96.

LEONE III, santo

Romano
Papa dal 27 dicembre 795
al 12 giugno 816

Incoronò e consacrò Carlo Magno imperatore.
Fece introdurre nel Credo la formula: "qui ex Patre Filioque procedit", relativa alla Spirito Santo

II giorno dopo la morte di Adriano I fu eletto papa all'unanimità un romano, prete cardinale di S. Susanna, Leone, che fu consacrato il 27 dicembre del 795, e fu terzo con tale nome.
Appena eletto egli inviò a Carlo una lettera di comunicazione non per avere da lui un'approvazione della nomina, ma per testimoniargli fedeltà e obbedienza, come indicavano gli allegati doni onorifici; le chiavi del sepolcro di S. Pietro e il vessillo della città di Roma. Quei doni stavano a significare che il papa riponeva in lui l'autorità propria del defensor della religione cristiana con l'uso delle armi, simboleggiata nel vessillo, ma anche quella del custode del sepolcro dell'apostolo con l'altare della Confessione sul quale Carlo nel 774 aveva fatto giuramento con una "promessa di donazioni".
Leone III in effetti non faceva che riporre in Carlo le più ampie aspettative per l'affermazione del concetto di Mater Ecclesia, come simbolo di potere che in quegli anni veniva ad essere rilanciato in tutta la sua concretezza, perlomeno nelle intenzioni della cancelleria pontificia, proprio per il rafforzamento del potere temporale del papato.
Una chiara dimostrazione dell'interpretazione che il papa intendeva dare alla distribuzione tra i due poteri, religioso e politico, ma della loro unificazione nella Chiesa fondata da Cristo, Leone III la offrì nel mosaico che fece eseguire tra il 796 e 1'800 sui due lati del catino di una grande sala del palazzo del Laterano, il Triclinium. Su un lato si raffigura Cristo che, seduto, consegna a S. Pietro le chiavi, simbolo del potere religioso, e a Costantino il vessillo, insegna del potere politico; su un altro lato invece S. Pietro, seduto, consegna il pallio a Leone III e a Carlo Magno il vessillo. A capo dei due gestori del potere c'era insomma S. Pietro, in cui andava identificata la Mater Ecclesia, assegnatrice del "potere", ovvero volto stesso del "potere".
Ma Leone III s'illudeva se pensava di aver trovato il "fedele paladino"; Carlomagno era all'apogeo della sua potenza e questa coesistenza di gestione dell'autorità ecclesiastica e politica del papa e del novello Costantino, che avrebbe dovuto riconoscere in definitiva un potere unico, quello di S. Pietro Mater Ecclesia, era lontano mille miglia dalla sua mente. Essa si scontrava con le circostanze di un'effettiva cosciente supremazia di Carlomagno che, con tutto il rispetto per S. Pietro, tendeva ad unificare nella sua persona l'autorità sia nel campo politico sia in quello religioso.
E tutto questo fu da lui espresso chiaramente nella lettera fatta pervenire al papa tramite il messo reale richiesto da Leone III a Roma perché ricevesse il giuramento di fedeltà e di sottomissione del popolo romano, l'abate Angilberto di St. Riquier. Mentre il re gli faceva le sue raccomandazioni per il buon andamento del governo della Chiesa, aggiungeva: "È nostro compito difendere ovunque la Santa Chiesa di Cristo, con l'aiuto dell'amore divino e con le armi, contro gli attacchi dei pagani e le devastazioni degli infedeli provenienti dall'esterno, nonché rafforzare all'interno l'affermazione della fede cattolica. A voi, però, Santissimo Padre, spetta come nei tempi passati a Mosè, di aiutare il nostro esercito con le mani alzate, affinché, con la benedizione di Dio implorata con le vostre intercessioni, il popolo cristiano sia sempre e dovunque vittorioso con i nemici del sacro nome di Dio e il nome del nostro Signore Gesù Cristo sia magnificato in tutto il mondo".
Appare chiaro che Carlomagno è convinto che l'influenza effettiva del papa debba limitarsi ad essere esclusivamente quella del metropolita più importante della Chiesa; ma è Carlo che, tutto preso dal concetto religioso del suo alto ufficio, si assume il compito di propagandare e difendere la fede cristiana.
L'adozionismo era una teoria sostenuta principalmente dai vescovi spagnoli Felice di Urgel e Elipando di Toledo, i quali affermavano che Gesù Cristo come uomo non era il vero Figlio di Dio, ma soltanto suo figlio adottivo. La questione, già discussa sotto il pontificato del predecessore Adriano I, finì per essere condannata nei sinodi di Ratisbona del 792 e Francoforte del 794, ma Felice volendo discolparsi, si appellò a Carlo Magno; l’intervento del re fece sì che il papa convocasse nell’autunno 798 un sinodo a Roma, in cui fu confermata la condanna delle tesi di Felice. Carlo Magno allora invitò il vescovo alla sua corte di Aquisgrana dove lo confrontò con il grande erudito Alcuino, disputa che durò sei giorni, alla fine dei quali il vescovo Felice riconobbe l’errore; il re comunque gli tolse l’incarico e lo affidò alla sorveglianza dell’arcivescovo di Lione; essendo ottantenne l’altro vescovo sostenitore dell’eresia, questa decadde per mancanza di altri sostenitori.

