12.

SOTERO, santo

Ausonio
Papa dal 166 al 175

Era nato a Fondi, in Campania, ma suo padre era originario della Grecia; questa caratteristica sembra averlo reso particolarmente interessato ai problemi dei rapporti con la Chiesa greca, appena fu eletto papa nel 166. Inviò infatti alla Chiesa di Corinto una raccolta di denaro da distribuire ai poveri; la lettera di ringraziamento alla comunità romana che Dionigi, vescovo di Corinto, gli inviò illumina il pontificato di Sotero, proprio sottolineando il suo spirito di carità.
"Fin dall'inizio della religione voi introduceste l'usanza di riempire di vari benefici i vostri fratelli e di inviare i necessari aiuti alle molte chiese sparse nelle singole città. Voi così venite incontro alla povertà dei miseri e offrite il necessario ai fratelli che lavorano nelle miniere", il che era un riferimento alle cave del Chersoneso, dove già S. Clemente aveva portato la sua buona opera, "mantenendo vivo", precisava Dionigi, "il tradizionale spirito di grandezza dei vostri antenati. Il vescovo Sotero non solo ha mantenuto questa abitudine, ma l'ha accresciuta somministrando ampie elemosine, consolando gli afflitti suoi fratelli con la parola e trattandoli come un padre."
La Chiesa di Roma in pratica manifesta con la persona di Sotero un sentimento universale di carità mai prima riscontrato e appare veramente capace di abbracciare in sé tutte le altre Chiese, pronta a soccorrerle nel bisogno, ma evidentemente anche a guidarle sulla strada maestra segnata dal messaggio evangelico.
Sotto il suo pontificato prese sempre più consistenza la diffusione delle idee montaniste negli atteggiamenti propriamente antistatali che quella eresia comportava. L'imperatore Marco Aurelio seguitò pertanto nella sua opera di ferma repressione con processi e condanne che si estesero a tutto l'impero: fedelissimo ai doveri dello Stato, egli non poteva commuoversi di fronte alla serenità con cui i cristiani affrontavano il martirio. E poco convincente è la notizia riportata da Tertulliano che l'imperatore avrebbe ad un certo punto emesso un editto di tolleranza nei confronti dei cristiani in seguito a quanto capitato ad una legione romana nel 174 in Germania; avvenimento tramandato poi come "Miracolo della legione fulminante". Si narra che durante la campagna contro i Quadi una legione romana fu minacciata da una terribile siccità che avrebbe fatto morire tutti i soldati di sete in un critico momento di assalto da parte dei nemici. Ebbene, un gruppo di soldati cristiani cominciò a pregare perché piovesse e si verificò che la pioggia tanto invocata, accompagnata da fulmini che sbaragliarono i barbari, fu propizia per la salvezza dell'intera legione.
L'avvenimento, ricordato anche nel bassorilievo della colonna Antonina, là dove i soldati raccolgono nel concavo dell'elmo la pioggia che cade a dirotto, è un fatto indiscutibilmente avvenuto, ma certo anche interpretabile dal potere come grazia concessa da Giove pluvio, cioè da divinità pagane. Quindi nulla autorizza a far pensare ad un atto di clemenza dell'imperatore, che oltretutto da quegli anni incrementò la sua persecuzione.
A tanta severità, Sotero corrispose notevole autorità nello svolgimento delle funzioni di vescovo di Roma; un decreto che ce lo fa capire con chiarezza è quello che proibiva alle donne di toccare la patena e il calice e di bruciare incenso nelle cerimonie. E dire che le diaconesse costituivano un ordine importante nei primi anni della Chiesa. «L'istituzione delle diaconesse», ricordava il Bianchi Giovini in quello stile forse per noi un po' antiquato, ma pur sempre ancora significativo nella sostanza, «sale alla culla del cristianesimo e fu contemporanea od anco anteriore a quella de' diaconi. Febe, spedita da San Paolo a portare la sua epistola ai Romani, era diaconessa della chiesa di Cencrea; e si vede che già fin d'allora tutte le chiese della Grecia ne avevano. A quest'officio erano scelte le vedove che avessero passati i sessant'anni, e nel seguito anco i soli quaranta: stavano alla porta della chiesa e ne custodivano l'entrata; istruivano le giovani catecumene; nel battesimo, che si faceva immergendo tutta la