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PAOLO II
Pietro Barbo

Nato a Venezia 1l 26.II.1418

Eletto papa il 30.VIII
e consacrato il 16.IX.1464
Morto il 26.VII.1471

Il conclave per eleggere il successore di Pio II si riunì in Vaticano il 27 agosto 1464; l’elezione non fu contrastata, e già al primo scrutinio del 30 agosto fu eletto il cardinale di S. Marco, il veneziano Pietro Barbo, figlio di una sorella di Eugenio IV. Era nato il 26 febbraio 1418 da una ricca famiglia di commercianti e avrebbe dovuto darsi al commercio, ma lo zio lo avviò alla carriera ecclesiastica; a soli vent’anni aveva già ricevuto la porpora cardinalizia.
Da subito cominciò con il distribuire gratuitamente le medicine della sua farmacia privata ai poveri.

Dopo l’elezione manifestò il desiderio di chiamarsi Formoso, ma i cardinali lo distolsero da quella ridicola idea, che ricordava epoche buie del Medioevo papale, come pure gli sconsigliarono il nome Marco, perché evocava troppo il grido di battaglia dei Veneziani "San Marco!"; finì per assumere il nome di Paolo II e fu consacrato il 16 settembre 1464. Ma da papa non concesse più di tanto al collegio dei cardinali; durante il conclave era stato giurato dai porporati un accordo elettorale che, al solito, in una serie di convenzioni tendeva a diminuire notevolmente la sovranità pontificia e a dare importanza al Sacro Collegio.
Avrebbe dovuto esser confermato da Paolo II con una bolla tre giorni dopo l’incoronazione, ma ciò non avvenne; egli presentò invece alla firma dei cardinali una bolla che sostanzialmente annullava quanto stabilito in sede di conclave, bloccando così qualsiasi tentativo di "monarchia costituzionale" ovvero di potere oligarchico.
Accontentò però i porporati, aumentando sussidi finanziari e non concedendo più giurisdizioni e magistrature ai laici per una totale clerizzazione dell’apparato amministrativo; valse per tutte la nomina a governatore di Castel S. Angelo di un ecclesiastico, effettuata l’anno stesso della sua incoronazione, nella persona di Rodrigo de Arévalo.

Anticonciliarista dunque, entrò per questo motivo in urto con Luigi XI di Francia e scomunicò Giorgio Podèbrad, re di Boemia, perché sostenitore della Chiesa nazionale, e diede la corona a Mattia Corvino, re d’Ungheria.
Tentò l’abolizione della Prammatica sanzione di Bourges, e si alleò a Venezia contro Ferdinando I di Napoli.
Riaffermò in pieno così la sovranità assoluta del papa, già evidenziata da Pio II; perfino la tiara, che come simbolo del potere universale pontificio nella forma del triregno, dal XIV secolo aveva preso il sopravvento sulla mitra, semplice simbolo del potere spirituale ed episcopale, assunse maggior splendore. Paolo II volle per sé una tiara d’oro piena di gemme, ricordata da un anonimo umanista in due versi che ridicolizzavano il sovrano:

Di Paolo papa il capo è vuoto: è giusto 
quindi che sia di gemme e d’oro onusto.