È lui che assegna a Leone III l'incarico di provvedere all'organizzazione della Chiesa tra gli Avari da lui sottomessi; ma il centro di quella missione sarà Salisburgo, perché così vuole Carlo. E continue restano le sue interferenze nel campo ecclesiastico, dai tempi ormai di quel secondo concilio di Nicea, svoltosi senza esser stato interpellato; ed è ancora Carlo che ordina al papa di convocare un concilio a Roma, nel 798, per condannare nuovamente l'adozionismo che Felice di Urgel seguitava a difendere, nonostante l'eresia fosse stata messa al bando dal concilio di Francoforte del 794.

Ormai è maturato in Carlo il concetto che, fermo restando il papa il capo spirituale della Chiesa, il re deve essere, e lui solo il difensore di questa Chiesa fuori e dentro; è un colpo inferto alle aspirazioni temporali del papato. D'altronde si ebbe ben presto una dimostrazione di quanto fosse necessaria la supremazia politica del re dei Franchi per il papa.

A Roma la parte della nobiltà imparentata con il precedente papa Adriano I mal sopportava che il nuovo pontefice mostrasse un contegno così dimesso nei confronti di Carlomagno, indice peraltro di un temperamento debole. Il primicerio Pasquale e il sacellario Campulo avevano cercato di trarre profitto dalle ambizioni degli iudices, cominciando a far circolare su Leone III accuse di falso giuramento e lascivia; certe voci giunsero fino alla corte di Carlo, ma l'arcivescovo Arno di Salisburgo assicurò Alcuino, il fido consigliere ecclesiastico del re che si trattava di calunnie.
Ritenendo che il re non avrebbe preso alcun provvedimento contro il papa, Pasquale e Campulo pensarono di ordire una vera e propria congiura, che prevedeva l'eliminazione di Leone III e la conquista del potere. L'occasione si presentò durante la tradizionale processione compiuta dal pontefice il 25 aprile di quel 799, per la festività di S. Marco, dal Laterano a S. Lorenzo in Lucina. II papa procedeva a cavallo e i congiurati lo assalirono all'altezza del convento di S. Silvestro; lo sbalzarono di sella e tentarono di accecarlo e strappargli la lingua, ma il trambusto fu enorme e i due riuscirono solo a trascinarlo nel chiostro, affidandolo ai preti greci. Segno questo che la parte del clero fiIobizantina era d'accordo con i congiurati. Sopraggiunta la notte, lo trasferirono a S. Erasmo al Celio, ma da qui il papa riuscì a fuggire grazie all'aiuto di alcuni suoi fedelissimi, tra cui il camerario Albino; lo calarono con una fune lungo il muro e lo portarono malridotto ma salvo a S. Pietro. Gran parte del clero e del popolo a questo punto si strinse intorno alla basilica e i congiurati non riuscirono ad entrare; finirono per sfogare la loro rabbia depredando le case di Albino e dei parenti del papa.
Ci fu poi l'intervento del duca Vinigi di Spoleto, che si trovava per caso a Roma; il giorno dopo condusse il papa al sicuro nella sua città.
La notizia dell'aggressione intanto era arrivata a Carlo, che era impegnato a Paderborn con i Sassoni; Leone volle andare da lui. II re, apena seppe che il papa si stava rifugiando sotto la sua protezione, gli inviò incontro un'ambasceria con l'arcivescovo Ildibaldo di Colonia e suo figlio Pipino. Lo ricevette con i massimi onori; nello stesso tempo però giungeva da Roma un "memoriale" dei congiurati che illustrava la sostanza delle accuse. Gli si chiedeva di giudicare il comportamento del papa.
