Morto Agapito II, il clero e la nobiltà romana non vennero meno al giuramento
fatto ad Alberico II ed elessero papa suo figlio Ottaviano, nato probabilmente nel 937.
Questi, tra la morte del padre e quella del suo predecessore, aveva assunto il potere civile
di Roma con la carica di princeps e senator; doveva avere tra i diciotto
e i vent'anni all'atto della reggenza, ed è probabile che non avesse avuto alcuna educazione
ecclesiastica. Peraltro, in previsione della sua elezione a pontefice, si sarà provveduto
a fargli svolgere una rapida carriera in un susseguirsi di nomine fino a quella di diacono
o prete.
La sua consacrazione si ebbe il 16 dicembre del 955 e fu il secondo papa della storia,
dopo Giovanni II, a lasciare il proprio nome così principesco di battesimo, Ottaviano,
per assumere quello di Giovanni XII. Potere temporale e spirituale con lui tornavano
ad essere riunificati nella persona di un pontefice; la rivoluzione del 932 non aveva avuto altro effetto per il suo ispiratore, Alberico II, se non quella di elevare al soglio pontificio un altro rappresentante della nobile famiglia, che sarebbe stata poi designata come quella dei Conti di Tuscolo.
Pur diventando pastore della cristianità, Giovanni XII non pensò minimamente di abbandonare le abitudini di vita alle quali si era educato fin da giovanissimo e che certo come princeps aveva ancor più coltivate; seguitò a vivere tra sfrenati piaceri e il palazzo del Laterano divenne un vero e proprio bordello, per come il papa amò circondarsi 'di belle donne e bei ragazzi, in una vita depravata e completamente estranea agli interessi ecclesiastici.
Si racconta che, emulo di Caligola, che aveva nominato senatore un cavallo, ubriaco nominò diacono uno stalliere, come non si fece scrupolo di consacrare vescovo un ragazzo di dieci anni come testimonianza del suo amore per lui e regalare vasi sacri a prostitute, sia pure di alto lignaggio.
Si atteggiò inoltre ad accorto uomo politico e volle cimentarsi in una grande impresa militare nel tentativo di estendere il suo potere all'Italia meridionale; con truppe romane, toscane e spoletine bandì una sorta di crociata per la riconquista di alcuni beni del patrimonio di San Pietro contro i signori di Benevento e Capua, ma la campagna si rivelò un fallimento, costringendolo oltretutto ad una pace umiliante.
Ma non desistette e, abbandonando decisamente l'equilibrata politica paterna, puntò alla ricostituzione dello Stato della Chiesa nei suoi confini settentrionali tentando di riconquistare l'Esarcato. Questo significò mettersi contro Berengario e suo figlio Adalberto, che avevano rafforzato il loro potere nell'Italia settentrionale e premevano su Emilia e Romagna, abbandonare il partito nazionalista e mettersi imprudentemente a capo del partito filogermanico, cosa che gli avrebbe procurato all'interno di Roma l'avversione della maggior parte della nobiltà.
Deciso a questo, convinto di trovare in Ottone di Germania un fedele difensore degli ideali cristiani e dello Stato della Chiesa, nel 960 gli offrì ufficialmente la corona imperiale con un'ambasceria, alla quale si unirono anche alcuni conti del nord Italia contrari a Berengario. Ottone accettò ben volentieri e promise ai nunzi pontifici che avrebbe protetto i patrimoni della Chiesa, nel rinnovamento degli antichi patti tra gli imperatori carolingi e i pontefici. Il 31 gennaio del 962 giunse a Roma e si accampò con l'esercito nei soliti Prati Neroniani; il 2 febbraio fece il suo ingresso nella Città Leonina e fu ricevuto in San Pietro con la pompa tradizionale: quel giorno stesso Ottone e sua moglie Adelaide furono incoronati. L'impero così ripristinato passava nelle mani della casa di Sassonia.
All'incoronazione fece seguito un patto, il celebre Privilegium Ottonianum del 13 febbraio 962: in esso Ottone imperatore confermava a Giovanni XII e ai suoi successori tutti i diritti e i patrimoni che la Chiesa aveva acquistato in base ai precedenti trattati; il papa peraltro prestava giuramento di fedeltà all'imperatore, promettendo che non lo avrebbe mai tradito per sposare l'idea nazionalista impersonata in Berengario. Anche la nobiltà e il popolo romano fecero il loro giuramento di fedeltà, sottomettendosi nuovamente all'autorità imperiale. Ma era chiaro che un popolo abituato ad una sua autonomia con la signoria di Alberico non avrebbe tollerata una simile sottomissione; e poi la posizione di Giovanni XII appariva quanto mai ambigua.
Fu così che, partito Ottone, Giovanni XII non riuscì a non ascoltare i consigli degli ottimati che premevano per un immediato voltafaccia nei confronti dell'imperatore. Come se nulla fosse accaduto, il papa si mise in contatto con Berengario, ma le sue lettere vennero intercettate; il partito imperiale vigilava attentamente in Roma e nella primavera del 963 inviò un'ambasceria ad Ottone, che si trovava a Pavia, informandolo di ogni cosa e sottolineando la condotta immorale del papa e lo stato di abbandono in cui erano ridotti i luoghi sacri della città. Pare che Ottone abbia commentato le notizie sulla vita dissoluta del papa con una frase beffarda: "Il papa è ancora un ragazzo e si modererà solo con l'esempio di uomini nobili". C'era in quella frase il disprezzo per una Chiesa caduta così in basso.
