106.

ADRIANO II

Romano
Papa dal 14.XII.867
al 14.XII. 872

Pur in un clima pieno di contrasti tra le due opposte fazioni esistenti in Roma, una filoimperiale e l'altra autonoma e che potrebbe definirsi "nicolaita", perché seguace delle idee di Niccolò I, il clero e il popolo romano raggiunsero relativamente presto un accordo nella figura del prete-cardinale di San Marco, il romano Adriano, già candidato al soglio pontificio nelle precedenti elezioni. Piuttosto anziano, imbelle ormai, fu preferito all'unanimità per lo spirito di aperta carità che lo contraddistingueva, ma si capiva che non aveva la tempra del suo predecessore. In verità questa elezione fu contestata dai legati imperiali presenti a Roma, che protestarono perché non erano stati invitati alla cerimonia della votazione; clero e popolo si trovarono concordi nella circostanza, giustificandosi col fatto che all'imperatore era riservato il diritto di approvazione, ma che questo non obbligava a far svolgere l'elezione sotto gli occhi dei suoi legati. Tant'è; Ludovico II, che allora si trovava in Italia meridionale per combattere i Saraceni, rese nota la conferma e così il 14 dicembre dell'867 Adriano II fu consacrato.
Il suo grande spirito caritatevole si rivelò immediatamente con la concessione di una amnistia nei confronti degli ecclesiastici puniti per diversi motivi; così furono riammessi nella comunità anche certi prelati corrotti come Zaccaria, vescovo di Anagni, e Teutgardo di Treviri, già scomunicati da Niccolò I. Questo spirito di arrendevolezza e indulgenza facilitò, proprio nei primi giorni del suo pontificato, il verificarsi di un episodio di violenza operato in Roma dal duca di Spoleto, Lamberto; entrato con la sua milizia in città, la saccheggiò selvaggiamente, confiscando i beni della nobiltà e permettendo addirittura ai suoi uomini di violentare e rapire le fanciulle della nobiltà romana. Il papa, al solito indifeso, mandò lettere di protesta all'imperatore, minacciò scomuniche a destra e sinistra, ma nella sostanza tutto andò liscio per Lamberto, che, finito il suo saccheggio, se ne andò via da Roma impunito. Ludovico II del resto non aveva la minima intenzione di abbandonare le terre del Sud alle scorrerie saracene e rinviò ogni resa dei conti a più tardi; infatti solo nell'871, ma per circostanze diverse, finì per deporre Lamberto.
La realtà è che Adriano II era un debole, incapace di difendere non solo Roma ma anche se stesso e la sua "famiglia"; infatti Adriano, prima di prendere gli ordini ecclesiastici, si era sposato con una certa Stefania e aveva avuto una figlia. Divenuto papa l'aveva promessa in sposa ad un nobile romano, ma Eleuterio, figlio del vescovo di Orte, Arsenio, invaghitosi di lei, aveva rapito la ragazza e sua madre, asserragliandosi nel proprio palazzo. Il papa scrisse all'imperatore pregandolo di inviare i suoi messi per aiutarlo in questi frangenti, come uomo; era un padre che chiedeva aiuto! I messi imperiali giunsero a Roma e si diressero verso il palazzo di Eleuterio; a questo punto il giovane perse la testa e in preda a cieco furore uccise la figlia del papa e sua madre. I messi imperiali forzarono le porte del palazzo quando ormai la tragedia era compiuta; Eleuterio fu catturato e venne decapitato.
Un normale fatto di cronaca a sfondo passionale in quell'inverno romano dell'868 con una tragica conclusione? ovvero un rapimento sullo sfondo di una congiura politica per un nuovo colpo di mano al trono pontificio compiuto dal vescovo Arsenio di Orte? Arsenio era lo stesso che aveva tentato di imporre il nipote Anastasio al posto di Benedetto III, sostenendolo come antipapa. Probabilmente ancora moriva dalla voglia di vedere il nipote papa, e questa volta aveva agito mettendo alle strette il neoeletto con il rapimento della figlia, coinvolgendo suo figlio Eleuterio nel vortice di un elemento passionale, che finiva per costituire in realtà un diversivo ad intrighi ben più vasti.
Come spiegare infatti la sua improvvisa fuga da Roma per bloccare e magari corrompere i messi imperiali, tentativo tramontato con la sua stessa morte? E poi anche Anastasio si ritrovò scomunicato, accusato di complicità nel crimine di Eleuterio e certo non per motivi d'amore; un sinodo riunito da Adriano II il 12 ottobre dell'868 gli imponeva una sorta di domicilio coatto nella basilica di S. Prassede. E il saggio bibliotecario giurò obbedienza, riuscendo così gradatamente a conquistare di nuovo la fiducia del papa.

