84.

SERGIO I, santo

di Palermo
Papa dal 15 dicembre 687
all'8 settembre 701

Alla morte di Conone, l'arcidiacono Pasquale si sentiva sicuro dell'elezione, forte del denaro promesso all'esarca in cambio dell'approvazione; invece il popolo romano anche in questa occasione si divise, opponendo l'arciprete Teodoro a quello che sembrava il candidato ufficiale. Ambedue le fazioni, insediate nel palazzo del Laterano, procedettero all'elezione: si ebbero due pontefici.
La situazione era insostenibile e, come sempre accade, tra i due contendenti finì per subentrare un terzo, il presbitero Sergio, nativo di Palermo e originario della Siria, che svolgeva la sua attività nella chiesa di S. Susanna; fu scelto dai magistrati, dalla milizia e da una buona parte del clero.
Teodoro gli rese omaggio senza particolari rimostranze; Pasquale invece non volle rinunciare e, per mezzo di segreti messaggeri, mandò a chiamare l'esarca, sicuro di averlo dalla sua parte. Giovanni Platina si presentò a Roma del tutto inaspettato; resosi conto che Pasquale si trovava in minoranza, abbandonato in fondo dagli stessi magistrati a cui egli l'aveva raccomandato, e constatata la quasi unanimità dell'elezione di Sergio, dette la sua approvazione. Ma non se ne tornò a Ravenna a mani vuote; pretese da Sergio le cento libbre d'oro che gli aveva promesso Pasquale; e solo a pagamento avvenuto Sergio I fu consacrato in S. Pietro il 15 dicembre del 687. La simonia, forzata o meno, imperava sempre.
A Pasquale in un primo momento fu conservata la dignità di arcidiacono; in seguito, accusato di pratiche magiche, fu deposto e rinchiuso in un monastero dove morì nel 692.

