105.

NICCOLO' I MAGNO

Romano
Papa dal 24.IV.858
al 13.XI.867

Niccolò I discendente di una nobile famiglia romana, figlio di un certo Teodoro, era nato verso 1'800; suddiacono sotto Sergio II, diacono con Leone IV e consigliere di Benedetto III, arriva al pontificato sulle ali di quel "rito della renitenza" che, sinceramente espresso nella grande figura di Gregorio Magno e in quella fugace di Valentino, sembra in questo caso riflettere un calcolo politico.
Si dà il caso che Ludovico II aveva appena lasciato Roma, dove era andato per motivi che ci sono ignoti, quando seppe della morte di Benedetto III; era un'occasione unica che si offriva all'imperatore di presenziare all'elezione del nuovo pontefice. Così tornò sui suoi passi, e una volta riunitasi la grande assemblea degli elettori nel monastero di S. Silvestro riuscì a far convergere i voti sul diacono Niccolò, il quale era però assente. Allora tutti "si precipitarono a S. Pietro, dove egli si era andato a nascondere", racconta il Liber pontificalis, "perché si riteneva indegno di tale carica. Ma i presenti lo costrinsero a uscir fuori dalla basilica e lo introdussero nel palazzo Lateranense tra sacre acclamazioni e lo posero sul trono"; poco dopo fu condotto di nuovo a S. Pietro e incoronato alla presenza di Ludovico II. Era il 24 aprile dell'858.

L'elezione di Niccolò l rispondeva senza dubbio ai desideri dell'imperatore, anche se il diacono contava pure molti nemici nel clero, che gli avrebbero preferito il prete-cardinale di S. Marco, Adriano, destinato poi a succedergli, il quale di fronte alle chiare preferenze di Ludovico II aveva declinato la sua candidatura. Proprio in questa luce il "rito della renitenza" da parte di Niccolò acquista un significato tutto "politico" per accattivarsi il consenso generale all'insegna di una decantata modestia. E comunque gli eventi immediatamente seguenti la sua consacrazione lasciano supporre che tra l'imperatore e il neopapa intercorresse un rapporto personale d'amicizia.
Secondo il Liber pontificalis Ludovico II, dopo aver lasciato Roma, fece sosta nei pressi di S. Leucio, nell'attuale zona di Tor di Quinto, e ricevette la visita di Niccolò I, con tutto il seguito dell'alto clero e della nobiltà. L'imperatore gli si fece incontro e, per un tratto di strada, tenne le briglie del cavallo del papa accompagnandolo al suo padiglione. Lì ebbero un colloquio alla fine del quale il papa ricevette numerosi doni e rimontò a cavallo per tornare in città; Ludovico II, anch'egli a cavallo, lo accompagnò finché, giunti in prossimità delle mura, l'imperatore smontò e camminò per un po' alla destra del papa tenendogli nuovamente le briglie come suo palafreniere. È un atto che ricorda quello di Costantino illustrato nell'ultimo mosaico della chiesa dei Ss. Quattro Coronati: "con tale altezzosa condotta, dinanzi a un imperatore desideroso egli stesso di umiliarsi", come nota il Gregorovius, "Niccolò I iniziò il suo pontificato".
E precisiamo subito che si trattò di un pontificato breve, di soli nove anni, ma intenso e fondamentale; egli incarnò il concetto di papa come capo al quale re, imperatori, vescovi e preti dovevano obbedire. Il mondo intero doveva ricevere le direttive esclusivamente dal papato; il sovrano poteva essere il beneficiario di un potere politico ma doveva risponderne al papa, come il vescovo o il prete nel campo religioso.
"Tutto l'ordine sociale e religioso del mondo dipendeva dal papato di Roma: così Niccolò I concepiva il ruolo dell'istituzione, ed in tale spirito egli governò", come osserva Walter Ullmann.