Una chiara dimostrazione della debole personalità di Adriano II si riscontra nella questione relativa a Lotario II e alle sue vicissitudini coniugali, sulle quali Niccolò I si era imposto con autorevolezza in nome della santità del matrimonio, imponendo al sovrano il rispetto del sacramento e alla sua amante Gualdrada la scomunica. Costei fu infatti liberata dalla scomunica, a condizione di astenersi da qualsiasi rapporto con Lotario, ma è chiaro che si trattò di un cedimento da parte del papa, il quale accondiscese anche alla richiesta di Ludovico II d'incontrarsi con Lotario; e si videro a Montecassino nel luglio dell'868. Il sovrano giurò e spergiurò per l'ennesima volta che non avrebbe seguitato la relazione con Gualdrada, rispettando l'unione con sua moglie Teuteberga, nonostante la stessa sovrana avesse fatto presente al papa che molto più opportuno sarebbe stato sciogliere quel matrimonio e liberare lei dalla vita infelice a cui era costretta. A Montecassino il papa stesso impartì la comunione a Lotario e si mostrò fiducioso, pur rimandando una decisione definitiva sulle questioni coniugali ad un sinodo che si sarebbe dovuto svolgere a Roma. Ma un mese dopo questo incontro, Lotario moriva a Piacenza improvvisamente e le due donne della sua vita finivano ambedue in convento.
Lotario non lasciò figli e quindi Ludovico II ne diventava erede di diritto, ma Carlo il Calvo, appena seppe della sua morte, s'impossessò della Lotaringia e il 9 settembre dell'869 si fece incoronare re e ungere a Metz dal vescovo di Reims, Incmaro, lasciando al fratello Ludovico il Germanico il territorio al di là della Mosa e del Reno fino ad Utrecht. Il papa si adoperò in mille modi per evitare questa usurpazione dei diritti dell'imperatore che, impegnato nell'Italia meridionale, aveva chiesto al papa di salvaguardare presso il vescovo di Reims le sue legittime pretese. Non ottenne nulla; Incmaro arrivò addirittura in una lettera inviata al papa a giustificare la condotta politica di Carlo il Calvo, respingendo quelle che venivano definite le "ingerenze" del papa; questi avrebbe dovuto occuparsi esclusivamente delle cose della Chiesa senza interferire nelle questioni di Stato.
Ben misera era la figura che faceva il papa nei confronti di un suo, se vogliamo, "subalterno" che aveva osato rammentare ad Adriano II la vera funzione di un papa; certo non avrebbe risposto così a un Niccolò I, ma è chiaro che il vescovo di Reims si sentiva padrone in casa sua; era in pratica il sostenitore della condotta politica autonoma del sovrano franco per un'autonomia della stessa Chiesa franca. Sparava sentenze francescane al papa, ma badava ai suoi interessi. E così Carlo non restituì i domini franchi.
Ludovico oltretutto ebbe i propri guai nel meridione d'Italia. Mentre il suo esercito agiva in varie direzioni per sottomettere alcune città ribelli, egli si ritirava nell'871 con la moglie, i maggiorenti e pochi guerrieri a Benevento per godersi il bottino ricavato dalla guerra contro i Saraceni. Numerose furono le angherie da lui commesse nei confronti della popolazione, per cui il duca di Benevento, Adelchi, riuscì ad organizzare una rivolta che portò all'arresto dell'imperatore e dei suoi fidi, nonché alla confisca dell'oro saraceno. La liberazione si ebbe solo dietro solenne giuramento da parte dell'imperatore di non importunare più il duca.
E così Ludovico II, con la coda tra le gambe, dovette sloggiare da Benevento, facendo una ben magra figura; riunite nuovamente le truppe, si rifece su Spoleto, dove regolò i conti con il duca Lamberto e quindi tornò a Ravenna.
L'anno dopo era a Roma e il giorno di Pentecoste dell'872 un papa mediocre come Adriano II e un imperatore scornato come Ludovico Il rinnovavano i fasti esteriori di una cerimonia di antichi alti prestigi, come quella dell'incoronazione che veniva appunto impartita per la seconda volta a Ludovico, probabilmente in relazione ai nuovi territori concessigli da Carlo il Calvo dall'eredità di Lotario.

