49.

GELASIO I

Romano
di origine africana
Papa dal 1°.III.492 al 21.XI.496

Il segretario di Felice III, l'arcidiacono africano Gelasio, fu eletto papa l'l marzo del 492. Di carattere fermo e cosciente dell'autorità primaria della sede romana, proseguì il tentativo già operato dal suo predecessore di conciliare lo scisma con la Chiesa d'Oriente, senza venir meno all'ortodossia della dottrina cristiana.
Cercò un appoggio presso l'imperatore Anastasio I dandogli comunicazione della sua elezione, ma non ebbe neanche un cenno di risposta. Quando poi Teodorico inviò degli ambasciatori da Roma a Costantinopoli per questioni di carattere politico, facendosi anche portavoce di Gelasio sulla condanna delle idee di Acacio, il defunto patriarca di Costantinopoli che aveva causato lo scisma, Anastasio si meravigliò che il papa non avesse provveduto ad inviare una lettera personale.
Allora Gelasio gli inviò un'epistola che, nella struttura e nel tono sicuro che la caratterizza, va considerata una pietra miliare per quanto riguarda la definizione dei campi d'azione della Chiesa e dello Stato, nonché della precedenza del potere spirituale su quello temporale, base di una dottrina che caratterizzerà il Medio Evo.
"Due sono i poteri, augusto imperatore", scriveva dunque Gelasio, "che principalmente governano questo mondo: il potere sacro dei vescovi e quello temporale dei re. Di questi due poteri il ministero dei vescovi ha maggior peso, perché essi devono render conto al tribunale di Dio anche per i re dei mortali." E inoltre precisava: "Ti è pure noto che per partecipare ai divini misteri hai bisogno di adempiere ai precetti della religione, che a te non è lecito di stabilire, perché in tali cose dipendi dal giudizio dei ministri del santuario che non puoi piegare a compiere il volere tuo". E nello stesso tempo chiariva: "Nelle cose temporali invece, riguardanti lo Stato, anche i preposti al culto di Dio prestano obbedienza alle tue leggi, perché sanno che per divino potere ti fu data la potestà imperiale affinché nelle cose temporali ogni resistenza venisse esclusa". E infine non poteva non riaffermare il primato della sede di Roma: "E se conviene che tutti i fedeli si sottomettano ai vescovi, i quali rettamente dispensano le cose sacre, quanto maggiormente è necessario procedere con il capo di quella sede che Dio ha preposto a tutte le altre e dalla Chiesa universale fu sempre venerata con devozione filiale".
Queste parole da sole bastano ad illuminare la figura di Gelasio I, un papa profondamente convinto della dignità del proprio ufficio, ribadita in termini così chiari quali mai nessun papa aveva espresso prima di lui; la distinzione posta tra politica e religione era un chiarimento del concetto presente nella frase di Cristo: "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio". Il buon Gelasio voleva fare il "vicario di Cristo" e basta, ma il futuro avrebbe smentito queste buone intenzioni. Lo spirito religioso del papa si evidenziava soprattutto nella ferma opposizione all' Henoticon che aveva causato lo scisma; ma lo scisma restò.

Durante il suo breve pontificato Gelasio I si mostrò estremo difensore della fede ortodossa, deciso a mantenerla immune da ogni macchia di eresia, come pure incontaminata da tradizioni pagane che la superstizione poteva ancora mantenere in vita. È quanto si verificava con la festa dei Lupercali, celebrata tra il 15 e il 18 febbraio e culminante con la Februatio, cioè la purificazione della città dagli influssi dei demoni. L'attaccamento dei Romani a questa antichissima festa era così forte che, anche dopo essersi convertiti al cristianesimo, essi non vollero rinunciarvi. Anzi, ai vescovi che condannavano i Lupercali, questi cristiani dicevano che la peste e la carestia di Roma, nonché i saccheggi da parte dei barbari e la caduta dell'impero, erano una conseguenza dell'abolizione degli antichi sacrifici al dio Februo.
Gelasio I si mostrò deciso a stroncare quei festeggiamenti Superstiziosi, così poco cristiani e piuttosto orgiastici, e inviò ad Andromaco capo del Senato e sostenitore dei Lupercali, una vera e propria dissertazione teologica sull'argomento. In essa egli sentenziava che non si poteva in pratica "servire a due padroni", a Dio e a Mammona, accostarsi alla mensa del Signore e a quella di Satana, e che i Lupercali non avevano mai portato bene a Roma; anzi, la caduta della città doveva essere imputata ai vizi del popolo, alla superstizione pagana e alla sopravvivenza di pratiche empie. A quanto pare riuscì ad ottenere l'abolizione dei Lupercali da parte del Senato e sostituì la festa di purificazione pagana con quella della purificazione della Madonna, introducendo la processione della Candelora che venne fissata al 2 febbraio. Il Liber pontificalis riferisce che Gelasio I salvò Roma dalla carestia: la storia non ci illumina su questo, ma è probabile che la città abbia avuto problemi del genere e che il papa mise i propri beni a disposizione della popolazione. Non più quindi edificazione di nuove chiese con sperpero di denaro in opere di marmo, argento e oro, ma impiego del denaro per l'utilità pubblica, per la povera gente.
È un fatto che Gelasio stesso amava chiamare le proprietà della sua sede episcopale "patrimonio dei poveri" e anche da questo punto di vista la sua figura di papa appare veramente singolare per lo spirito "francescano" che la caratterizzò. Così lo ricorda Dionisio il Piccolo nel proemio della raccolta delle sue decretali: "Assunto il governo della Chiesa per volere di Dio e per il bene di molti, Gelasio apparve più servo che sovrano. Al pregio della castità aggiunse quello della saggezza. Era tutto dedito alla preghiera, allo studio e, a volte, all'opera di scrittura... Sotto la guida amorosa di Dio egli passò i poveri giorni della sua vita terrena paziente e costante in mezzo a tante difficoltà, preferendo macerazioni e digiuni ai piaceri, vincendo la superbia con l'umiltà, così pieno di carità e generosità verso i poveri da morire egli stesso povero". Ciò che avvenne il 21 novembre del 496. Fu sepolto in S. Pietro.

Il calendario universale ancor oggi lo ricorda nel giorno della sua morte.