche un prestigio eccezionale, non fu un duro, anzi giunse all'umiliazione e all'accondiscendenza, come testimoniano le lettere a Carlo.
Adriano I morì il giorno di Natale del 795 e fu sepolto in S. Pietro; sulla sua tomba venne posta una lastra di marmo inviata da Carlomagno con incisa a lettere d'oro un'iscrizione redatta dal monaco Alcuino. La si può leggere tuttora, affissa nella parete dell'atrio della basilica di S. Pietro, alla sinistra del portale. |