36.

LIBERIO

Romano
Papa dal 17.V.352
al 24.IX.366

Liberio, un romano, successe a Giulio I il 17 aprile del 352 e fu ben presto trascinato nel clima delle lotte religiose; Atanasio, vescovo di Alessandria, era sempre al centro di esse. Gli ariani volevano proprio toglierlo di mezzo e coinvolgere anche l'Occidente in questa sconfessione del vescovo, inviando nuove accuse al neoeletto Liberio. La risposta immediata fu un concilio a Roma alla fine dell'anno 352 che giudicò infondate queste accuse. Ma gli ariani, prendendo di mira Atanasio, volevano colpire il Credo niceno: Liberio si rese conto che tutti quei concili non sarebbero mai serviti a nulla se non si fosse confermato nuovamente tutto con autorità, visto che era rimasto inattuato quanto deciso dal grande concilio di Calcide, che pure era sotto certi aspetti una conferma ecumenica di quello di Nicea.
Così nell'ottobre del 353 Liberio sollecitò a Costanzo l'autorizzazione per riunire un concilio ad Aquileia; l'imperatore volle che si tenesse ad Arles alla sua presenza. Fu molto sbrigativo, e in pratica decise tutto l'imperatore: Atanasio fu condannato con l'approvazione di tutti i partecipanti intimoriti dalle pressioni di Costanzo. Anche i legati del papa non seppero reagire; l'unico ad opporsi fu Paolino di Treviri, che venne esiliato in Frigia.
Liberio deplorò il comportamento del vescovi e in tal senso scrisse ad Osio, evidenziando una sorta di tradimento; personalmente non si sentiva di poter approvare simili decisioni. Sollecitò a Costanzo la convocazione di un nuovo concilio che si tenne a Milano nella primavera del 355. L'imperatore si mostrò più deciso che mai; quanto stabilito, con l'ennesima condanna di Atanasio e il rifiuto di riconoscere il Credo niceno, doveva essere considerato legge e qualsiasi vescovo si fosse opposto ad essa sarebbe stato mandato in esilio. L'arianesimo sembrava dovesse diventare dogma del cristianesimo: mancava l'appoggio di Roma, e Costanzo si rese conto che questo era necessario, se voleva avere veramente la meglio.
A tal fine spedisce a Roma l'eunuco Eusebio, con l'istruzione di indurre Liberio con le buone o con le cattive ad approvare la condanna di Atanasio e il riconoscimento degli ariani. L'eunuco offre ricchi doni in S. Pietro; Liberio li rifiuta indignato. Risultato vano ogni tentativo, Costanzo lo fa arrestare e trascinare alla sua corte a Milano: il fatto avviene di notte, perché Liberio è molto amato dal popolo e si vuole evitare una rivolta dei Romani.
Tra Costanzo e Liberio si svolge un dialogo patetico, alla presenza dell'eunuco Eusebio e del vescovo ariano Epitteto, riportato da Teodoreto, vescovo di Ciro, nella sua Storia ecclesiastica.
"Devi escludere dalla Chiesa Atanasio", gli impone Costanzo. "Un concilio lo ha già scomunicato."
"Le sentenze per diventare esecutorie", risponde Liberio, "devono essere giuste. Sottoponi Atanasio ad un tribunale che si attenga al diritto ecclesiastico."
"Ma è stato già condannato da tutto il mondo!", insiste l'imperatore.
"Quelli che hanno sottoscritto la sua condanna", replica Liberio, "ignorano i fatti. Alcuni hanno agito per ambizione, altri per paura."
"E chi credi di essere tu", grida Costanzo, "che da solo prendi le difese di un empio contro il mondo intero?"
"Anche se sono solo, non per questo diminuisce il bene così alto che io difendo: la fede e l'unità della Chiesa. Io esigo che tutti i vescovi sottoscrivano la professione del Credo niceno, siano liberi di tornare alle loro sedi e ad essi si rimetta un libero giudizio su Atanasio."
L'eunuco Eusebio rimprovera Liberio di trattare Costanzo come un Nabucodonosor; Epitteto lo prende in giro. L'imperatore taglia corto: "Diventa ariano e tornerai a Roma". Ma la risposta di Liberio è degna di un grande papa: "A Roma ho già preso commiato dai fratelli. Per me le leggi della Chiesa vengono prima di ogni altra cosa; non le tradirò mai per poter vivere a Roma".