Gli fu vicino in quest'opera di accentramento politico-religiosa della comunità mondiale, che rifletteva la missione egemonica che Roma avrebbe dovuto incarnare, quell'Anastasio, già scomunicato da Leone IV, antipapa di Benedetto III, ma poi completamente riabilitato. Era diventato bibliotecario del Vaticano ed è lecito pensare come sia stato proprio lui a sottoporgli quelle "Decretali pseudoisidoriane", di cui si è parlato nella biografia di Leone IV; "Niccolò I riconobbe in esse le armi più efficaci per la sua battaglia contro i re e i sinodi", come ha detto il Gregorovius. Usò quel materiale antico, cosciente evidentemente di quanto di falso in esso ci fosse, ma gli dette la forma coerente per la sua applicazione, integrandolo come testimoniano i numerosi estratti dai suoi decreti entrati poi a far parte di raccolte di diritto canonico di epoca posteriore. Da questo lavoro di gruppo di Niccolò I e Anastasio, come a dire il braccio e la mente, e approfittando in concreto della debolezza dei discendenti carolingi, il concetto di Mater Ecclesia si affermò concretamente nel suo doppio significato politico-religioso, di fronte al quale il Gregorovius nota che l'imperatore "dovette accontentarsi di far da spettatore alla vittoria del papa". È chiaro che Niccolò I non significò tutto e definitivamente per l'affermazione concreta di quanto si è detto, ma egli fu senz'altro il creatore del papato medievale; a lui faranno capo papi come Gregorio VII o Innocenzo III.
Tutto questo trova una sua chiarificazione, secondo quanto ha precisato il Seppelt, nel fatto che "non essendo possibile concepire una separazione fra la Chiesa e lo Stato, secondo i criteri moderni, si mantenne il concetto dell'unità inscindibile di Stato e Chiesa" ovvero di uno Stato clericale. Perché certo non si può parlare di autonomia di uno Stato quando questo "era obbligato a seguire in tutti i suoi atti i principii cristiani ed ecclesiastici", tanto che "gli obblighi imposti dalle leggi temporali cesseranno di valere, appena interferiscono nel campo ecclesiastico, quando sono contrari alla volontà di Dio o alle leggi etiche cristiane".
Un'applicazione concreta di questo concetto si aveva nella condanna del "divorzio" per usare un termine moderno, ma che allora più che altro si definiva "ripudio" da parte del marito nei confronti della sposa, anche se non erano infrequenti casi di abbandono del "tetto coniugale" da parte di donne. Già Benedetto III aveva avuto infatti occasione di condannare Ingeltrude, per aver abbandonato il conte Bosone; Niccolò I ebbe modo di far trionfare il concetto del sacro vincolo del matrimonio nei confronti di Lotario II, nipote dell'imperatore. Ma anche qui è bene subito precisare che l'avvenimento va inquadrato, come osserva il Gregorovius, "in quell'epoca di barbarie in cui non esisteva un'opinione pubblica capace di porre un freno alla strapotenza dei principi". Cioè non esisteva una concezione laica precisa del matrimonio e quindi "la condotta di Niccolò, in occasione dello scandalo che coinvolgeva la famiglia reale, fu nobilissima e risoluta; la podestà del sacerdozio apparve, in lui, come la forza morale che punisce il vizio e salva la virtù".
Era accaduto che Lotario II aveva ripudiato la moglie Teuteberga, da cui non aveva avuto figli, per sposare una nobildonna, Gualdrada, con la quale egli in precedenza aveva vissuto e dalla quale aveva avuto tre figli, che quindi voleva legittimare. Aveva riunito un concilio a Metz con vescovi a lui favorevoli, che avevano espresso parere favorevole e giustificata l'intenzione del re. Furono coinvolti nell'imbroglio i due legati pontifici, tra i quali il vescovo di Porto, Rodoaldo, facilmente corruttibile.
Le decisioni del concilio furono inviate a Roma tramite gli arcivescovi di Colonia e Treviri; Niccolò, già al corrente dello sviluppo degli avvenimenti, si rifiutò di riceverli per tre settimane, poi li convocò in un sinodo da lui riunito in Vaticano e dichiarò nulle le decisioni di Metz, giudicando Gualdrada una semplice concubina, sulla quale lanciava la scomunica, e Teuteberga l'unica moglie legittima. Anche i due arcivescovi Guntero e Teutgardo furono scomunicati e deposti, perché non avevano difeso la santità di un sacramento, chiaramente sospinti dall'avidità di chi sa quali promesse di beni territoriali fatte da parte di Lotario.