Carlo si rivolse al suo fedele Alcuino, al quale probabilmente erano pervenute notizie più attendibili da parte dell'arcivescovo Arno, che questa volta in parte confermava le accuse. Alcuino in una serie di lettere però fece presente al re che nessuno poteva sottomettere a giudizio la sede di Roma e precisava che riteneva dannosa, per il bene della Chiesa, una deposizione del papa; significava screditarlo, là dove a Carlo stesso invece occorreva un pontefice accreditato. Infatti tra l'altro gli scriveva: "Fino ad ora vi sono stati nel mondo tre poteri: il vicario di San Pietro, oggi in modo sacrilego ingiuriato e malmenato; l'imperatore, laico, dominatore della nuova Roma (Costantinopoli), il quale in modo non meno barbaro, venne scalzato dal trono, sul quale fu messa una donna; e infine la regia dignità di Gesù Cristo affidata a voi per reggere il popolo cristiano. Essa ora sovrasta tutti in sapienza e potenza. Dunque in voi è riposta la salvezza della cristianità. Bisogna pertanto che prima pensiate a guarire il capo (Roma); dopo penserete a guarire i piedi (i Sassoni)".
Erano parole che miravano lontano; chi scriveva era un teorico dello Stato "teocratico" che vedeva rinnovato in Carlomagno. Alcuino infatti, mentre alludeva agli avvenimenti di Costantinopoli, dove l'imperatrice Irene, esclusa dal governo per ordine del figlio Costantino VI era riuscita dal 797 a imporsi a sua volta al figlio e, fattolo arrestare, accecare e rinchiudere in un convento, si era proclamata imperatrice, in pratica faceva notare a Carlo che il trono imperiale era stato usurpato e andava considerato "sede vacante". Inoltre il trono pontificio avrebbe retto solo per merito di Carlo, autorizzato ad agire con quel vessillo imperiale che ormai Dio gli assegnava.
Certamente bisognava agire con molta prudenza; i negoziati di Paderborn di quell'autunno del 799 tra il papa e il re restarono segreti, ma il succo degli eventi è chiaro.
Leone III torna a Roma accompagnato da un folto seguito di vescovi franchi e Pari di Francia; le accoglienze sono trionfali. La diplomazia franca si è mossa adeguatamente tra clero, nobili e popolo della città, mettendo in minoranza gli accusatori. Per ora, nessun processo; i vescovi raccolgono gli atti dell'istruttoria e li spediscono a Carlo insieme ai caporioni della rivolta, tradotti in terra franca proprio per evitare disordini. Non si emette nessuna sentenza; deciderà Carlomagno quando verrà a Roma. .
E Carlo, risolti i problemi con i Sassoni, arriva nel novembre dell'800 con il figlio Carlo e un seguito imponente di vescovi e soldati, portandosi dietro anche gli accusatori di Leone III; l'altro figlio, Pipino, prosegue verso il sud per strappare a Grimoaldo il ducato di Benevento.
II 23 novembre il papa gli andò incontro a Nomento, a dodici miglia da Roma, con il clero, il popolo e la milizia, poi rientrò in città: il giorno dopo Carlo entrò solennemente in S. Pietro, tra una folla di prelati plaudenti. L'l dicembre clero, nobili e cittadini franchi e romani furono convocati dal re a parlamento e l'assemblea si riunì in S. Pietro.
Carlo prese la parola precisando di essere venuto a Roma per restaurare l'ordine nella Chiesa; avrebbe ascoltato le proteste dei cittadini contro il papa e quindi avrebbe deciso sull'innocenza o meno di Leone III. Il suo giudizio era indiscutibile e il papa sarebbe, comparso al tribunale del re suo giudice come un suddito qualunque. Questo era nei programmi; poi nel corso dei dibattiti che si susseguirono per tre settimane, mentre da un lato gli accusatori non riuscivano a portare prove concrete al re e d'altra parte la persona stessa del papa non appariva poi così limpida, prese consistenza la posizione caldeggiata dai vescovi franchi, sui quali evidentemente, pur da lontano, influiva Alcuino, che aveva preferito restare nel suo convento di Tours. Essi erano convinti che la sede apostolica non poteva essere giudicata essendo "a capo di tutte le Chiese di Dio, poiché noi stessi siamo giudicati da lui e dal suo rappresentante in terra", come tennero a precisare.