Ottone inviò dei messi a Roma che lo tenessero informato sull'andamento della situazione e si diresse verso San Leo per stringere d'assedio Berengario. Nell'estate, sotto le mura del castello, Ottone ricevette la visita dei legati pontifici che protestarono, accusandolo di aver invaso un territorio come San Leo appartenente alla Chiesa. L'imperatore mostrò loro le lettere intercettate e accusò da parte sua il papa di tradimento del patto stabilito con lui l'anno prima; tuttavia dichiarò che era disposto a perdonare quelle giovanili sventatezze di Giovanni XII, incaricando i suoi messi di far presente al papa che era pronto a sottoporsi al "giudizio di Dio" per purificarsi dell'accusa che i legati pontifici gli facevano di invasione, perché non fosse messa in dubbio la buona intenzione del suo intervento militare a San Leo.
I messi imperiali, trattati sgarbatamente dal papa, riferirono a Ottone che il figlio di Adalberto, fuggito da San Leo, aveva cercato aiuti nel meridione dai Saraceni e richiesto l'intervento dei Bizantini; dopo di che si era insediato in Roma, insieme al papa, a capo della fazione nazionalista.
Ottone a questo punto non indugiò più; lasciò San Leo e accorse a Roma. La fazione nazionalista aveva preso posizione nella Città Leonina e Giovanni XII con tanto di elmo e corazza riordinava le fila dell'esercito insieme ad Adalberto; la fazione filoimperiale era asserragliata tra le mura di Giovannipoli. Ad essa si unì Ottone, pronto a scontrarsi con gli avversari al di là del Tevere; ma questi avversari improvvisamente sparirono. Giovanni XII non si sentì più sicuro e, raccolti in fretta e furia i tesori della Chiesa, scappò nella Campagna romana con Adalberto, riparando nel castello di Tivoli, e da lì in Corsica. Era il2 novembre del 963; Ottone prendeva possesso della città.
Quattro giorni dopo l'imperatore convocò in San Pietro un concilio, al quale parteciparono, oltre ad alcuni vescovi dell'Italia settentrionale al seguito dell'imperatore, anche i vescovi della Tuscia e del ducato romano, nonché il clero e rappresentanti della nobiltà e del popolo di Roma. Il concilio doveva giudicare Giovanni XII e fu in sostanza un processo contro il papa, voluto espressamente dall'imperatore.
Al papa fu inviata la citazione con le relative imputazioni, tra le quali si sottolineavano le seguenti: "Sappiate dunque che non pochi, ma tutti, laici e religiosi, vi hanno accusato di omicidio, di spergiuro, di sacrilegio, di incesto con vostre parenti e con due sorelle... che voi avete fatto un brindisi al diavolo e, giocando a dadi, avete invocato Zeus, Venere e altri demoni". Giovanni XII non si presentò e ovviamente dichiarò che riteneva nullo quel processo con una risposta sbrigativa e che certo non aveva lo stile consono a una lettera pontificia: "Abbiamo udito che volete fare un altro papa; se fate questo, vi scomunico in nome di Dio onnipotente, in modo che non possiate fare ordinazioni, né celebrare la messa". E il messaggio provocò anche ilarità tra i vescovi che si burlarono del tono "volgare" delle espressioni usate.
Giovanni XII, senza esser stato difeso, fu giudicato colpevole e reo di alto tradimento e deposto dal pontificato per la sua condotta, ritenuta indegna di un pontefice. Al suo posto Ottone impose l'elezione di un laico, il protoscrinario Leone, consacrato il 6 dicembre col nome di Leone VIII.
Giovanni XII, pur dalla lontana Corsica, riuscì a fomentare due rivolte; la prima, del 3 gennaio del 964, fu soffocata nel sangue da Ottone, il quale dovette poi lasciare la città dieci giorni dopo per raggiungere Adalberto a Spoleto; la seconda, scoppiata subito dopo la partenza di Ottone, mise in fuga Leone VIII, che raggiunse il suo protettore a Spoleto, mentre Giovanni XII rientrava in Roma deciso a vendicarsi. In gran fretta egli convocò il 26 febbraio un concilio in San Pietro, al quale parteciparono solo sedici vescovi, undici dei quali avevano sottoscritto la sua deposizione. Costoro, in un'estrema difesa delle loro vite, dichiararono di essere stati costretti ad obbedire all'imperatore; allo stesso modo si comportarono i cardinali. Fu dichiarato nullo il processo contro Giovanni XII e deposto il papa Leone VIII.
Giovanni da parte sua imperversò contro i suoi più accaniti avversari, facendo mozzare loro il naso e la lingua, mentre Ottone se ne stava a Camerino in compagnia del suo papa e, solo dopo aver celebrato la Pasqua, si mosse alla volta di Roma. Ormai però era tardi per sistemare definitivamente la questione con Giovanni XII: lungo il viaggio ebbe notizia della sua morte. Essa avvenne il 14 maggio del 964; secondo Liutprando e la voce popolare, fu ucciso dal diavolo mentre era a letto con una donna adultera, una certa Stefanetta. Ma, in questo caso, il diavolo andrebbe interpretato nella figura del marito tradito, che lo sorprese con la moglie e lo scaraventò dalla finestra. Secondo altri invece Giovanni XII morì di un colpo apoplettico.
Fu in ogni caso una fine in linea con la sua esistenza dissoluta come vicario di Cristo; come uomo politico, visse fino in fondo il contrasto esistente nel suo animo tra la condizione di principe e papa, incapace di dare un volto preciso al suo potere, una banderuola, priva di quell'opportunismo che finisce sempre per giustificare al limite certi mutamenti di partito. Fu sepolto a S. Giovanni in Laterano.
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