133.

GIOVANNI XIII
Giovanni Crescenzi

romano
Papa dal 1° ottobre 965 al 6/9/972

Alla morte di Leone VIII, i Romani non osarono più riunirsi a concilio per eleggere il nuovo pontefice, ma inviarono ugualmente un'ambasceria a Ottone I rimettendo alla sua volontà la designazione del successore, pur manifestando il loro desiderio di mantenere sul trono Benedetto V, in esilio ad Amburgo. Ci fu così un periodo di interregno ovvero di sede vacante, perché evidentemente l'imperatore si trovava in un certo imbarazzo, nonostante tutta la sua volontà di non cedere alle pressioni dei Romani. E da questo imbarazzo finì per liberarlo la morte di Benedetto avvenuta il 4 luglio del 965; Ottone congedò l'ambasceria romana e inviò a Roma come suoi rappresentanti per l'elezione i vescovi Otgero di Spira e Liutprando di Cremona.
La scelta cadde sul vescovo di Narni, Giovanni, probabilmente figlio di Teodora II, sorella di Marozia; educato in Laterano, aveva percorso tutti i gradi della carriera ecclesiastica distinguendosi nel processo contro Giovanni XII, come pubblico accusatore, ma finendo poi per sottoscrivere anche la deposizione di Leone VIII. Aveva inoltre stretto relazioni con la famiglia dei Crescenzi, che sarebbe assurta da allora in poi a grande potenza in Roma, sostituendosi a quella di Teofilatto. Fu incoronato l'l ottobre del 965 con il nome di Giovanni XIII.
Non era in pratica ben visto dal popolo e da una parte della nobiltà, proprio perché era stato scelto su indicazione dell'imperatore; così cercò di accattivarsi sempre più la famiglia dei Crescenzi, per procurarsi un appoggio all'interno della città e nel circondario. Infatti alla senatrice Stefania fece dono del feudo di Palestrina ed elesse suo nipote Benedetto, marito di Teodoranda, figlia di Crescenzio, rettore della Sabina.
Un segno tangibile dell'avversione popolare si ebbe pochi mesi dopo la sua consacrazione; il 15 dicembre scattò una congiura ordita dal prefetto della città, Pietro, dal conte Roffredo e dal vestiario Stefano; il papa fu arrestato e rinchiuso in Castel Sant'Angelo; da qui lo trasferirono fuori città, in un castello di Roffredo. Ma Giovanni XIII riuscì a fuggire, o fu aiutato ad evadere, mettendosi sotto la protezione del conte Pandolfo di Capua.
La rivolta aveva un carattere decisamente democratico, perché tra i rivoltosi compaiono per la prima volta i capi del popolo minuto; ma anche questo nuovo tentativo di abbattere il potere pontificio finì tragicamente. Appena Ottone nell'autunno del 966 venne in Italia, ci fu una scissione nelle file rivoluzionarie: Giovanni, figlio di Crescenzio, si schierò dalla parte del papa; Roffredo e Stefano furono uccisi, mentre Pietro riuscì momentaneamente a trovare scampo nella fuga. Giovanni XIII nel frattempo con una scorta di soldati capuani passava nella Sabina e da lì rientrava in Roma il 12 novembre del 966: quella fugace repubblica democratica era durata poco più di dieci mesi.

Pochi giorni dopo faceva il suo ingresso in Roma Ottone, che certo questa volta non si lasciò andare ad atti di clemenza nei confronti dei rivoltosi, e la città stessa fu sottoposta al saccheggio. I capitani del popolo furono impiccati, altri loro seguaci accecati. Il prefetto Pietro fu scovato in un nascondiglio della Campagna romana e imprigionato nelle carceri del Laterano; l'imperatore lo affidò al papa perché lo giustiziasse a suo modo. E Giovanni XIII lo fece appendere per i capelli al Caballus Constantini, ovvero la statua equestre di Marco Aurelio; ma la sua pena non finì lì. Tirato giù dalla statua e spogliato, Pietro fu messo su un asino, il viso rivolto verso la coda, alla quale era legato un campanello, posta tra le sue mani come una briglia; gli fu conficcato un otre piumato sulla testa e due vennero appesi alle sue gambe.
Così ridotto, fu fatto girare per le strade della città; finita questa sua esposizione alla gogna, lo si spedì in esilio in Germania. I cadaveri di Roffredo e Stefano vennero dissepolti e buttati fuori delle mura di Roma; fu insomma una repressione feroce, di cui solo il papa fu grato all'imperatore e che peraltro aumentò l'odio dei Romani nei confronti di Ottone e del suo pontefice.
Ottone comunque non lasciò l'Italia per sei lunghi anni e quindi l'odio dei cittadini a qualsiasi livello, nobile o plebeo, non ebbe modo di esplodere e vendicarsi. L'anno dopo, in un concilio a Ravenna, l'imperatore restituiva alla Chiesa l'Esarcato e altri patrimoni limitrofi; era un regalo per l'incoronazione imperiale ormai prossima, alla quale Giovanni XIII fu ben lieto di acconsentire. Essa avvenne in Roma il 24 dicembre del 967 ed era presente il figlio del neo imperatore, il futuro Ottone II, allora dodicenne, che si trovò nell'occasione insignito del titolo di Cesare.

