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INNOCENZO VI
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Uomo modesto e frugale, ma fermo nella
difesa dei diritti della Chiesa, propose la riunione della Chiesa latina alla
Chiesa greca e visse in buon accordo con i principi cristiani. Assolto Cola di
Rienzo, lo inviò a Roma con il cardinale Albornoz, per rimettere ordine
nello Stato pontificio. In seguito fu costretto a scomunicarli entrambi. Fece
incoronare a Roma Carlo IV (1355), ma non si oppose alla Bolla d'oro che
annullava l'intervento del papa nell'elezione dell'imperatore. Morì ad Avignone
e fu sepolto nella Certosa di Villeneuve-les-Avignon.
Dodici giorni dopo la sua morte Clemente VI aveva già un successore; i cardinali il 18 dicembre 1352 elessero il francese Etienne Aubert, nativo di Mont presso Beyssac, nella diocesi di Limoges. Dotto canonista, già vescovo di Noyon e Clermont, dal 1342 era cardinale di Ostia; fu consacrato papa il 30 dicembre e assunse il nome di Innocenzo VI. Cosciente dell'autorità assoluta del suo potere, egli restaurò in pieno la "plenitudo potestatis"; a questo proposito, come primo atto del suo pontificato si rifiutò di mettere in pratica un accordo che, sotto giuramento, i cardinali avevano stabilito in sede di conclave. Esso prevedeva, tra l'altro, per il nuovo eletto la clausola di non far superare al collegio cardinalizio il numero di venti membri, la divisione dei redditi curiali in parti uguali con i cardinali, nonché il divieto di assegnare ai propri parenti cariche importanti. Il collegio avrebbe voluto così imporre una forma di governo oligarchico in seno alla Chiesa, lesiva del primato assoluto del pontefice e Innocenzo VI fu attento nel non cadere nella trappola, emanando il 5 luglio 1353 la bolla Sollicitudo pastoralis, che dichiarò nullo quell'accordo. L'amministrazione della Curia fu da lui semplificata, in linea con le idee di Benedetto XII e in opposizione a quanto attuato da Clemente VI; decisamente contrario ad ogni mondanità e opportunamente consigliato dal generale dell'Ordine dei Domenicani, revocò molte investiture impartite dal suo predecessore, inasprendo l'obbligo di residenza dei prelati nella loro sede sotto la minaccia di gravi pene. Così Avignone si liberò di molti cacciatori di prebende e riacquistò un volto più consono alla dignità religiosa; peraltro fu severo nel mantenimento della Regola francescana ai termini della sua ortodossia. Così gli Spirituali seguitarono ad essere oggetto dei processi dell'Inquisizione; ciò determinò giudizi molto duri su Innocenzo anche da parte della cattolicissima principessa Brigida di Svezia, che aveva preso fissa dimora a Roma dall'Anno Santo, e inizialmente aveva esaltato questo papa per lo spirito morigerato che lo contraddistingueva. Anche l'amministrazione di Innocenzo rivelò col tempo delle lacune, nelle numerose concessioni fatte ai suoi compaesani e in certe tendenze nepotistiche, dalle quali non riuscì in pratica ad esimersi nonostante lo spirito severo che sembrava caratterizzarlo al momento del suo insediamento. Innocenzo VI finì insomma per essere una delusione nelle aspettative di quanti l'avevano osannato; il Petrarca che lo aveva segnalato come magnus vir et juris cultissimus dovette ricredersi, fino a rifiutare il posto di segretario particolare, che il papa gli aveva offerto. L'opera che lo impegnò particolarmente, e torna a suo onore, fu la restaurazione dell'autorità pontificia là dove era la sua sede e il suo potere millenario, a Roma. La costante preoccupazione di Innocenzo divenne appunto la situazione incontrollata esistente in quella città e nello Stato della Chiesa, a causa dei signori