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FELICE IVdi Benevento
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Nel clima di terrore in cui viveva la Chiesa in Italia alla morte di Giovanni I, non ci fu la minima reazione all'imposizione da parte di Teodorico di un proprio candidato al soglio pontificio nella figura del romano Felice, nativo del Sannio. La comunità di Roma, atterrita, lo consacrò papa il 12 luglio del 526 e fu il quarto con questo nome.
Poche settimane dopo, il 30 agosto, Teodorico moriva e della sua fine s'impossessava la leggenda in una serie di varianti; da quella che lo fa morire pochi istanti prima di rendere esecutivo un decreto con cui le chiese cattoliche sarebbero passate agli ariani a quella riportata da Procopio che rappresenta Tedorico vittima di una febbre improvvisa causatagli dai rimorsi per la morte di Simmaco, la cui testa aveva creduto di rivedere in un grosso pesce servitogli ad un banchetto; e infine la favola che la sua anima fu trascinata nell'aria dagli spiriti irati di papa Giovanni e di Simmaco e gettata nel cratere del vulcano di Lipari. Felice IV non fece pentire il clero romano di averlo eletto. Mantenne infatti buone
relazioni con Amalasunta, reggente del re goto Atalarico, ancora bambino, tanto che
ottenne un editto che conferiva al vescovo di Roma il diritto di giudicare le contese
tra laici e religiosi. In base ad esso chiunque avesse avuto una causa contro un rappresentante
del clero doveva appellarsi al papa e, solo nel caso che questi avesse respinto la querela,
il processo sarebbe potuto passare nelle mani di un'autorità laica. Come osserva il Gregorovius, "la concezione di quel privilegio può essere considerata il presupposto dell'esenzione del clero dal tribunale secolare e la base della sua futura forza politica".
Profondo conoscitore degli scritti di S. Agostino, Felice IV
condannò il semipelagianesimo, originario della
Gallia meridionale. I semipelagisti - termine coniugato solo nel XVII
sec. - in antitesi con l'ortodossia di Sant'Agostino sostenevano che il genere
umano può iniziare il suo viatico anche senza lo stato di grazia, della
conversione e della salvezza initium fidei; non è ben chiaro se questo comporti
l'abbandono del primo dei sacramenti, ovvero il battesimo). In ogni caso Felice IV, durante la lunga malattia che lo portò alla tomba, volle premunirsi nei confronti di eventuali scompigli verificabili alla sua morte. Il pensiero di un nuovo scisma nella sede di Roma lo angustiava, per cui volle avvalersi di quanto era stato deciso da Simmaco nel sino do del 529, cioè della possibilità per un papa di designare un successore. Fu così che, in presenza del clero e del Senato, consegnò il proprio pallio all'arcidiacono Bonifacio, nominandolo con questo atto suo successore; inoltre dette notizia di questa personale scelta affiggendo uno scritto in tutte le chiese titolari di Roma e minacciando di scomunica chi avesse turbato la pace della Chiesa. Il Senato da parte sua minacciò la confisca dei beni e l'esilio contro chiunque avesse provocato agitazioni di carattere elettorale mentre il papa era ancora vivo. Grande avvenimento di questi anni fu poi la diffusione in Italia del monachesimo grazie a S. Benedetto da Norcia; a Montecassino questi fondò la famosa abbazia ed elaborò la regola all'insegna del motto "Ora et labora". Attività e preghiera, dunque, in uno spirito di fraterna comprensione, positivamente contrastante con la violenza di tutto l'ambiente sociale ed ecclesiastico di quei tempi. Sulla base di questa regola, che ebbe proseliti in tutta la penisola, il monastero in genere divenne centro di preghiera, sì, ma anche nucleo di organizzazione economica e culturale, estremamente caratterizzante, di gran parte del Medio Evo. Felice IV morì, prima di poter comprendere tutto il grandioso significato che il
monachesimo ebbe, il 22 settembre del 530. Fu sepolto in S. Pietro.
È raffigurato nel mosaico del catino absidale dei Ss. Cosma e Damiano con pianeta gialla, dalmatica azzurra e pallio disseminato di croci. |