53.

GIOVANNI I

di Populonia in Tuscia
Papa dal 13 agosto 523
al 18 maggio 526

A Ormisda successe il vecchio Giovanni, nativo della Tuscia, il 13 agosto del 523; un breve pontificato il suo, ma quanto mai burrascoso.
Proprio nel 523 l'imperatore Giustino emanò un editto contro gli eretici ariani; molti di questi per paura abiurarono, altri subirono il martirio; diverse chiese tolte a loro furono date ai cattolici. Teodorico, venuto a conoscenza di quanto colpiva i suoi fratelli nella fede, si sentì direttamente preso di mira dall'editto di Giustino.
La sua irritazione, alimentata dalla coscienza di aver mostrato la più completa tolleranza verso la fede cattolica, lo indusse a dichiarare che le persecuzioni di cui erano vittime gli ariani d'Oriente sarebbero state vendicate con la repressione del culto cattolico in Italia. E così, come primo monito, fece demolire l'oratorio di S. Stefano a Verona. Ma non si fermò lì.
Nel suo intimo sospettò che Roma tramasse a distanza nei suoi confronti; il che in parte era anche vero, a certi livelli, nel Senato.
Così vietò ai cittadini romani l'uso delle armi e cominciò a non fidarsi di quelli che gli stavano intorno. Il console Albino, che aveva avuto uno scambio epistolare con Giustino, fu accusato di alto tradimento; la stessa accusa colse Boezio, colpevole in realtà soltanto di aver difeso il console romano. Il grande scrittore fu giustiziato; identica sorte subì poi il capo del Senato, Simmaco, suocero di Boezio.
Le loro "ombre accusatrici oscurarono la fama del nobile re goto", osserva il Gregorovius. "È possibile, certo, come alcuni storici hanno fatto, giustificare il loro supplizio invocando la ragion di stato: ma un uomo come Boezio, universalmente noto come autore del De consolatione philosophiae, è un accusatore troppo autorevole perché la sua morte, fosse anche avvenuta nell'età più oscura della storia, possa apparire men che barbara."
Nel 525 affidò al monaco Dionigi il Piccolo il compito di stabilire l'esatta ricorrenza della Pasqua, al fine di rendere la Chiesa di Roma indipendente dalla Chiesa d'Oriente che si serviva degli astronomi alessandrini.

In questo clima di collera violenta che lo travolgeva, Teodorico nel 525 convocò a Ravenna il papa Giovanni I e gli ordinò di andare a Costantinopoli con un'ambasceria composta da alcuni vescovi e quattro illustri senatori. La missione affidatagli era quella di indurre Giustino a ritirare l'editto contro gli ariani, restituire loro le chiese e permettere a quanti erano stati costretti ad abiurare per paura di tornare alla confessione ariana. Giovanni I si oppose fermamente a presentare la terza richiesta, contraria alla sua coscienza di cristiano, ma comunque partì.
Costantinopoli lo accolse con entusiasmo, non come ambasciatore di Teodorico ma come capo della cristianità: era peraltro il primo papa che arrivava nella capitale dell'impero d'Oriente. Fu portato in trionfo nella chiesa di S. Sofia, ove celebrò la Pasqua di quell'anno. Quanto all'esito dell'ambasceria, egli riuscì ad accontentare Teodorico, che però non si sentì completamente soddisfatto perché Giovanni non avanzò neanche la richiesta relativa al permesso per i neoconvertiti dall'arianesimo di rientrare nell'eresia, secondo quanto aveva già precisato al momento della sua partenza.
Logiche furono le conseguenze: i componenti dell'ambasceria finirono in carcere una volta tornati a Ravenna. Giovanni I morì in prigione il 18 maggio del 526; più tardi trasportato a Roma fu sepolto nel portico della basilica di S. Pietro e segnalato in un'iscrizione metrica come "victima Christi"