Più positivo sotto il pontificato di Adriano II fu inizialmente il rapporto con l'Oriente, dove l'avvento del nuovo imperatore Basilio I e il reintegro nelle funzioni di patriarca di Ignazio al posto dello scomunicato Fozio, proprio negli ultimi mesi di vita di Niccolò I, portò al grande concilio di Costantinopoli che si svolse dal 15 ottobre dell'869 al 28 febbraio dell'871 (ottavo ecumenico) con il fine di eliminare i disordini esistenti nella Chiesa greca e appianare definitivamente i rapporti con Roma.
I tre legati pontifici si impegnarono a fondo per aver ragione di un'opposizione sempre presente tra i vescovi vicini a Fozio o comunque terrorizzati dalla sua antica potenza; essi riuscirono a far accogliere all'unanimità le decisioni prese a Roma contro Fozio. L'8 febbraio dell'871, alla presenza dell'imperatore Basilio I, dei deputati del re dei Bulgari e degli ambasciatori di Ludovico II, Fozio e le sue dottrine furono condannate; vennero anche deposti tutti i vescovi da lui consacrati. Improvvisamente sembrava ristabilita l'unità della Chiesa; ma fu un'illusione, o meglio fu l'inizio della graduale irreversibile rottura.
Tre giorni dopo la chiusura del concilio se ne ebbero i primi sintomi; Basilio I, Ignazio, i delegati dei patriarchi orientali e i legati pontifici si riunirono per ascoltare una delegazione bulgara che richiedeva che l'appartenenza della Chiesa di Bulgaria a Roma o a Costantinopoli fosse decisa dai patriarchi orientali e non dal papa. Malgrado le varie obiezioni dei legati pontifici, la conferenza dei patriarchi stabilì l'appartenenza della provincia di Bulgaria a Costantinopoli: Roma perdeva una sua creatura, non solo, ma aveva subito una offesa dal patriarca di Costantinopoli che non aveva minimamente reagito alla richiesta bulgara.
Così Ignazio consacrò un arcivescovo per i Bulgari, che già nell'871 si portò in quella terra seguito da un notevole numero di preti greci. Ma la cosa non si limitò a questo: i missionari latini furono scacciati; i rappresentanti pontifici riuscirono a malapena a salvare i formulari di obbedienza al papa già a suo tempo firmati dai Greci, che costituivano una testimonianza del tradimento operato nei confronti di Roma.
Basilio I e Ignazio cercarono in qualche modo di mascherare l'oltraggio, inviando doni al papa e lettere piene di fraternità cristiana. Adriano II ringraziò con una lettera, ma si lamentò del comportamento scorretto di Ignazio sulla questione bulgara, riaffermando i diritti di Roma su quella provincia e minacciando di scomunica Ignazio.
Ma questo papa, autoritario solo a parole, non giunse a tanto; lo fermò la morte il 14 dicembre dell'872. Fu sepolto in S. Pietro.