Leone III si rese conto che l'unica via d'uscita era quella di sottoporsi al giuramento di purgazione, come aveva fatto Pelagio I di fronte a Narsete; ovvero anche questa mossa era stata prevista a Paderborn. E così il 23 dicembre il papa, alla presenza di Carlo e dei suoi Pari, davanti a una folla immensa di clero e popolo, con il Vangelo in mano chiamò a testimone Dio "davanti al cui giudizio tutti devono comparire" che non aveva eseguito né fatto eseguire i crimini di cui era accusato. Il giuramento di purificazione fu considerato sufficiente a dimostrare l'innocenza di Leone III; i suoi avversari di conseguenza vennero riconosciuti colpevoli del reato di lesa maestà e condannati a morte.
La sentenza però non fu eseguita per intercessione del papa, che evidentemente temeva che la pena capitale avrebbe reso ancor più ostili nei suoi confronti alcuni strati della popolazione; i congiurati finirono in esilio in terra franca.
Due giorni dopo, la notte di Natale, si arrivò all'ultimo atto previsto dal copione: Carlo, presente alle funzioni in S. Pietro, aveva appena finito di pregare e stava per levarsi in piedi, quando Leone III gli pose sul capo una splendida corona d'oro e il popolo presente lanciò la triplice acclamazione che solitamente accompagna le incoronazioni imperiali: "A Carlo, il piissimo Augusto incoronato da Dio, al grande imperatore apportatore di pace, vita e vittoria!". Certamente quella folla non fu "ispirata da Dio e dal beato Pietro, il Portiere del Cielo", come afferma il Liber pontificalis; il papa neanche, prosternandosi davanti a Carlo per rendergli con tale atto l'omaggio dato agli antichi imperatori, aveva preso improvvisamente quella decisione storica; e meno che meno si può pensare che Carlo fosse impreparato a ricevere quella corona.
Non regge l'idea dell'improvvisazione con un papa umiliato, che prende la sua rivincita sul re strapotente in una dimostrazione della supremazia della Chiesa sulla potenza politica, suggello al tempo stesso del maggior prestigio del potere spirituale su quello temporale. E non convince neanche Eginardo nel presentarci un Carlo addirittura contrariato dall'atto compiuto a sua insaputa dal papa, tanto che se ne avesse avuto un vago sentore quella notte non sarebbe neanche entrato probabilmente in S. Pietro; è un grande "attore" che recita fino all'ultimo la sua parte. .
Anche se la questione è controversa e in pratica irrisolvibile, personalmente sono dell'idea che l'incoronazione fu preparata già a Paderborn, sulle tracce di un teorico come Alcuino, e che il papa non trovò miglior risoluzione per salvare il suo trono e in fondo rafforzarlo. Infatti l'atto eseguito dal papa "conferì al vescovo romano un prestigio ineguagliabile e una posizione speciale, che rivestì poi un'importanza ricca di conseguenze", come osserva il Seppelt, perché in effetti "solo l'avvenire palesò gli effetti importantissimi dell'incoronazione imperiale" fatta dal pontefice. Per il momento Leone III invece ne paga lo scotto, perché tutto passa "nelle mani di Carlo; questi rimane la personalità dirigente, come lo era stato anche prima dell'800, che interferisce in maniera autonoma e con la massima energia anche negli affari interni della Chiesa, anzi con l'incoronazione imperiale si rafforza sempre maggiormente la caratteristica teocratica del governo".

