137.

GIOVANNI XV
Giovanni di Gallina

Romano
Papa dall'agosto 985
al marzo 996

Giovanni XV, un romano del quartiere della sesta Regione detta Gallina alba, figlio di un prete di nome Leone, fu consacrato papa nell'agosto del 985 in circostanze a noi ignote. La sua famiglia era comunque nemica dei Crescenzi, pertanto si trattò di una elezione voluta dalla fazione imperiale, contro la volontà del partito nazionalista, con tutti i rischi che la cosa comportava.
In effetti Giovanni Crescenzio si era impadronito del potere temporale ed aveva assunto il titolo di patricius, ma il suo comportamento nei confronti del pontefice era di assoluta tolleranza, nei limiti che questi doveva avere; cioè nel campo strettamente religioso. Giovanni voleva essere il rappresentante del Senato e del popolo romano e sfidava più che altro il potere imperiale, quasi a rinnovare la personalità di un Alberico II. Ma occorreva molta astuzia: i tempi erano diversi e l'Italia tutta non faceva più alcun tentativo per conquistare una propria autonomia. Roma in particolare non poteva sperare altro che nel mantenimento di un potere civile a fianco di quello pontificio, ma certo mai pensare di defenestrare l'autorità imperiale; i diritti di quel fanciullo sassone furono infatti rispettati e se ne ebbe una dimostrazione appena la reggente Teofane venne in Italia nel 989.
Ella fu accolta con grandi onori, il popolo te rese omaggio e la sua funzione di imperatrice non venne scalfita; ella obbligò i Romani a riconoscere con giuramento i diritti imperiali di suo figlio e, a queste condizioni, confermò a Giovanni Crescenzio il titolo di patricius. Una volta celebrate messe di suffragio in memoria del marito, nel Natale del 989, Teofane lasciò Roma per tornarsene in Germania. Aveva diplomaticamente sistemato il problema dei rapporti tra nobiltà romana e papa, salvaguardando gli interessi imperiali; ma questa coesistenza di poteri doveva risolversi a danno, se non del pontefice, della Chiesa di Roma, che finì per screditarsi agli occhi della comunità cristiana, così che venne meno anche la venerazione dei fedeli per il soglio di Pietro.
Da un lato il papa aveva instaurato una sorta di nepotismo e regalava ai suoi parenti i beni della Chiesa, favorendoli inoltre fin dove gli era possibile; dall'altro Giovanni Crescenzio amministrava la giustizia civile secondo gli interessi famigliari, in un vero e proprio traffico di sentenze. Lo stato di profonda decadenza della sede di Roma appare documentato in una sorta di catilinaria pronunciata contro il papato dal vescovo di Orléans, Arnolfo, in un celebre concilio episcopale francese tenuto a Reims nel 991. Esso era stato convocato per le difficoltà causate dal passaggio del potere in Francia ai Capetingi con l'ascesa al trono di Ugo Capeto, in una serie di circostanze connesse all'elezione all'arcivescovado di Reims di un giovane chierico di fede carolingia, Arnolfo. "O Roma, degna d'essere compianta, tu nel silenzio portasti ai nostri maggiori la luce dei Padri della Chiesa, ma il nostro presente è stato da te oscurato con tenebre così orribili che in futuro non se ne potrà smarrire il ricordo. Un tempo ci giunsero da quella città i magnifici Leoni, i grandi Gregori, per non dire di Gelasio e di Innocenzo, che superarono in eloquenza e saggezza tutti i fIlosofi della terra. Ma che cosa accade ai nostri giorni? Vedemmo Giovanni, col soprannome di Ottaviano, immergersi nel fango delle passioni e congiurare contro quello stesso Ottone che da lui era stato incoronato. Egli fu scacciato e Leone, un neofita, divenne papa. L'imperatore Ottone lasciò Roma e Ottaviano vi ritornò; ne scacciò Leone, mozzò il naso al diacono Giovanni insieme con le dita della mano destra e la lingua, e avido di sangue trucidò molti ottimati; poco dopo morì. Al suo posto i Romani elevarono il grammatico Benedetto, ma dopo qualche tempo Leone, il neofita, mosse con il suo imperatore incontro a quest'ultimo, lo assediò e lo prese; quindi lo depose e lo mandò in Germania in esilio perpetuo. All'imperatore Ottone successe il secondo imperatore Ottone, che emerse in quel tempo fra tutti i principi per virtù guerresca, saggezza e dottrina. In Roma, intanto, alla cattedra di Pietro saliva Bonifacio, ancora lordo del sangue del suo predecessore; egli fu un orribile mostro le cui nefandezze superarono quelle di tutti i mortali. Scacciato e condannato da un grande sinodo, tornò a Roma alla morte di Ottone e violando il giuramento fatto precipitò dalla vetta della città il pontefice Pietro, un personaggio esimio che era stato vescovo di Pavia: lo depose e lo uccise dopo averlo tenuto in orribile prigionia. E dove mai sta scritto che gli innumerevoli sacerdoti di Dio, sparsi per l'orbe terrestre e provvisti di dottrina e di meriti, debbano soggiacere a tali mostri privi di sapienza umana e divina e onta dell'umanità?"
L'arringa poteva essere interpretata al limite anche come un atto di ribellione che metteva in discussione nuovamente il famoso primato di Roma, considerando che il papa finiva per passare come "l' anticristo che sedendo in trono nel tempio di Dio, come un dio si mostra agli occhi del popolo". Del resto questi vescovi francesi ebbero modo di riscontrare direttamente lo stato di "tirannia" in cui Roma era governata, quando gli ambasciatori conciliari e quelli di re Ugo non furono ricevuti da Giovanni XV con la dignità loro dovuta perché, come fu loro fatto notare, non avevano portato doni al patricius Giovanni Crescenzio. Ed essi si fecero così portavoce del fatto che a Roma nessuno veniva più ascoltato se prima, dietro un adeguato compenso in denaro, il "tiranno" non avesse accordato il proprio consenso.
Peraltro i rapporti tra Giovanni XV e il patricius subirono un'incrinatura nel 995, tanto che il papa fu costretto ad abbandonare Roma e rifugiarsi in Tuscia presso il marchese Ugo, e di lì invitare il giovane Ottone a venire in Italia e ricevere a Roma la corona imperiale. Questi partì con un seguito imponente nel febbraio del 996 da Ratisbona e allora i Romani si affrettarono a richiamare in città il papa, riconciliandosi con lui. Questi attendeva con ansia e desiderio di vendetta il suo liberatore, quando morì nel marzo del 996 ancor prima del suo arrivo.

Giovanni XV fu sepolto in San Pietro con un epitaffio che lo esalta come "egregio dottore" e suona peraltro falso nell'indicarlo come alieno dal farsi vincere "per timore, lucro o favore alcuno".