Liberio è relegato a Berea, in Tracia, sotto la sorveglianza del vescovo ariano Demofilo. Al suo posto Costanzo provvede a far eleggere da tre vescovi ariani un arcidiacono romano, Felice, obbligandolo con un giuramento che coinvolge il clero e il popolo romano a non dare un successore di loro iniziativa all'esule Liberio. Felice fu in pratica un antipapa, perché l'esempio di fermezza offerto da Liberia fece profonda impressione sul popolo che lo seguitò a considerare suo legittimo pontefice. Questo antipapa, confuso con uno dei martiri più popolari di Roma è passato nel Liber pontificalis con il titolo di papa e nei mosaici di S. Paolo è raffigurato con il nome di Felice II. Fu così che nella numerazione dei papi che ebbero questo nome il secondo non comparve più.

Il terrore nel frattempo regna nell'impero: il partito ariano non appare neanche molto unito; Atanasio viene esiliato; S. Ilario, vescovo di Poitiers, subisce la stessa sorte. Costanzo finisce per rendersi conto di persona dell'impopolarità di Felice, quando nel maggio del 357, in visita a Roma, riceve numerose suppliche specialmente da parte delle matrone della città. Si decide a richiamare dall'esilio Liberio nell'estate del 358 in occasione di un concilio a Sirmio; qui il papa firma una formula sulla natura del Verbo non molto precisa, ma che nella sostanza attenua il Credo niceno ed è molto vicina alla tesi ariana. A detta di Atanasio, che risulta a questo punto abbandonato a se stesso, Liberio "è divenuto debole ed ha sottoscritto per paura della morte che lo minacciava"; S. Ilario e S. Gerolamo confermano nei loro scritti questo comportamento. Si tratterebbe di definire solo se fu l'atteggia mento di un rinnegato o di un debole, ma in ogni caso la sua figura non si salva. "E se si riflette che Liberio, così facendo", come ha osservato il Falconi, "rinnegò in definitiva soprattutto se stesso e tutto il suo passato coerente e, almeno a parole, indomito, non si può non concludere con Duchesne che la sua fu "una debolezza", e, più ancora, "una caduta"."
Oltretutto i vescovi del concilio di Sirmio e l'imperatore impongono a Liberio una sorta di compromesso nella sua reintegrazione a vescovo di Roma: una gestione a metà con Felice. A questo punto interviene il popolo romano che, una volta accolto trionfalmente Liberio, caccia l'antipapa rendendo vano ogni suo tentativo futuro per tornare in Roma. Morirà esule sulla via Portuense alle foci del Tevere, abbandonato da tutti, il 22 novembre del 365: il Liber pontificalis lo dà "sepolto al secondo miglio della via Aurelia in una basilica da lui fatta costruire", come per Felice I.

