Giovanni, figlio di Gundo, forse discendente di stirpe longobarda, nato a Roma verso 1'820, arcidiacono della Chiesa romana da oltre vent'anni, fu consacrato papa il 14 dicembre dell'872 e fu ottavo con tale nome. Energico, dotato di multiforme talento, fu un vero e proprio papa-guerriero, cercando di far mantenere al papato quella posizione di prestigio conquistata da Niccolò I.
In quell'epoca torbida, sconvolta dalle continue scorrerie dei Saraceni, una volta morto Ludovico II, venne a mancare tra i carolingi il sovrano capace di salvaguardare l'Italia e lo Stato pontificio. La situazione si aggravò anche perché Roma fu dilaniata da una serie di disordini interni che resero difficile la posizione del papa; nella circostanza la nobiltà romana fu divisa in due fazioni, una filogermanica e un'altra filofranca, con una lotta aperta nella conquista delle più importanti cariche dello Stato.
Quando Ludovico II morì senza eredi maschi, i suoi fratelli Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico aspiravano entrambi alla corona imperiale e al possesso dell'Italia. In verità Ludovico II aveva designato erede Carlomanno, figlio maggiore di Ludovico il Germanico, e l'imperatrice vedova, Angilberga, in un'assemblea convocata a Pavia nel settembre dell'875 perorò la causa del nipote. Ma il desiderio suo e del defunto marito si scontrò con quello di Giovanni VIII, decisamente avverso ai carolingi tedeschi, il quale si affrettò a convocare a Roma Carlo il Calvo con una solenne ambasceria per incoronarlo imperatore. Il sovrano accettò l'invito senza esitazione e l'incoronazione avvenne, con il solito sfarzo solenne, il giorno di Natale dell'875 in S. Pietro.
"Per comprarsi il consenso dei Romani e del papa, Carlo aveva sborsato tanto denaro che i suoi nemici in Germania lo paragonavano a Giugurta", sottolinea il Gregorovius; "dovette umiliarsi a mendicare come un qualunque candidato i voti dei patrizi romani, tanto che il papa poté giungere a dire in un discorso ufficiale - fatto questo mai verificato si prima d'allora - che l'imperatore romano era una sua creatura." Dopo l'incoronazione imperiale Carlo il Calvo si fece eleggere re d'Italia a Pavia dai "Grandi" del regno, ma per la maggior parte costoro non intervennero alla cerimonia. Tutto questo è sufficiente ugualmente a far comprendere come l'autorità pontificia riuscisse ancora ad estendersi ad alti livelli nella penisola, perlomeno al settentrione.
Resta il fatto che Carlo il Calvo finì per essere una grossa delusione per Giovanni VIII. Egli non si rivelò quel braccio destro che il papa sperava diventasse nei confronti delle razzie saracene; gli ambiziosi piani pontifici furono beffati per l'inettitudine dell'uomo in cui aveva riposto tanta fiducia. Le reiterate e urgenti richieste di aiuto del papa contro i Saraceni e il partito filogermanico all'interno di Roma risultarono vane. Gli stessi accordi di Ponthion, che portavano a una revoca della costituzione di Lotario dell'824, finirono per non avere significato. Giovanni VIII si ritrovò ad agire da solo.
Il partito filogermanico in Roma aveva rappresentanti di rango nelle sue file: tra gli altri il nomenclator Gregorio e il genero Giorgio, che per sposare sua figlia Costantina aveva ucciso la prima moglie, nipote di Benedetto III, ma era stato assolto da compiacenti giudici corrotti; e poi il secundicerius Stefano e il magister militum Sergio, che aveva ripudiato la moglie e viveva con la sua amante, la franca Walwisindula. Capo ecclesiastico della fazione filotedesca era il vescovo di Porto, Formoso. Giovanni VIII convocò un concilio al Pantheon il 19 aprile dell'876 minacciando la scomunica contro il vescovo e i maggiorenti del partito, qualora non si fossero presentati a discolparsi: l'accusa era di congiura ai danni dello Stato, con l'appoggio di Lamberto di Spoleto, che aveva riottenuto il suo ducato, e di condotta immorale. Gli accusati non si presentarono, anzi fuggirono da Roma e la scomunica fu solennemente pronunciata in una sentenza emanata in San Pietro il 30 giugno.
Per quanto riguarda il pericolo saraceno, Giovanni VIII volle imitare Leone IV e recinse con mura massicce la basilica di San Paolo e la zona circostante verso Ostia; la fortezza fu chiamata Giovannipoli, ma tutta la fortificazione andò poi distrutta, anche se si ignora quando e in quali circostanze.