Per quanto riguarda Bisanzio Carlo non si preoccupò troppo inizialmente se da quella corte gli fosse riconosciuto il titolo imperiale. La spiegazione ufficiale fornita comunque da lui fu quella che riportano gli Annales Laurissenses: "Poiché in Oriente l'impero era vacante e i Bizantini mal tolleravano che li governasse una donna, sembrò opportuno a papa Leone, all'unanimità dei Padri, che si radunarono a Roma, così come a tutto il popolo cristiano, di creare imperatore Carlo re dei Franchi, che governava sia Roma, dove sempre i Cesari avevano risieduto, sia gli altri luoghi d'Italia, di Gallia e di Germania".
Carlo in sostanza faceva ricadere sul papa la responsabilità di quanto accaduto, ma tendeva a definire la caratteristica del titolo che gli era stato assegnato e i limiti dello stesso. "Essere "imperatore" non significava altro che essere un re "di lusso" che regnava su diverse nazioni", secondo le intenzioni di Carlomagno, come nota l'Ullmann, per cui "egli si proponeva di essere in Occidente quello che l'imperatore era in Oriente. Il suo fine era quello di raggiungere una parità o coesistenza con l'impero d'Oriente."
Di questo si fecero interpreti gli ambasciatori che egli inviò a Costantinopoli nell'802; ma essi non vi trovarono più Irene, detronizzata ed esiliata nell'isola di Lesbo, bensì un nuovo usurpatore, Niceforo, che si rifiutò di riconoscere il nuovo titolo di Carlo. E la questione per il momento si arenò.