Gli arcivescovi chiesero l'intervento dell'imperatore Ludovico II accusando apertamente Niccolò I di abuso di potere; l'imperatore, convinto dai due arcivescovi, partì per Roma con la moglie Engelberga e un esercito, portandosi dietro i due scomunicati. Era deciso a rivedere un po' le cose nei confronti di questo papa che improvvisamente sembrava farla da padrone. Niccolò I si accinse a riceverlo preparando una "scena" da funerale; era il febbraio dell'864 e dispose che Roma entrasse in lutto con processioni e digiuni. Così la città accolse il suo imperatore e il papa non si recò nemmeno a salutarlo, chiudendosi in Laterano in preghiera e qualificando Ludovico II come "scellerato ed infesto".
Le processioni s'intrecciavano per le vie di Roma e una fu anche assalita da alcuni baroni di Ludovico esasperati dai rifiuti del papa di ricevere il loro sovrano; molti preti finirono malconci, croci e stendardi furono distrutti. Si sparse anche la voce che il papa, sentendosi insicuro in Laterano, aveva risalito il Tevere su una barca e si era rifugiato in S. Pietro, digiunando per due giorni interi; certo la situazione era insostenibile e ci volle tutta la diplomazia dell'imperatrice Engelberga per arrivare ad una mediazione tra il papa e l'imperatore.
Riuscì a farli incontrare; ma si ottenne solo una riappacificazione tra loro due; per il resto nulla cambiò. Gli arcivescovi restarono scomunicati. Lotario dovette riprendersi Teuteberga, nonostante la stessa regina supplicasse il papa di ritornare sulla decisione e acconsentire al desiderio di Lotario, dal momento che ormai quel matrimonio non le procurava altro che calunnie continue, ultima delle quali quella di avere rapporti incestuosi con suo fratello. In caso di non applicazione di quanto deciso dal papa, su Lotario incombeva la minaccia di una scomunica; per quanto riguardava la scomunicata Gualdrada, questa doveva presentarsi a giudizio a Roma. Ludovico Il dette ragione al papa e se ne andò via da Roma. La vertenza era conclusa, perlomeno a livello ufficiale, e comunque tutta la storia di questo matrimonio, come nota l'Ullmann, resta significativa "nel senso che per la prima volta il papato giudicò un re che si trovò inaspettatamente minacciato di scomunica, destino che gli fu risparmiato per la morte del papa", visto che egli subito riprese la sua relazione con Gualdrada; "tuttavia questo era un segno premonitore".

Niccolò I fu l'espressione tipica dell'assolutismo di un papa; sotto di lui Roma stessa visse tranquilla, senza contrasti tra nobili ed ecclesiastici. Egli d'altronde tenne testa ai vescovi non meno che ai monarchi, riuscendo a opporsi con risolutezza al crescente nazionalismo delle Chiese nei vari paesi, come quando nell'861 obbligò Icmaro, arcivescovo di Reims, a restituire a Rotado, vescovo di Soissons, i poteri che gli aveva tolto in qualità di metropolita della Francia. Un vescovo non poteva essere deposto senza il consenso di Roma.
Uguale fermezza mostrò con l'arcivescovo di Ravenna, Giovanni, che mirava ad ottenere sul suo territorio la più completa autonomia;. questi si comportava come un vero despota con laici e religiosi, incamerava beni, scomunicava vescovi, estorceva tributi. Scomunicato da Niccolò I, pensò di risolvere la cosa con l'appoggio di Ludovico II; il papa respinse automaticamente l'intromissione imperiale, non ricevette i messi di Ludovico, che finì per abbandonare l'arcivescovo, e tutto si risolse con una netta vittoria di Niccolò I. A Giovanni fu tolta la scomunica e fu reintegrato nei suoi poteri solo dopo che ebbe sottoscritto un decreto in base al quale doveva recarsi a Roma una volta l'anno a riferire sulla sua condotta; gli era vietata qualsiasi estorsione a laici e vescovi e doveva risolvere le precedenti controversie rimettendosi al tribunale di Ravenna, di cui avrebbe fatto parte un legato pontificio.