Dunque Sergio I s'insediò a pieno diritto sul trono pontificio; era una persona di notevole cultura, che aveva percorso tutta la carnera ecclesiastica fino alla dignità cardinalizia, formandosi un carattere autoritario, deciso a raggiungere prima di tutto il potere, sia pure pagando la sua brava tangente, come si è visto, e quindi aumentare l'opera accentratrice di Roma.
"In lui le dottrine di Bisanzio trovarono un oppositore deciso", nota il Gregorovius, "degno di coloro che l'avevano preceduto sulla cattedra di Pietro; una stessa volontà di dominio animava tutti i pontefici romani: Roma stessa l'aveva trasmessa alla Chiesa come suo retaggio." Ed è logico che "la città stessa si abituò a vedere nel pontefice il proprio sovrano assoluto. E del resto a chi altri poteva guardare l'infelice popolo romano, se non al proprio santo vescovo che per la dignità che gli competeva era divenuto il signore più potente d'Italia?".
Lo scontro tra papa e imperatore non si fece attendere; Giustiniano II non venne meno alle tendenze cesaropapiste di tanti suoi predecessori e ritenne opportuno dare un'impronta personale alla religione cristiana, convocando un nuovo concilio ecumenico a Costantinopoli con l'apporto dei vescovi orientali. Il papa non fu neppure invitato; quindi ecumenico era solo nelle intenzioni dell'imperatore.
Egli lo fece svolgere nello stesso luogo in cui si era tenuto quello del 680, il Trullus, ma per differenziarsi dal Trullano fu definito Quinisextum; avrebbe dovuto infatti completare il quinto e sesto concilio. Lo si ebbe probabilmente nel 691 e promulgò 102 leggi trascritte su grandi pergamene che furono inviate a Roma al papa Sergio perché vi apponesse la firma di approvazione; egli naturalmente si rifiutò.
Particolarmente pericolosa per il mantenimento delle istituzioni ecclesiastiche, che si andavano ormai imponendo sempre più, dovette risultare l'abolizione del celibato di preti e diaconi, mentre l'attribuzione al seggio di Costantinopoli delle stesse prerogative di Roma antica apparve un preciso colpo vibrato all'autorità della sede romana.
L'imperatore risentì dentro di sé lo spirito di Costante II e decise di procedere senza mezzi termini contro questo comportamento ostile del papa; innanzitutto inviò un alto magistrato bizantino a Roma perché arrestasse il vescovo Giovanni di Porto e il sacerdote Bonifacio, consigliere del papa. Una volta tradotti costoro a Bisanzio, Giustiniano II si sentì in una posizione di forza e spedì a Roma un uomo crudele e feroce, Zaccaria, il protospatario, come a dire il capo di stato maggiore bizantino, con l'ordine di arrestare il papa; Sergio I doveva fare la fine di Martino I. .
Era il 692 e i tempi erano cambiati; di fronte a questo ennesimo affronto, si risentirono le popolazioni della Pentapoli e delle province confinanti, nonché i cittadini di Roma, tutti indignati per la prima volta di un progetto considerato sacrilego. Fu un accorrere di milizie verso Roma per salvare il papa; l'esercito di Ravenna addirittura scopriva in sé sentimenti cristiani ancor prima che di sudditanza imperiale.
Il protospatario Zaccaria si sente perduto; una simile reazione non era prevista. E così si comporta in maniera ridicola, mettendosi sotto i piedi tutta quella ferocia di cui andava orgoglioso; giunge a rifugiarsi nella camera da letto del papa. Nel frattempo l'esercito di Ravenna entra da porta S. Paolo, attraversa tutta la città e, seguito da un'immensa folla, giunge sotto il Laterano.
Dentro la stanza del papa, il ridicolo aumenta; Zaccaria si nasconde sotto il letto, sviene. Sergio lo rianima, lo esorta a non aver paura e lo invita ad aver fiducia in lui. Il feroce sicario è proprio diventato una pecora.
Vengono aperte le porte e Sergio, seduto sulla sedia apostolica, riceve l'omaggio dei soldati e del popolo; intercede per Zaccaria, che ha così salva la vita, ma viene scacciato vergognosamente dalla città.
"Fu questo un giorno memorando nella storia del papato", commenta il Gregorovius; "apparve allora per la prima volta quali fossero la potenza e la risonanza nazionale del prestigio di Roma, frutto di quella stessa energia accentratrice che, operando in silenzio, aveva sottomesso all'autorità della Chiesa romana le province italiane, risultato delle lunghe lotte dogmatiche combattute dall'Occidente contro l'Oriente e conseguenza, infine, della prepotente ingerenza imperiale negli affari della Chiesa romana."
L'episodio ebbe negative ripercussioni anche in Oriente; in fondo l'imperatore aveva finito per fare una ben magra figura; il popolo stesso si sentì preso in giro e nel 695 si rivoltò contro Giustiniano II. La rivolta, capeggiata dal generale Leonzio, portò alla detronizzazione dell'imperatore; trascinato nell'ippodromo, egli fu mutilato del naso e delle orecchie, secondo la brutalità tipicamente bizantina, ed esiliato nel Chersoneso. Leonzio si auto nominò imperatore.
In Occidente invece l'episodio consolidò in modo determinante l'autorità di Roma, che favorì l'evoluzione dell'opera missionaria. S'incrementarono i rapporti con i Franchi, sul cui trono si succedevano in quegli anni i famosi "re fannulloni", ultimi rappresentanti della dinastia merovingia. Il potere era in pratica in mano dei loro "maestri di palazzo", governatori dei singoli territori che costituivano il regno franco: a quei tempi un unico "maestro di palazzo" era riuscito ad imporsi su tutti, Pipino, affermando la sua autorità. Grazie alla sua protezione l'anglosassone Willibrord iniziò la conversione dei Frisoni sottomessi ai Franchi: Sergio, per rendere la sua opera più efficace e autoritaria, lo consacrò vescovo imponendogli un nome latino, Clemente.

Numerosi re penitenti venivano in quei tempi a Roma in pellegrinaggio, si convertivano e naturalmente portavano anche abbondanti offerte in oro. Come osserva il Gregorovius, quei doni "servirono ai papi per rendere più splendide le chiese" in quella che sembrava una gara in preziosità e raffinatezza tra i mosaicisti e i bronzisti romani e gli artisti di Costantinopoli; "si ornavano di colonne persino i turiboli d'oro e ai cibori, cioè ai tabernacoli degli altari dove si riponeva il calice, si dava la forma di tempietti di porfido con cupole d'oro tempestate di gemme". Sergio I s'ingegnò anche lui in quest'opera di arricchimento delle basiliche romane; in particolare dotò di numerosi oggetti preziosi la chiesa di S. Susanna, della quale era stato cardinale, ed elevò a San Leone Magno un nuovo sepolcro in S. Pietro che fu il primo monumento sepolcrale eretto all'interno della basilica.

Sergio I morì l'8 settembre del 701 e fu sepolto in S. Pietro (probabilmente accompagnato dal canto dell'Agnus Dei da lui stesso composto). Viene onorato nel giorno della sua morte.