Il papa inoltre s'ingegnò nel tentativo di costituire una lega tra i vari sovrani dell'Italia meridionale e principalmente tra le città marinare di Amalfi, Salerno e Napoli, cercando di distoglierle dall'alleanza con i
Saraceni, ma i risultati furono di scarso significato. Riuscì a convincere solo Guaifiero di Salerno e Pulcario di Amalfi, ma dietro forti compensi in denaro. Sergio, duca di Napoli, non ne volle sapere perché
notevoli erano i vantaggi che riceveva da quella alleanza; allora Giovanni VIII lo scomunicò, gli spedì contro Guaifiero di Salerno e, come ricorda il Gregorovius, "senza pensarci troppo su, fece tagliare la testa a venti prigionieri napoletani".
L'energica iniziativa del papa si evidenziò inoltre con la creazione di una piccola flotta, di cui egli stesso prese il comando; anticipando la figura di Giulio II, questo papa-guerriero diresse personalmente le operazioni navali nei pressi del capo Circeo. Era 1'877. Riuscì a catturare diciotto vascelli saraceni e a liberare 600 schiavi cristiani; numerosi i maomettani uccisi. "Era questa la prima volta che un pontefice entrava in battaglia in veste di ammiraglio", annota il Gregorovius.
Dopo di che Giovanni portò a compimento la sua vendetta nei confronti del duca di Napoli. Lo fece catturare dal vescovo della città, Atanasio, che pur essendo suo fratello non esitò a cavargli gli occhi con le proprie mani per fare un servizio completo al sovrano pontefice, che lo fece poi morire in prigione. "Quel fratricidio commesso da un vescovo fu salutato da lui, pontefice, come un evento felice", ricorda il Gregorovius; "all'assassino fu corrisposto il prezzo del suo crimine com'era nei patti, e inviata una lettera di congratulazioni. A tal segno le necessità del dominio terreno allontanavano il papa dalla sfera delle virtù apostoliche del sacerdozio, che con tale dominio è per ragioni morali assolutamente inconciliabile." E non gli si può certo dar torto.
D'altronde tutto questo sangue sparso non servì a nulla; è vero che la flotta bizantina, contemporaneamente a questi avvenimenti, riuscì a infliggere una tremenda disfatta a quella saracena nel golfo di Napoli, ma si trattò pur sempre di un episodio isolato. La lega non si costituì all'atto pratico; gli Amalfitani si fecero beffe del papa e, intascato il compenso, seguitarono a commerciare con i Saraceni. Allo stesso modo si comportò il vescovo Atanasio, divenuto duca al posto del fratello; non esitò a stringere con gli infedeli dei trattati commerciali che lo garantirono dagli assalti della flotta bizantina. Giovanni VIII fu così costretto a venire a patti con i Saraceni e ottenne un certo periodo di pace nel suo territorio, solo versando un forte tributo annuo. "Il pagamento del tributo costituiva una questione alquanto delicata", osserva il Seppelt, "ed equivaleva ad una profonda umiliazione del papa, che poteva però dichiarare a buona ragione che era stato costretto ad un passo simile, poiché dei principi cristiani si erano apertamente schierati con i nemici di Cristo."
Nel frattempo, nell'ottobre dell'877, moriva Carlo il Calvo; immediatamente Carlomanno s'impadroniva dell'Italia senza incontrare ostacoli e richiedeva al papa la corona imperiale. Giovanni VIII cercava di guadagnar tempo; temeva ovviamente un ritorno di fiamma del partito filogermanico a Roma. Ma Carlomanno, colpito da apoplessia, era costretto a tornare in Baviera con il suo esercito decimato dall'epidemia. A questo punto il papa era veramente solo e, sebbene avesse sistemato la situazione con i Saraceni, si trovava effettivamente alla mercé del primo sovrano italiano che avesse voluto approfittare della situazione. E così avvenne.
Il duca Lamberto di Spoleto e suo cognato, il duca Adalberto di Tuscia, occupavano Roma dichiarando di agire in nome di Carlomanno a protezione della Chiesa; in pratica il papa fu tenuto prigioniero, ma i due non riuscirono a strappare a Giovanni la promessa di una futura elezione di Carlomanno, pur sottoponendo la città ad ogni sorta di violenza. Lamberto e Adalberto se ne tornarono dopo un mese nei loro ducati senza aver ottenuto altro che un maggior inasprimento del papa nei loro confronti, il che portò alla loro solenne scomunica in un ennesimo concilio in San Pietro.