Niccolò I fu un vero sovrano universale anche nell'opera di evangelizzazione che lo tenne impegnato in Bulgaria; fautore principale di quest'opera missionaria fu il vescovo di Porto, Formoso, futuro papa, che insieme al vescovo Paolo di Populonia fece opera di conversione in massa tra i Bulgari, con l'appoggio del loro re, che fu convinto ad accogliere soltanto sacerdoti dall'Occidente, rifiutando quelli greci; i sudditi stessi avrebbero scelto il loro arcivescovo. Il re dei Bulgari fu entusiasta dell'opera missionaria di Roma, perché essa fu accompagnata dalla formulazione di una vera e propria costituzione, che risolse molti problemi di quel popolo, alcuni veramente puerili, in verità, attuando così le basi di un vero e proprio Stato clericale.
Questa costituzione, dal titolo Responso, stabiliva un codice di leggi civili adatte all'educazione di quella nazione sorta da poco, e fu redatta sulla base di una serie di dubbi sollevati dalla popolazione e dal suo re su questioni di carattere economico, giuridico e sociale. Dal come dovevano celebrarsi le nozze al modo in cui era più civile vestirsi, dal modo in cui si doveva giudicare un crimine ai concetti di schiavitù e libertà. È ovvio che Niccolò interpretò ogni cosa in chiave evangelica e venne così a formulare una vera e propria costituzione statale ispirata alla Chiesa; in pratica riuscì a creare una sorta di "provincia" dello Stato della Chiesa a mille miglia da Roma. E d'altronde mantenere il controllo risultava ovviamente difficile; fu così che questa provincia ecclesiastica già dall'870 entrava nell'orbita di Bisanzio.
E con Bisanzio la lotta di Niccolò I fu aspra e difficile, sostenuta onorevolmente da lui ma destinata irreparabilmente a portare, dopo la sua morte, a quello scisma che segnò la netta separazione tra la Chiesa di Roma e quella d'Oriente. Terminata la lotta per le immagini, sembrava che le due Chiese vivessero un periodo di tranquilla coesistenza sotto il patriarca Metodio. Alla morte di questi, nell'846, il successore, Ignazio, figlio dell'imperatore Michele I, era desideroso di mantenere i buoni rapporti con Roma nel rispetto del primato del papa, questo anche dietro l'influenza determinante di sua madre, Teodora. I suoi guai cominciarono quando Barda, fratello di Teodora, ordì una congiura contro la sorella che teneva la reggenza, e coinvolse nell'insurrezione anche il nipote Michele III, facendogli assumere il potere nell'856. Questi, giovanissimo, dedito alla lussuria più sfrenata e all'ubriachezza, si era lasciato dominare dallo zio, che era il vero capo dello Stato. Peraltro Barda venne accusato dal patriarca Ignazio di incesto, avendo preso con sé la vedova del figlio, e lo costrinse ad allontanarsi dalla funzione eucaristica durante la festa dell'Epifania dell'858. A questo punto Barda convinse il nipote a fare un ripulisti generale; la madre Teodora e le sorelle dovevano entrare in convento e Ignazio sottostare a questa decisione, che rivestiva in effetti puro carattere ecclesiastico. Il patriarca si oppose alla violenta deposizione dell'imperatrice e alla conseguente clausura in un convento, e fu esautorato dai suoi poteri.
La sua sede venne affidata a Fozio, uomo di genio, che rivestiva varie cariche statali, ma che era un semplice laico; nel giro di poco tempo fu elevato al sacerdozio da un vescovo scomunicato, Gregorio Asbesta, rivestito delle dignità ecclesiastiche minori e maggiori, una dietro l'altra, e quindi elevato a titolare della sede patriarcale di Bisanzio. Il tutto nella chiara violazione delle più elementari norme di diritto canonico; ma Fozio, una volta ottenuto l'incarico, non aveva alcuna intenzione di lasciarlo. Riunì immediatamente un concilio, composto da fedeli subalterni, sancì ufficialmente la deposizione di Ignazio e lo scomunicò. La stessa sorte dovevano subire tutti i seguaci dell'ex patriarca e tutte le sedi episcopali resesi vacanti furono assegnate ai sostenitori di Fozio; la guardia imperiale gli dette una mano per stroncare qualche opposizione con maltrattamenti e violenze.