Ottone I desiderava dar lustro alla sua dinastia imparentandosi con l'imperatore d'Oriente, e pensò ad un matrimonio tra suo figlio e la principessa Teofane, figlia del defunto Romano II e nipote dell'attuale imperatore Niceforo. Questi però non vide di buon occhio il matrimonio, perché non poteva essere d'accordo con Ottone nella sua politica che aveva favorito i duchi di Capua e Benevento, in aperto contrasto con il dominio bizantino nell'Italia meridionale; Giovanni XIII complicò le cose, quando inviò un'ambasceria personale a Niceforo per facilitare l'incarico dell'ambasceria imperiale guidata dal vescovo Liutprando che non riusciva a concludere il matrimonio. Raccomandava il desiderio del suo "diletto figlio" Ottone I, chiamando Niceforo semplicemente "imperatore dei Greci" e questi, sdegnato, finì per trattenere i legati come prigionieri per un certo periodo e troncò definitivamente ogni trattativa matrimoniale. La diplomazia, a quanto pare, non era il forte di Giovanni XIII.
Ma Ottone riuscì ugualmente a coronare il "sogno" d'amore per suo figlio; nel 969 Niceforo venne assassinato in una delle rivolte ormai abituali ai vertici del potere bizantino e l'usurpatore del trono, Giovanni Zimiscè, pensò bene di accontentare l'imperatore d'Occidente, quasi a tutelare se stesso da eventuali rivendicazioni che la principessa potesse in seguito vantare giustamente nei suoi confronti.
Il matrimonio tra la giovane Teofane e il diciassettenne Ottone fu celebrato da Giovanni XIII in Roma il 14 aprile del 972: Ottone I, ormai anziano, vide così realizzata con quelle nozze una simbolica riconciliazione tra l'Occidente e l'Oriente. Ma la sfarzosa cerimonia e i grandiosi festeggiamenti erano solo un'apparenza di gioia e serenità nei rapporti tra le due Chiese. Capua e Benevento erano state elette a "metropoli", con una serie di diocesi suffraganee, che costituivano una longa manus di Roma nell'avanzata verso il meridione, tradizionalmente sotto la giurisdizione del patriarca di Costantinopoli: questi naturalmente rispose da par suo nominando arcivescovado la sede di Otranto, con cinque diocesi annesse, proprio per allontanare l'influenza di Roma, e giunse ad imporre in Puglia e Calabria il rito greco, proibendo quello latino.
Giovanni XIII comunque aveva avuto modo di allargare di nuovo gli interessi universali della sua sede, incrementando l'attività delle missioni: il vescovo tuscolano Egidio fu inviato in Polonia, terra da poco convertita, per intensificare la propaganda cristiana tra gli Slavi e gli Ungari. Se questo rinnovo dell'attività missionaria dà luce a Giovanni XIII nella funzione religiosa, non si può certo affermare che la sua personalità politica sia stata tale da opporsi all'imperatore e alle imposizioni di questi; non condivido in pratica l'opinione del Seppelt che avalla il giudizio di altri storici per cui Giovanni XIII va "annoverato, anche se modestamente, un precursore dei grandi papi, che dall'undicesimo al tredicesimo secolo difesero i diritti della Chiesa lottando contro il potere imperiale". È in verità fin troppo modesta la sua attività antimperiale e direi inesistente; egli dimostrò anzi che, senza l'appoggio di Ottone I, non avrebbe potuto mantenere il trono di Pietro.

Morì il 6 settembre del 972 e fu sepolto in San Paolo sulla via Ostiense.