Del resto gli umanisti ebbero di che esser scontenti di questo papa: l’eliminazione dei laici dall’amministrazione pontificia comportò anche l’abolizione del collegio degli Abbreviatori istituito da Pio II, sicché ci fu una levata di scudi da parte del folto gruppo dei letterati che si ritrovarono senza stipendio. A nulla valsero le loro recriminazioni, tra le quali si fece sentire più alta la voce del Platina, futuro bibliotecario del Vaticano sotto Sisto IV; propose invano appello alla Sacra Rota. "Io sono il papa e posso, secondo che più mi piace, fare e disfare", risponderà Paolo II.
Quando poi il Platina scrisse una lettera in verità un po’ arrogante direttamente a Paolo II, minacciando la convocazione di un concilio, davanti al quale il papa avrebbe dovuto render conto del suo comportamento, per lui arrivò l’ordine di esser "preso e messo in ceppi". Da prigionia e tortura di quattro mesi in Castel S. Angelo, l’umanista fu salvato solo grazie all’intercessione del cardinale Gonzaga; il Platina se la legò al dito però, scrivendo poi di Paolo II "peste e corna" con tutto il rancore che aveva dentro nelle sue Vitae pontificum. E tra l’altro denunciava: "Hebbe così in odio gli studii della humanità et così li dispreggiava e vilipendeva, che tutti quelli che vi davano opera soleva egli chiamare heretici. Per questo confortava et essortava i Romani a non fare molto perdere tempo a’ figlioli loro negli studii di queste lettere e che assai era e bastava se essi sapevano leggere e scrivere".
Ed era vero, come conferma un passo della lettera di Lorenzo da Pesaro al duca Francesco Sforza, citata dal Pastor: "Il papa ha prohibito a tutti li maestri de scole che non vole Sua Santità che leggano poeti latini per la heresia intrata in certi (maestri) che se delectavano de questi poeti". In pratica, proprio perché Paolo II era un profondo conoscitore di arte, come testimonia quanto di prezioso ammassò nella sala del tesoro di Castel S. Angelo o la splendida costruzione del palazzo di S. Marco (il futuro palazzo di Venezia), e conosceva bene il valore della cultura, attuò la politica tipica dei regimi assoluti di lasciare il popolo nell’ignoranza. Per allontanarlo da sollecitazioni di spirito municipale, "lo saziò sia di pane che di divertimenti", come annota il Gregorovius, quanto mai preciso nel rievocare sulla base dei cronisti del tempo certe condizioni di vita a Roma sotto Paolo II.
"In città costruì granai e macelli e, con spirito veramente mondano, tollerò che si festeggiasse liberamente il Carnevale" nel 1468, secondo la vecchia tecnica del "panem et circenses"; furono per quell’occasione, come ricorda appunto lo storico tedesco, "allestiti cortei bacchici, rappresentazioni mitologiche di numi, di eroi, di ninfe e di geni e dalla loggia del suo palazzo il papa volle essere spettatore delle corse ordinando che se ne fissasse la partenza sotto l’arco di Domiziano e l’arrivo sotto le sue finestre. Fu dunque il primo che facesse rivivere a Roma il carattere pagano dei ludi carnascialeschi; eppure furono in pochi a domandarsi se a un papa convenisse ciò che sarebbe stato adatto a un Pompeo o a un Domiziano; lo stesso cardinal Ammannati, che alzò la propria voce a biasimare quegli eccessi, non suscitò probabilmente altra reazione che il riso di chi lo ascoltava. Finiti i giochi, il papa invitò la popolazione davanti al palazzo dove trascorreva la maggior parte del suo tempo; ivi i cittadini eminenti sedettero davanti a tavole riccamente imbandite, mentre il vicecamerario Vianesio degli Albergati e altri membri della Curia vigilavano affinché l’ordine non si turbasse; intanto Paolo II stava affacciato alla loggia e guardava, dimentico della dignità del suo rango, buttando monete alla plebaglia che faceva ressa per impadronirsi dei resti del pranzo. Vedendo senatori, conservatori e cittadini, così occupati a divorare il cibo che egli offriva loro, il papa poté ben dire a se stesso che Senato e popolo erano indegni entrambi della libertà".
Constatazione amara questa che conclude la rievocazione di quel Carnevale, ma che trova peraltro un suo riscontro proprio negli avvenimenti che si accompagnavano a quella festa ormai tradizionale del 1468; venne scoperta quell’anno una specie di congiura contro il papa nel gruppo degli umanisti dell’Accademia Romana fondata da Pomponio Leto, o perlomeno Paolo II fu convinto che quei letterati, "imbevuti di idee e di comportamenti antico-romani", come li definisce il D’Onofrio, "rivolti ad una archetipica, irrealizzabile libertà repubblicana", tramassero contro la sua sovrana persona, per cui finirono tutti a Castel S. Angelo.
"In che cosa consistesse, cioè a quali scopi finali mirasse siffatta congiura, non è mai stato chiarito", ricorda ancora il D’Onofrio, "anche perché quello che poi fu detto esserne stato il capo, il fiorentino Filippo Bonaccorsi. .. avvertito in tempo era fuggito da Roma per trovare comoda ospitalità in Polonia presso re Casimiro." Alla fine tutti furono rimessi in libertà e l’unico amaro risultato fu che venne sciolta l’Accademia Romana; l’episodio in effetti fu, come giustamente conclude il D’Onofrio, "l’ultimo ormai esangue e persino antistorico tentativo di libertà laica della città di Roma dall’autorità pontificia. D’ora in poi, molte voci di protesta si può dire che non si udranno più. Tutto ormai si sarebbe mosso entro l’angustia di un binario sempre più ortodosso e rigoroso".

Nulla di più riserva il pontificato di Paolo II, anche se va ricordata ancora, per quanto riguarda il rafforzamento del potere nello Stato pontificio, l’opera di eliminazione da lui compiuta della "brigantesca" famiglia dell’ Anguillara. Il suo prestigio internazionale si avventurò in una nuova crociata contro i Turchi in appoggio all’Ungheria, destinata peraltro a risultare vana di fronte alla superiorità del nemico, che estese il proprio dominio fino in Albania, alla morte dell’estremo difensore di questo paese, lo Skanderbeg, che personalmente aveva richiesto aiuto al papa.

Nel 1470 con la bolla Ineffabilis Providentia Paolo II stabiliva definitivamente che il giubileo venisse celebrato ogni venticinque anni e si accingeva a raccoglierne i frutti per il 1475; ma non ci riuscì. La morte lo colse all’improvviso nel suo palazzo di S. Marco il 26 luglio 1471 per un colpo apoplettico; ma il Platina ci fa correre il sospetto che sia stato avvelenato, "perché il dì precedente alla notte che egli lasciò la vita, due ben gran meloni si mangiò", a parte la storiella popolare che lo disse strangolato da uno spirito racchiuso in uno dei suoi numerosi anelli.

Gli fu eretta una splendida tomba in S. Pietro, opera degli scultori Mino da Fiesole e Giovanni Dalmata, esaltata dal Vasari come il più eccezionale monumento funebre mai eretto per un papa; ma con la costruzione della nuova basilica, essa venne smembrata e solo il sarcofago fini nelle Grotte Vaticane.