Comunque Carlomagno in Occidente la faceva ormai da padrone e la sua supremazia sullo Stato pontificio si stagliava in modo netto, scalzando Leone III anche nel campo puramente ecclesiastico: oltretutto la questione dei territori pontifici non fu mai molto chiara. Il figlio di Carlo, Pipino, ebbe la nomina di re d'Italia, e questi non si mostrò molto ossequiente alle richieste del papa; un nuovo viaggio di Leone III, in visita a Carlomagno nell'804 probabilmente definì qualcosa sul rapporto tra il regno d'Italia e lo Stato pontificio, ma non esistono documentazioni su quell'incontro.

Nel campo propriamente teologico, lo spunto per una dimostrazione della superiorità dell'imperatore sul papa si ebbe a proposito della questione sorta sul simbolo della parola filioque, che tra i Franchi e in Spagna già dal 589, dal concilio di Toledo, era inserita nella "professione di fede" all'articolo della processione dello Spirito Santo, volendo esprimere la discendenza della terza persona dal Padre e dal Figlio; la Chiesa di Roma e d'Oriente non avevano mai inserito il termine. Cominciarono ad introdurlo in Oriente i monaci franchi del monastero di Monte Oliveto a Gerusalemme nell'808, provocando disordini la notte di Natale tra le comunità franca e greca di quella località. I monaci greci si erano rivolti al papa per una risoluzione della questione, ma Carlomagno s'intromise e ordinò ai suoi teologi di stendere delle precise osservazioni al riguardo per discuterne in un concilio convocato ad Aquisgrana nel novembre dell' 809 .
Fu deciso l'inserimento del termine filioque e Carlo comunicò la cosa al papa con un'ambasceria di vescovi. Leone III nell'810 sottopose la relazione ad un'assemblea che confermò in pieno il credo niceno-costantinopolitano "nello Spirito Santo... che procede dal Padre" ma si oppose all'inserimento "e dal Figlio" per non provocare un dissidio con la Chiesa d'Oriente. I vescovi franchi che facevano parte dell'ambasceria si risentirono e il papa non poté certo obbligarli a toglierne l'uso già esistente nella loro terra. Dopo molto tempo del resto il termine filioque fu inserito anche nella liturgia della Chiesa di Roma.

Carlomagno nell'812 vide riconosciuta infine la sua dignità imperiale da Bisanzio, ove era salito al trono il nuovo imperatore Michele; ma gli costò caro. Infatti il tutto si ebbe a conclusione di una guerra che era stata nel frattempo dichiarata da Bisanzio, come rivalsa nei confronti del sopruso, contro Pipino re d'Italia, e che si era combattuta principalmente sulla laguna veneta e l'Istria. I Bizantini si impegnarono al massimo e riuscirono a spuntarla. Carlomagno riconobbe a Bisanzio il possesso su Venezia, l'Istria, le città marinare del Mezzogiorno, la Sicilia, la penisola balcanica e l'Asia minore; Michele riconobbe Carlo imperatore dell'"impero romano-cristiano d'Occidente".
Ma ormai Carlomagno è vecchio; gli muoiono i due figli Pipino e Carlo, e ritiene opportuno associare all'impero l'unico figlio rimastogli, Ludovico, incoronandolo egli stesso. Carlomagno muore il 28 gennaio dell'814 e viene sepolto ad Aquisgrana.

A Leone III non sembrò vero; pensò di essersi tolto un peso di dosso e concepì immediatamente il piano di liberarsi dall'oppressione dominante dell'imperatore e riconquistare una sua autonomia. Prima di tutto indirizzò il suo impegno nella vendetta sui seguaci di Pasquale e Campulo, visto che non poteva farlo direttamente su loro due, dal momento che erano in esilio.
D'altra parte i loro partigiani, venuti a conoscenza della morte dell'imperatore, ordirono una congiura progettando l'assassinio di Leone III.
Ma furono scoperti, processati rapidamente come rei di lesa maestà e condannati a morte; le numerose sentenze furono immediatamente eseguite. Ludovico, venuto a conoscenza del comportamento del papa, inviò a Roma suo nipote Bernardo, nuovo re d'Italia, per eseguire delle indagini; il papa a sua volta spedì una propria ambasceria all'imperatore per spiegare e giustificare le sentenze. Comunque la situazione a Roma nell'815 era caotica; si verificavano quotidianamente scontri tra le varie fazioni; anche i coloni della Campagna erano in fermento. Il papa nel frattempo si ammalava; Bernardo riusciva a domare la rivolta affidando pieni poteri al duca di Spoleto, che s'insediò con le truppe a Roma ed eseguì altre condanne a morte.

Leone III moriva il 12 giugno dell'816. Fu sepolto in S. Pietro.

(Da C. Rendina)

Nel 1673 la Sacra Congregazione dei Riti inserì il suo nome nel Martirologio Romano al 12 giugno, ma nella revisione del 1963 la sua festa fu eliminata. Come molti altri papi riuscì comunque ad essere un buon mecenate: gli fu ascritta la costituzione della Scuola Palatina, dalla quale deriva l'Università della Sorbona a Parigi.