Comunque la situazione per il papa non era tranquilla; egli abbandonò Roma e riparò in Francia, dove nell'agosto dell'878 riunì un concilio a Troyes, rinnovando la scomunica ai duchi Lamberto e Adalberto. Il 7 settembre incoronava Ludovico il Balbuziente, figlio e successore di Carlo il Calvo. Ma Giovanni VIII riponeva le sue speranze su un re malaticcio, certo non in grado di aiutarlo nella difesa della Chiesa e di Roma. Dopo un anno tornò allora in Italia, cambiando nuovamente il proprio candidato; le sue preferenze questa volta caddero su Bosone, conte di Provenza, già nominato da Carlo il Calvo governatore del regno d'Italia e giunse a permettergli appunto la corona imperiale, pur di non eleggere Carlomanno. Ma anche lui lo deluse; morto Ludovico il Balbuziente nell'aprile dell'879, essendo i suoi figli minorenni, Bosone si faceva incoronare re a Lione dai grandi ecclesiastici di Provenza e Borgogna.
Il papa era spaesato, alla vana ricerca di una protezione; Carlomanno, malato, non era in grado di governare. L'impero era vacante, ma ormai il titolo d'imperatore era solo un simbolo senza più garanzie per il papa. L'ultimo carolingio a fregiarsene fu alla fine Carlo il Grosso, e fu l'estrema illusione di Giovanni VIII; lo incoronò a Roma nell'881. Egli si aspettava che almeno organizzasse una spedizione contro i Saraceni, per togliergli l'onta del tributo, ma Carlo se ne ritornò al nord con la corona, abbandonando il papa al suo destino.
Giovanni VIII volle ancora sperare in un sovrano italiano e cercò di accattivarsi Lamberto di Spoleto sciogliendolo dalla scomunica; ma il duca morì. Il suo successore, Guido, vanificò ogni speranza di Giovanni; non fece altro che appropriarsi dei beni della Chiesa e imprigionare i sudditi contrari al partito filogermanico, che ovviamente si rafforzò.
Questo papa, a cui stavano a cuore essenzialmente le cose terrene, finì per trattare le questioni religiose con scarso interesse e non si fece scrupolo di riconoscere in un concilio a Roma come patriarca di Costantinopoli quel Fozio già condannato dai suoi predecessori, mostrando quindi scarso rispetto per l'ortodossia. È che sperava in un recupero della giurisdizione ecclesiastica sulla Bulgaria; infatti in una lettera inviata all'imperatore Basilio e a Fozio raccomandava questa sorta di baratto, imponendo però a Fozio di implorare il perdono davanti ad un concilio. Senonché Fozio tradusse in greco a modo suo gli atti e la lettera pontificia, travisandone il contenuto che finì per diventare una sua glorificazione, con la soppressione della questione della Bulgaria. I legati pontifici fecero tre viaggi da Roma a Costantinopoli perché apparissero chiari i vari punti della vertenza; il capo della delegazione, il vescovo Marino, finì per scoprire tutti gli inganni e Basilio lo tenne prigioniero per trenta giorni a Costantinopoli, rispedendo al pontefice gli altri legati compiacenti. Marino, liberato ai primi dell'881, tornato a Roma, fece la sua relazione a Giovanni VIII che scomunicò nuovamente Fozio e i suoi legati.
Deluso, abbandonato a se stesso, Giovanni VIII morì il 16 dicembre dell'882 e fu sepolto in S. Pietro. Un cronista racconta che un suo parente gli avrebbe propinato un veleno e, poiché questo tardava ad agire, gli avrebbe spaccato la testa a colpi di martello. Una fine orrenda, ma che forse rientra nella logica del suo comportamento. "Ambiguo e senza scrupoli, maestro di sofismi e d'inganni", come lo definì il Gregorovius, ma comunque non un "genio diplomatico", incapace in realtà di "restare a galla con abili intrighi, tra mille forze contrastanti", dei quali piuttosto fu vittima. È un fatto che, come osserva ancora il Gregorovius, questo "pontefice violento e vendicativo come pochi altri, si lasciò sempre trascinare dalle sue cieche passioni ed azioni sconsiderate e precipitose; perciò tutte le sue imprese fallirono". Direi appunto che si arrampicò sugli specchi, non riuscendo a "padroneggiare la caotica situazione italiana" come aveva fatto Niccolò I, suo inimitabile modello.