locali che facevano il buono e il cattivo tempo. Per questo scopo gravoso decise di affidarsi al cardinale Gil Navarez Carrillo de AIbornoz, che era nello stesso tempo un militare, un diplomatico e un esperto di diritto; al suo seguito inviò Cola di Rienzo, che ritenne opportuno liberare dallo stato di prigionia in cui viveva ad Avignone, concedendogli la grazia e togliendogli la scomunica. Una persona come Cola avrebbe potuto giovare all'Albornoz, valendosi della conoscenza che l'ex tribuno possedeva della situazione italiana nonché dell'ascendente che ancora poteva esercitare sui Romani. In fondo all'animo di Innocenzo si faceva strada il pensiero di tornare un giorno a Roma, se appunto l'Albornoz fosse riuscito a condurre in porto l'impresa. E questi riuscì, sia pure con un piccolo esercito, a riconquistare lo Stato pontificio facendo prima di tutto leva sul popolo romano grazie ad una nuova costituzione, la cosiddetta "Costituzione Egidiana". Essa prevedeva la nomina di un solo senatore "strarnero" per la durata di sei mesi, coadiuvato nell'amministrazione da un collegio di natura democratica di sette membri, veri e propri capi del Comune, eletti dal popolo. La signoria a Roma veniva insomma tolta alla nobiltà capitolina e affidata al popolo, dal quale col tempo sarebbero nati i nuovi nobili. Cola contribuì in parte a condurre in porto quest'opera di risanamento, ma furono gli ultimi momenti di un sogno repubblicano e di lui l'AIbornoz si servì senza badare a compromessi, pronto a screditarlo agli occhi del popolo, quando cominciò ad essergli d'impaccio, e farlo cadere vittima della furia plebea l'8 ottobre 1354. Roma fu nuovamente sotto il controllo papale, e a questo punto divenne possibile anche un'incoronazione imperiale; Carlo IV l'ottenne il 5 aprile 1355 come "imperatore dei Romani", ma una volta presa la corona se ne tornò in Germania. Del resto la figura dell'imperatore tradizionale non aveva più senso; i giuramenti di protezione nei confronti del papato non erano da tempo più mantenuti e l'imperatore, incoronato da un cardinale per delega del papa assente, ritenne sufficiente lasciare all'Albornoz un contingente di cinquecento cavalieri tedeschi per aiutarlo nell'operazione militare in corso. Carlo in pratica si sentiva accreditato definitivamente ad avere per diritto di sangue quella corona; è quanto si affrettò ad affermare nel 1356 con la "Bolla d'Oro", che si rifaceva al Licet juris di Ludovico il Bavaro; il diritto del papa a partecipare alla creazione dell'imperatore veniva in pratica annullato. Era la fine di un'epoca. Intanto l'AIbornoz completava la sua opera in una serie di lunghe battaglie dalla Campagna alle regioni limitrofe, che costarono somme enormi di denaro alla Curia; ma Innocenzo VI protese tutti i suoi sforzi in questa opera militare, convinto che dietro di essa ci fosse la salvezza del prestigio della Chiesa. Tutte le antiche province tornarono sotto il suo scettro: ad eccezione di Bernabò Visconti, che resistette nella sua Bologna, gli altri signori come gli Este, gli Ordelaffi e i Manfredi furono di nuovo al servizio del papa come vassalli. Roma, liberata dal predominio dei nobili, ora richiamava il papa, lo voleva nuovamente tra le sue mura. Innocenzo VI non era sordo alle preghiere insistenti ed era sul punto di cedere alle pressanti esortazioni al gran ritorno inviategli da Brigida di Svezia e dal Petrarca; l'imperatore stesso si offrì, nonostante la "Bolla d'Oro", di accompagnarlo di persona, ma la vecchiaia e la salute malferma gli impedirono di concretizzare la cosa. La morte lo colse il 12 settembre 1362 ad Avignone; fu sepolto nella certosa di Villeneuve-lés-Avignon da lui fondata. |