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GIOVANNI XIII
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Alla morte di Leone VIII, i Romani non osarono più riunirsi a concilio per eleggere il nuovo pontefice, ma inviarono ugualmente un'ambasceria a Ottone I rimettendo alla sua volontà la designazione del successore, pur manifestando il loro desiderio di mantenere sul trono Benedetto V, in esilio ad Amburgo. Ci fu così un periodo di interregno ovvero di sede vacante, perché evidentemente l'imperatore si trovava in un certo imbarazzo, nonostante tutta la sua volontà di non cedere alle pressioni dei Romani. E da questo imbarazzo finì per liberarlo la morte di Benedetto avvenuta il 4 luglio del 965; Ottone congedò l'ambasceria romana e inviò a Roma come suoi rappresentanti per l'elezione i vescovi Otgero di Spira e Liutprando di Cremona.
La scelta cadde sul vescovo di Narni, Giovanni, probabilmente figlio di Teodora II, sorella di Marozia; educato in Laterano, aveva percorso tutti i gradi della carriera ecclesiastica distinguendosi nel processo contro Giovanni XII, come pubblico accusatore, ma finendo poi per sottoscrivere anche la deposizione di Leone VIII. Aveva inoltre stretto relazioni con la famiglia dei Crescenzi, che sarebbe assurta da allora in poi a grande potenza in Roma, sostituendosi a quella di Teofilatto. Fu incoronato l'l ottobre del 965 con il nome di Giovanni XIII. Non era in pratica ben visto dal popolo e da una parte della nobiltà, proprio perché era stato scelto su indicazione dell'imperatore; così cercò di accattivarsi sempre più la famiglia dei Crescenzi, per procurarsi un appoggio all'interno della città e nel circondario. Infatti alla senatrice Stefania fece dono del feudo di Palestrina ed elesse suo nipote Benedetto, marito di Teodoranda, figlia di Crescenzio, rettore della Sabina. Un segno tangibile dell'avversione popolare si ebbe pochi mesi dopo la sua consacrazione; il 15 dicembre scattò una congiura ordita dal prefetto della città, Pietro, dal conte Roffredo e dal vestiario Stefano; il papa fu arrestato e rinchiuso in Castel Sant'Angelo; da qui lo trasferirono fuori città, in un castello di Roffredo. Ma Giovanni XIII riuscì a fuggire, o fu aiutato ad evadere, mettendosi sotto la protezione del conte Pandolfo di Capua. La rivolta aveva un carattere decisamente democratico, perché tra i rivoltosi compaiono per la prima volta i capi del popolo minuto; ma anche questo nuovo tentativo di abbattere il potere pontificio finì tragicamente. Appena Ottone nell'autunno del 966 venne in Italia, ci fu una scissione nelle file rivoluzionarie: Giovanni, figlio di Crescenzio, si schierò dalla parte del papa; Roffredo e Stefano furono uccisi, mentre Pietro riuscì momentaneamente a trovare scampo nella fuga. Giovanni XIII nel frattempo con una scorta di soldati capuani passava nella Sabina e da lì rientrava in Roma il 12 novembre del 966: quella fugace repubblica democratica era durata poco più di dieci mesi. Pochi giorni dopo faceva il suo ingresso in Roma Ottone, che certo questa volta non si lasciò andare ad atti di clemenza nei confronti dei rivoltosi, e la città stessa fu sottoposta al saccheggio. I capitani del popolo furono impiccati, altri loro seguaci accecati. Il prefetto Pietro fu scovato in un nascondiglio della Campagna romana e imprigionato nelle carceri del Laterano; l'imperatore lo affidò al papa perché lo giustiziasse a suo modo. E Giovanni XIII lo fece appendere per i capelli al Caballus Constantini, ovvero la statua equestre di Marco Aurelio; ma la sua pena non finì lì. Tirato giù dalla statua e spogliato, Pietro fu messo su un asino, il viso rivolto verso la coda, alla quale era legato un campanello, posta tra le sue mani come una briglia; gli fu conficcato un otre piumato sulla testa e due vennero appesi alle sue gambe.
Ottone I desiderava dar lustro alla sua dinastia imparentandosi con l'imperatore d'Oriente, e pensò ad un matrimonio tra suo figlio e la principessa Teofane, figlia del defunto Romano II e nipote dell'attuale imperatore Niceforo. Questi però non vide di buon occhio il matrimonio, perché non poteva essere d'accordo con Ottone nella sua politica che aveva favorito i duchi di Capua e Benevento, in aperto contrasto con il dominio bizantino nell'Italia meridionale; Giovanni XIII complicò le cose, quando inviò un'ambasceria personale a Niceforo per facilitare l'incarico dell'ambasceria imperiale guidata dal vescovo Liutprando che non riusciva a concludere il matrimonio. Raccomandava il desiderio del suo "diletto figlio" Ottone I, chiamando Niceforo semplicemente "imperatore dei Greci" e questi, sdegnato, finì per trattenere i legati come prigionieri per un certo periodo e troncò definitivamente ogni trattativa matrimoniale. La diplomazia, a quanto pare, non era il forte di Giovanni XIII.
Morì il 6 settembre del 972 e fu sepolto in San Paolo sulla via Ostiense. |