Ovviamente Ignazio si appellò al papa; Fozio peraltro non restò con le mani in mano e inviò un'ambasceria di vescovi a Roma con numerosi regali, dichiarando che Ignazio aveva spontaneamente rinunciato alla carica e che lui aveva dovuto accettare quella nomina dietro le pressioni dell'imperatore e della comunità ecclesiastica di Bisanzio. Tutta una serie di false dichiarazioni, avvalorate anche dai messi imperiali.
Niccolò I voleva vederci chiaro e inviò a Bisanzio, per svolgere un'inchiesta, il vescovo di Anagni, Zaccaria, e quello di Porto, Rodoaldo, già corrotto a Metz da Lotario II; qui non ci pensò due volte a farsi corrompere di nuovo e coinvolse il collega di Anagni nell'affaire. Si giunse a falsificare la lettera del papa di cui erano latori e un'assemblea di vescovi nell'861, con tanto di garanzia dei messi pontifici, confermò la deposizione di Ignazio e approvò l'elezione di Fozio. Forte delle sanzioni sinodali, Fozio cominciò a perseguitare i monaci fedeli a Ignazio ed entrò in relazione con i vescovi occidentali rimproverati da Niccolò I su norme disciplinari, che continuamente il papa rammentava loro in una serie di decretali. Fozio tendeva ad una cospirazione contro la sede di Roma e il papa reagì da par suo.
Scagliò la scomunica contro i due legati traditori e poi, convocato un concilio a Roma nell'863, condannò Fozio imponendogli di deporre le insegne patriarcali. Fu un susseguirsi di ambascerie tra Bisanzio e Roma; Fozio apparentemente si mostrava ligio a quanto il papa prescriveva, ma alle spalle agiva diversamente, finché scoprì le sue carte e riunì un concilio a Costantinopoli, nell'estate dell'867, sotto la presidenza dell'imperatore Michele. Falsi testimoni e accusatori pagati sfilarono davanti all'assemblea che tutto aveva fuorché l'aspetto di un concilio ecclesiastico; e Fozio a conclusione della seduta dichiarò Niccolò I deposto da vescovo di Roma e lo scomunicò.
Inutile dire che la sentenza non ebbe seguito, principalmente perché l'imperatore Michele venne assassinato e il nuovo imperatore Basilio I ritenne opportuno per il bene della pace destituire Fozio e far reintegrare nelle funzioni di patriarca Ignazio. Il papa era venuto comunque a conoscenza della sentenza dello pseudoconcilio e aveva avvertito il pericolo che correva il mondo cristiano, minacciato alle radici della cattedra di Pietro; si dette da fare, per quanto malato e vecchio, ad organizzare dei concili nazionali nelle varie Chiese d'Occidente, e da tutti venne un unanime assenso all'unità della Chiesa nella centralità di Roma. Fautori di questa carismatica affermazione del primato furono i maggiori teologi di allora come Ratramno di Corbie, Enea di Parigi e Scoto Eriugena, che opposero all'inganno e alla coercizione, le armi di cui si era servito Fozio per smembrare l'unità del mondo cristiano, una difesa unanime di fede e forza apostolica, che però solo in parte Niccolò I poté apprezzare, come non poté venire a conoscenza dei cambiamenti intervenuti a Costantinopoli col nuovo imperatore.
Morì infatti il 13 novembre dell'867, forse, proprio per questi avvenimenti, poco convinto da ultimo di aver realizzato a pieno il suo programma; è un fatto che, morendo lui, veniva meno un papa che "comandava re e tiranni e li sovrastava con la sua figura imponente, come fosse stato il Padrone del mondo", secondo le parole di Reginone di Prüm. La missione evangelica di Pietro si era politicizzata e questo testamento avrebbe avuto i suoi eredi. Niccolò I poteva riposare per l'eternità, tranquillo da questo punto di vista, nella basilica di S. Pietro ove fu appunto sepolto.