98.

PASQUALE I, santo

Romano

Papa dal 25.I.817
all'11.II.824

Il giorno dopo la marte di Stefano. IV, il 25 gennaio dell'817, i Romani elessero il nuovo pontefice e si trovarono subito d'accordo all'unanimità sull'abate di S. Stefano., Pasquale, che fu primo con questo nome, consacrandolo nel giro di ventiquattr'ore.

Avvenimento rarissimo per i papi del Medio Evo, ci sono pervenuti ben tre ritratti di Pasquale I. Longilineo, il capo tonsurato, gli occhi grandi, così appare, con una fisionomia pressoché identica, nei tre mosaici ancor aggi visibili in quelle chiese di Rama da lui completamente restaurate: S. Cecilia in Trastevere, S. Prassede all'Esquilino e S. Maria in Domnica ovvero "della Navicella".

La consacrazione di Pasquale I, ancor più affrettata di quella del sua predecessore, mostra come il clero romano cercasse in ogni occasione di opporsi alle ingerenze imperiali sull'elezione del papa. E come Leone III, anche Pasquale I pensò bene di informare immediatamente l'imperatore che tanta fretta era sola motivata dalla volontà di bruciare sul tempo il formarsi di varie candidature e di contrasti tra le fazioni pur sempre esistenti in Roma; comunque l'elezione era stata regolare. Ambasciatore fu il suo legato Teodoro che ritornò a Roma non con le sole felicitazioni di Ludovico, ma con un Pactum cum Paschali pontifice.
Si trattava di una specie di diploma rilasciato dall'imperatore e che ricalcava quello rilasciato l'anno prima a Stefano IV; ma questa "patto" venne col tempo acquistando una più notevole importanza, rientrando in quella serie di documenti della storia pontificia che subirono abili falsificazioni, tanto da esser considerato sul piana di quella "Donazione di Pipino" con tutti gli aggiornamenti del caso relativi ad un ampliamento del quadro dello Stato pontificio. Il papa avrebbe ricevuta in dono da Ludovico il Pia non soltanto Rama con il sua ducato e tutte le terre già donate e ridonate da Pipino e Carlomagno, ma anche la Calabria, Napoli, la Corsica, la Sardegna e la Sicilia; e tutta questo senza tenere in minima considerazione l'impera bizantino sotto la cui sovranità rientravano invece Napoli, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna. Quindi qualcosa non quadrava.

Cosa anche importantissima era poi la piena libertà concessa dall'imperatore ai Romani nell'elezione e nell'ordinazione del pontefice, esentandoli addirittura dalla conferma imperiale, fina ad allora ritenuta necessaria. Sarebbe stata sufficiente, dopo l'avvenuta elezione a consacrazione, l'invia di alcuni legati che, facendogli un precisa rapporta, gli rinnovassero il vecchia trattata di fedeltà.
Proprio quest'ultimo punto rende dubbia l'autenticità del pactum; quando di lì a poco l'imperatore puntò i piedi energicamente sul propri diritto alla collaborazione dell'elezione pontificia, il papa non si appellò a nessun pactum, perché evidentemente tale clausola non esisteva. Essa verrà tirata fuori ai tempi di Gregorio VII ed evidentemente a quei tempi si dovrà far risalire l'interpolazione di questo documento, che per il resto non sarà stato altro che un rinnovamento delle vecchie promesse di donazioni franche, mai integralmente finora mantenute.

Ludovico aveva comunque problemi anche più impartanti a cui pensare, come quello dell'organizzazione dell'impero; e così nel luglio dell'817 riunì ad Aquisgrana un'assemblea dei nobili imperiali e fece approvare quell'atto passato alla storia col nome di Ordinatio imperii. In esso la dignità imperiale veniva assegnata al primogenito Lotario, associato immediatamente all'impero, mentre agli altri due figli era concessa la dignità regia: a Pipino su Aquitania, Guascogna, Marca Spagnola e Borgogna; a Ludovica su Baviera, Carinzia e Marca Orientale. Non si faceva parola di Bernardo, come figlio di Pipino, fratello maggiore di Ludovico il Pio, già re d'Italia, e che sperava appunta di ereditare almeno questo titolo; esso invece veniva considerato alle dirette dipendenze dell'imperatore.
Certo questa Ordinatio non poteva riuscir gradita a Bernardo, e con lui a molti dignitari laici ed ecclesiastici, che vedevano ridotta l'Italia al rango di provincia imperiale; furono appunta questi dignitari ad istigare Bernardo a ribellarsi per rendersi indipendente. Fra di essi il ciambellano Eginardo, il consigliere del re, Eggideo, il conte Reginerio, il vescovo di Cremona Valfoldo e l'arcivescovo di Milano, Anselmo, che vedeva minacciata la sua dignità di primate. Il papa si limitò a prendere atto dell'Ordinatio inviatagli da Ludovico e sembrò disinteressarsi del clima di ribellione che si andava diffondendo in Italia. In realtà Bernardo sperava di essere seguito nel risentimento dai cugini Pipino e Ludovico, ma costoro di fronte al grande esercito riunito dal padre a Chalons da tutte le zone dell'impero non ritennero opportuno risentirsi contro il padre e lo abbandonarono.
Bernardo si vide perduto e corse a Chalons a implorare perdono allo zio insieme ai suoi complici; Ludovico li fece imprigionare e li mandò ad Aquisgrana. Nell'818 si ebbe in questa città un doppio processo: uno a carico degli ecclesiastici e l'altro a carico di Bernardo. I primi furono giudicati da un concilio di vescovi che condannò i vescovi di Cremona e Milano alla perdita dei gradi ecclesiastici e alla clausura monastica; Bernardo da giudici laici fu prima condannato a morte e quindi al carcere a vita con la pena del solito accecamento. Questo fu eseguito, a quanto pare, con una "tecnica" così barbara che Bernardo pochi giorni dopo morì.
Ludovico si pentì profondamente di come si era comportato e graziò completamente tutti i complici del nipote nonché i vescovi; Anselmo poté tornare a Milano, e si chiuse nel monastero di S. Ambrogio. Non risulta che il papa si sia adoperato per alleviare la sorte dei ribelli, ecclesiastici o meno.