L'episodio del trionfo di Liberio è significativo perché registra per la prima volta l'inserimento del popolo nella vita di un papa: è un "personaggio", questo, destinato a svolgere in futuro una parte fondamentale in diverse circostanze, riuscendo ad imporre la sua volontà come per eleggere un papa così per scacciarlo, in un sentimento di odio-amore nei confronti del proprio vescovo-re, mutevole attraverso i secoli, rivelatore di sentimenti cristiani e pii da un lato e laico-anticlericali dall'altro. È chiaro che in questi anni non si può parlare di popolo in senso ampio. Non è ancora il popolo "comunale" o quello "curiale" che saprà farsi sentire nelle "pasquinate" tramite letterati più o meno "anonimi"; non è certo la "plebe" del Belli o la cittadinanza di oggi in gran parte laicizzata e forse indifferente alle caratteristiche del "suo" vescovo e alla sua "romanità", per come la figura stessa del papa ha finito per proiettarsi in una dimensione veramente universale che al limite coinvolge tutta l'umanità e non in esclusiva i cittadini romani.
Ai tempi di Liberio, considerando che una parte della popolazione era ancora pagana, si può più che altro parlare di "comunità", ma molto grande e tale da determinare un movimento popolare che d'ora in poi sarà impegnato in una viva partecipazione agli avvenimenti episcopali della città. Sorgeranno fazioni, partiti, clientele; i patrizi segneranno il passo nei confronti dei plebei; nasceranno le nobili famiglie romane in un taglio netto dalla "plebe". .
Liberio dunque riprende possesso della sede vescovile; rientra nel pieno della sua autorità, anche se all'ombra di un'ignominia che non si cancellerà; il popolo non sembra rendersene conto o comunque ne è all'oscuro. Riprendono le dispute teologiche da un concilio all'altro.
Due nuovi concili convocati da Costanzo, uno a Rimini per l'Occidente, e un altro a Seleucia per l'Oriente, non arrivarono a chiarire il problema ariano; e allora l'imperatore tentò di imporsi a tutte le tendenze con un simbolo ambiguo detto simbolo "Nicenico", dalla città di Nice in Tracia che ammetteva una "somiglianza" del Padre con il Figlio. Era, nonostante le apparenze, il trionfo della dottrina ariana e "il mondo, gemendo", scrisse S. Girolamo, "stupì di ritrovarsi ariano": non ci fu la minima reazione.
Ma il 3 novembre del 361 Costanzo moriva; gli succedeva Giuliano, figlio di un fratello di Costantino, che già dall'anno prima gli era subentrato, per acclamazione militare, come imperatore nell'Occidente. Egli revocò le sentenze di esilio e così tutti i vescovi ortodossi tornarono nelle loro sedi: Atanasio fu tra questi. In un concilio del 362 egli si fece fautore di un'opera di pace, dichiarandosi favorevole a riaccogliere nella comunità gli eretici pentiti.
Questo provvedimento fu approvato da Liberio che in una lettera raccomandò a tutti i vescovi d'Italia di comportarsi ugualmente; era un modo diplomatico per riappacificarsi con un vescovo a suo tempo abbandonato a se stesso. Nel giugno del 363 muore Giuliano: i suoi successori dimostrano di seguire una politica piuttosto incerta. Valentiniano I è un sincero seguace del Credo niceno; il concilio di Lampsaco del 364 rigetta la formula di Costanzo e condanna i vescovi ariani più famosi. Li difende Valente, fratello di Valentiniano I e da lui associato nell'impero. La situazione resta fluttuante.
A Roma prende consistenza quella nuova forza politica a cui facevo cenno parlando del popolo: il patriziato. In questi primi anni esso si rivela un baluardo di difesa del papa. Ne è una conferma indiretta la leggenda legata alla fondazione in Roma della basilica che si chiamerà poi di S. Maria Maggiore, e inizialmente detta Liberiana, appunto da Liberio che la eresse, come ricorda il Gregorovius "sull'Esquilino, accanto al macello di Livia, il mercato restaurato nel IV secolo da Valentiniano, Valente e Graziano, per gli abitanti del popoloso quartiere circostante. Secondo la leggenda, la fondazione della chiesa sarebbe collegata a una visione. Un ricco patrizio di nome Giovanni, nella notte del 4 agosto, avrebbe visto in sogno la vergine Maria, che gli ordinava di costruire una basilica nel luogo in cui al mattino avesse trovato della neve fresca. Corso da Liberio, il ricco patrizio gli raccontò il sogno e questi gli confessò di aver avuto la stessa visione. Poiché il prodigio intanto si era avverato, Liberio fece tracciare nella miracolosa neve di agosto la pianta della basilica, e il patrizio fornì poi i fondi necessari alla sua costruzione".
Ma il Gregorovius offre anche una spiegazione plausibile della leggenda: "la nuova basilica, infatti, era un monumento del simbolo niceno e dell'insegnamento ortodosso di Atanasio, per il quale Liberio stesso aveva dovuto patire due anni di esilio".

Liberio morì il 24 settembre del 366, e fu sepolto nel cimitero di Priscilla. È commemorato nel Martirologio Geronimiano al 23 settembre, ma il suo nome non compare più nei calendari posteriori.