persona in un bagno, aiutavano le donne a spogliarsi e poi le vestivano coll'abito bianco; assistevano il vescovo quando le cresimava e quando amministrava l'olio santo alle inferme; lavavano le donne morte e le componevano nella bara; nei tempi di pericolo erano le messaggere del vescovo, ne portavano gli ordini, ne eseguivano le commissioni, facevano la vece de' diaconi nel distribuire le limosine: e giova credere che l'operosità femminina fosse molto notabile, perché gli etnici parlano assai di coteste che chiamavano donnicciuole fanatiche e davano al cristianesimo la taccia di superstizione da vecchierelle. Le diaconesse formavano parte del corpo ecclesiastico e ne partecipavano le rendite; ma essendosi rilassata la disciplina per rispetto alla età, ed ammettendosi anco donne giovani e per fino zitelle, sotto il pretesto che si votavano alla castità, ne nacquero tali scandali, per sottrarsi a cui i buoni vescovi tralasciarono di ordinare diaconesse».
Il Saba in ogni caso, a proposito della decisione di Sotero sottolinea che «il decreto riguardante le donne... ci induce a ricostruire un ambiente nel quale l'influsso degli eretici portava un po' troppo in alto, nella disciplina ecclesiastica, l'elemento femminile che, con più sensata prudenza, era meglio tenere nella debita soggezione!». E qui, a parte una sorta di maschilismo affiorante in questo giudizio, è rimarchevole il riferimento alle motivazioni eretiche, per le quali è importante ricordare l'istituzione delle Sinisacte secondo le parole del Bianchi Giovini.
«I Greci chiamavano Sinisacte le donne che abbracciavano l'abito e i costumi de’ filosofi ed assistevano cogli uomini alle lezioni accademiche di reputati maestri. Poi, quando ne' primi secoli del cristianesimo prevalsero le idee di un esaltato amore platonico esente dalle concupiscenze della carne, il titolo di Sinisacti e Sinisacte fu dato a quegli uomini e a quelle donne che convivevano insieme sotto le rigide discipline del misticismo platonico e pitagorico e che vantavano di amarsi per un amore tutto contemplativo e libero dalle esigenze della natura e del sesso. Anzi questo ostinato disprezzo alle leggi fisiche dell'amore era da loro stimato un esercizio di virtù ed un raffinamento nei modi di superare gli appetiti della materia. I cristiani, adottando quei pregiudizi mistici, adottarono anco l'uso delle Sinisacte, dette altresì Agàpete o donne caritatevoli, e dai latini Subintroductae (sottintrodotte). Ed erano per lo più donne giovani che si dedicavano gratuitamente al servizio delle persone religiose. Abitavano co' preti e talvolta dormivano nello stesso letto per mettere, dicevano, a più dure prove la concupiscenza ed avere la bella gloria di vincerla. Ma si può ben credere che le cadute fossero più frequenti delle vittorie.»
E inoltre il Bianchi Giovini ricorda in nota che «il nome di Agàpete o Sinisacte era adoperato anco da una setta di eretici detti origeniani primi, i cui sregolati costumi sono descritti da S. Epifanio nella sua Eresia», dove a proposito degli adamiti si precisava «che alcuni di costoro, facendo pompa di continenza, tenevano seco alcune vergini e che finivano ad ingannarsi entrambi».
Se gli origeniani sono eretici del IV secolo, gli adamiti già erano in auge ai tempi di Sotero e quindi appare in gran parte giustificato il suo rigido comportamento nei confronti delle diaconesse, proprio per premunirsi contro le sregolatezze delle eresie circolanti; di adamiti, appunto, di nicolaiti e gnostici. O perlomeno va capita certa severità nei confronti delle donne, che di fatto venivano escluse dalla gerarchia ecclesiastica.

Sotero morì nel 175; nel Calendario universale della Chiesa è stato «radiato» dall'elenco dei santi insieme a Caio, perché ambedue «a nessun titolo sono da annoverare nel numero dei martiri». Resta avvolto nel mistero il luogo originale della sua sepoltura. In un primo tempo fu sepolto accanto a S. Pietro o nelle catacombe di S. Callisto; più tardi il suo corpo fu trasportato, sotto il papa Sergio II, nella chiesa di S. Silvestro, poi da lì in quella di S. Sisto; ma una parte delle sue spoglie sarebbe addirittura finita in Spagna a Toledo.