Comunque la situazione a Roma in quegli anni appare un po' avvolta nel buio; per due anni il trono d'Italia non fu ricoperto da nessuno, poi Ludovico decise di assegnarlo a Lotario, inviandolo in Italia però soltanto nell'822 proprio per vedere di capire com'era la situazione nel paese da un punto di vista amministrativo e giudiziario. Si fermò a Pavia, e Pasquale lo pregò insistentemente di venire a Roma, per essere incoronato e ricevere l'unzione come suo padre.
Lotario, ottenuto il consenso da Ludovico, aderisce alla richiesta; a Roma è ricevuto con tutti gli onori e il giorno di Pasqua dell'823 in S. Pietro viene incoronato imperatore ed acclamato come Augusto dal popolo romano. Sembra un'occasione per la Curia pontificia di riaffermare il principio che Roma è la base dell'impero e l'unzione papale offre all'incoronazione un carattere divino, tale da mettere in buona luce Pasquale, che gliela concedeva. Senonché il papa mischiava al solito le carte e così dichiarò che da quel momento Lotario aveva potestà sul popolo romano; gli fu fatale. Lotario volle subito dar prova della sua autorità amministrando la giustizia su una causa promossa dal convento di Farfa alla Curia pontificia per l'appropriazione di alcuni beni. Sanzionò che si era trattato di appropriazione indebita e tutti i beni in questione furono restituiti al convento. .
A quanto pare il potere temporale di Pasquale aveva ricevuto un brutto colpo; il clero romano fu irritato dal comportamento di Lotario, mentre la nobiltà filo franca ne fu soddisfatta, a tal punto che meditò un moto rivoluzionario contro la Curia. Capi della rivolta erano il primicerio Teodoro e il nomenclatore Leone, suo genero; ma la reazione ecclesiastica fu pronta e violenta. I due furono arrestati, accecati e decapitati. La notizia giunse fulminea ad Aquisgrana e fu accolta con risentimento, anche perché Teodoro era stato nell'821 nunzio pontificio alla corte imperiale; l'imperatore decise di inviare dei giudici perché svolgessero un'inchiesta. Dal canto suo il papa, che era stato apertamente accusato di aver ordinato o almeno suggerito l'uccisione dei due, e in pratica di abuso di potere spettante all'imperatore, batté sul tempo Ludovico inviandogli degli ambasciatori i quali dichiararono che Pasquale era innocente e disposto a sottoporsi ad un'inchiesta.
I giudici imperiali allora partirono e giunsero a Roma nell'agosto dell'823, ma con grande meraviglia si sentirono dire dal papa che egli rifiutava di sottoporsi al giudizio, perché era inammissibile e contro ogni tradizione giudicare il primate della sede di Roma. E fu il terzo papa che spontaneamente si sottopose invece al giuramento di purificazione; egli era innocente dinanzi a Dio, lo giurava. Ma nello stesso tempo maledisse i giustiziati come colpevoli di alto tradimento, dichiarando che la loro morte era stata un atto di giustizia. I giudici imperiali se ne tornarono ad Aquisgrana e l'imperatore credette opportuno sospendere l'inchiesta e non dare seguito alla cosa.

Pasquale I comunque ebbe un impegno notevole anche nella sua specifica attività di "uomo di Chiesa", e con uno spirito sociale, come quando nel monastero di S. Prassede da lui costruito ospitò i greci profughi dall'Oriente, perseguitati come anticonoclasti. Una leggenda ce lo ricorda inoltre accorrere nel rione di Roma abitato dagli Anglosassoni distrutto da un incendio, che aveva attaccato anche la galleria annessa alla basilica di S. Pietro, e passare scalzo tra le fiamme che stavano invadendo la chiesa; automaticamente l'incendio cessò, come spento da una forza superiore.
Suo merito fu anche il ritrovamento della salma di S. Cecilia, per la quale aveva restaurato la chiesa in Trastevere. Per quanto si desse da fare Pasquale I non riusciva a ritrovarla nelle catacombe e pensò che i Longobardi l'avessero rubata. Poi, ecco una visione, secondo il Liber pontificalis, nel pieno di una funzione domenicale alla Confessione di S. Pietro; ad un tratto gli appare un'angelica figura di giovinetta, S. Cecilia appunto, che lo esorta a cercare ancora nel cimitero di S. Callisto. La ricerca dette i suoi frutti e la santa, avvolta in panni d'oro, col marito Valeriano, martire come lei, trovò sepoltura nella sua basilica.
Per questo aspetto socio-religioso della sua persona, che resta marginale rispetto a quello politico, non si può condividere Bargellini che definisce Pasquale I "un grande papa, perché santo nelle intenzioni, e santo nelle realizzazioni". Piuttosto egli ebbe un comportamento ambiguo che mostrò appunto la doppiezza del suo potere o meglio, come osserva il Gregorovius, egli "fu vittima della contraddizione tra i due poteri, temporale e spirituale, che si concentravano nella sua persona". È un fatto che finì per essere odiato dai Romani, se non permisero che il suo cadavere fosse sepolto in S. Pietro, non ritenendolo degno di tanto; fu sepolto probabilmente in S. Prassede. Morì l'11 febbraio dell'824, e l'11 febbraio viene festeggiato, insieme con un martire di Aversa.