36.![]() |
LIBERIORomano
|
Liberio, un romano, successe a Giulio I il 17 aprile del 352 e fu ben presto trascinato
nel clima delle lotte religiose; Atanasio, vescovo di Alessandria, era sempre al centro
di esse. Gli ariani volevano proprio toglierlo di mezzo e coinvolgere anche l'Occidente
in questa sconfessione del vescovo, inviando nuove accuse al neoeletto Liberio.
La risposta immediata fu un concilio a Roma alla fine dell'anno 352 che giudicò infondate
queste accuse. Ma gli ariani, prendendo di mira Atanasio, volevano colpire il Credo niceno:
Liberio si rese conto che tutti quei concili non sarebbero mai serviti a nulla se
non si fosse confermato nuovamente tutto con autorità, visto che era rimasto inattuato
quanto deciso dal grande concilio di Calcide, che pure era sotto certi aspetti una conferma
ecumenica di quello di Nicea.
Così nell'ottobre del 353 Liberio sollecitò a Costanzo l'autorizzazione per riunire un concilio ad Aquileia; l'imperatore volle che si tenesse ad Arles alla sua presenza. Fu molto sbrigativo, e in pratica decise tutto l'imperatore: Atanasio fu condannato con l'approvazione di tutti i partecipanti intimoriti dalle pressioni di Costanzo. Anche i legati del papa non seppero reagire; l'unico ad opporsi fu Paolino di Treviri, che venne esiliato in Frigia. Liberio deplorò il comportamento del vescovi e in tal senso scrisse ad Osio, evidenziando una sorta di tradimento; personalmente non si sentiva di poter approvare simili decisioni. Sollecitò a Costanzo la convocazione di un nuovo concilio che si tenne a Milano nella primavera del 355. L'imperatore si mostrò più deciso che mai; quanto stabilito, con l'ennesima condanna di Atanasio e il rifiuto di riconoscere il Credo niceno, doveva essere considerato legge e qualsiasi vescovo si fosse opposto ad essa sarebbe stato mandato in esilio. L'arianesimo sembrava dovesse diventare dogma del cristianesimo: mancava l'appoggio di Roma, e Costanzo si rese conto che questo era necessario, se voleva avere veramente la meglio. A tal fine spedisce a Roma l'eunuco Eusebio, con l'istruzione di indurre Liberio con le buone o con le cattive ad approvare la condanna di Atanasio e il riconoscimento degli ariani. L'eunuco offre ricchi doni in S. Pietro; Liberio li rifiuta indignato. Risultato vano ogni tentativo, Costanzo lo fa arrestare e trascinare alla sua corte a Milano: il fatto avviene di notte, perché Liberio è molto amato dal popolo e si vuole evitare una rivolta dei Romani. Tra Costanzo e Liberio si svolge un dialogo patetico, alla presenza dell'eunuco Eusebio e del vescovo ariano Epitteto, riportato da Teodoreto, vescovo di Ciro, nella sua Storia ecclesiastica. "Devi escludere dalla Chiesa Atanasio", gli impone Costanzo. "Un concilio lo ha già scomunicato." Liberio è relegato a Berea, in Tracia, sotto la sorveglianza del vescovo ariano Demofilo. Al suo posto Costanzo provvede a far eleggere da tre vescovi ariani un arcidiacono romano, Felice, obbligandolo con un giuramento che coinvolge il clero e il popolo romano a non dare un successore di loro iniziativa all'esule Liberio. Felice fu in pratica un antipapa, perché l'esempio di fermezza offerto da Liberia fece profonda impressione sul popolo che lo seguitò a considerare suo legittimo pontefice. Questo antipapa, confuso con uno dei martiri più popolari di Roma è passato nel Liber pontificalis con il titolo di papa e nei mosaici di S. Paolo è raffigurato con il nome di Felice II. Fu così che nella numerazione dei papi che ebbero questo nome il secondo non comparve più. Il terrore nel frattempo regna nell'impero: il partito ariano non appare neanche molto unito; Atanasio viene esiliato; S. Ilario, vescovo di Poitiers, subisce la stessa sorte. Costanzo finisce per rendersi conto di persona dell'impopolarità di Felice, quando nel maggio del 357, in visita a Roma, riceve numerose suppliche specialmente da parte delle matrone della città. Si decide a richiamare dall'esilio Liberio nell'estate del 358 in occasione di un concilio a Sirmio; qui il papa firma una formula sulla natura del Verbo non molto precisa, ma che nella sostanza attenua il Credo niceno ed è molto vicina alla tesi ariana. A detta di Atanasio, che risulta a questo punto abbandonato a se stesso, Liberio "è divenuto debole ed ha sottoscritto per paura della morte che lo minacciava"; S. Ilario e S. Gerolamo confermano nei loro scritti questo comportamento. Si tratterebbe di definire solo se fu l'atteggia mento di un rinnegato o di un debole, ma in ogni caso la sua figura non si salva. "E se si riflette che Liberio, così facendo", come ha osservato il Falconi, "rinnegò in definitiva soprattutto se stesso e tutto il suo passato coerente e, almeno a parole, indomito, non si può non concludere con Duchesne che la sua fu "una debolezza", e, più ancora, "una caduta"."
L'episodio del trionfo di Liberio è significativo perché registra per la prima volta
l'inserimento del popolo nella vita di un papa: è un "personaggio", questo, destinato
a svolgere in futuro una parte fondamentale in diverse circostanze, riuscendo ad imporre
la sua volontà come per eleggere un papa così per scacciarlo, in un sentimento di odio-amore
nei confronti del proprio vescovo-re, mutevole attraverso i secoli, rivelatore di sentimenti
cristiani e pii da un lato e laico-anticlericali dall'altro. È chiaro che in questi anni non
si può parlare di popolo in senso ampio. Non è ancora il popolo "comunale" o quello "curiale"
che saprà farsi sentire nelle "pasquinate" tramite letterati più o meno "anonimi"; non è
certo la "plebe" del Belli o la cittadinanza di oggi in gran parte laicizzata e forse
indifferente alle caratteristiche del "suo" vescovo e alla sua "romanità", per come la
figura stessa del papa ha finito per proiettarsi in una dimensione veramente universale che al limite coinvolge tutta l'umanità e non in esclusiva i cittadini romani.
Liberio morì il 24 settembre del 366, e fu sepolto nel cimitero di Priscilla. È commemorato nel Martirologio Geronimiano al 23 settembre, ma il suo nome non compare più nei calendari posteriori.
|