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EUGENIO III, beato
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Lo stesso giorno della morte di Lucio II, il 15 febbraio del 1145, nel mezzo dei tumulti,
i cardinali si riuniscono in gran fretta, in luogo segreto, nel monastero presso la chiesa
di San Cesario sul Palatino, per eleggere il nuovo papa. Ancora una volta una specie
di "conclave", un'elezione quasi di nascosto, questa volta "propter metus senatorum
et populi romani consurgentis ad arma". La scelta cade sull'abate del convento dei
Ss. Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane (ad aquas Salvias), un pisano,
forse della famiglia dei Paganelli di Montemagno, che assume il nome di Eugenio III.
Egli può insediarsi senza difficoltà in Laterano, ma i senatori gli sbarrano la strada verso San Pietro per la sua consacrazione, perché si rifiuta di riconoscere la nuova costituzione repubblicana della città. Eugenio III è costretto in pratica ad allontanarsi da Roma e riparare nella Sabina per raggiungere l'antica abbazia di Farfa, ove è consacrato il 18 febbraio del 1145. In attesa degli eventi, trasferisce la sua sede a Viterbo. A Roma, nel frattempo, il popolo sfoga la sua rabbia millenaria saccheggiando torri e palazzi appartenenti a nobili e cardinali e si arriva ad abolire la prefettura, rappresentativa del potere imperiale, eleggendo un patricius, con ampi poteri rappresentativi del Senato e del popolo, nella persona di Giovanni Pierleoni. Da Viterbo Eugenio III lancia la scomunica contro il patrizio e intraprende una sorta di lega tra i nobili della Campagna romana tendente ad isolare la città. I Romani allora ai primi di dicembre vengono ad un accordo con il papa; avrebbero rimesso in carica il prefetto, deposto il patricius e prestato omaggio al pontefice, che a sua volta permetteva la conservazione del Comune, ma con investitura pontificia. A queste condizioni Eugenio III può rientrare a Roma nel Natale del 1145.
Eugenio III non riesce a vivere in una città in continua tensione nei suoi confronti: nel marzo del 1146 ritorna di nuovo a Viterbo, poi da lì l'anno dopo in Francia, da dove il re Luigi VII si appresta a partire per la seconda crociata. Il papa l'aveva bandita due anni prima, concedendo ai partecipanti la solita indulgenza plenaria nel rinnovo della "tregua di Dio". Ma nonostante l'impiego di forze imponenti, questa crociata finirà miseramente nel 1148 in un completo insuccesso. A Roma il Comune resta intanto in piena attività, con Giordano Pierleoni gonfaloniere delle milizie cittadine; esso trova nuova vita con l'arrivo a Roma di Arnaldo da Brescia, improvvisamente rientrato dal suo esilio. A Viterbo Eugenio lo aveva sciolto anche dalla scomunica, a patto che facesse atto di sottomissione e promettesse di vivere in penitenza. Significava chiedergli troppo e, una volta che il papa ebbe raggiunta la Francia, Arnaldo si ripresentò in pubblico, pieno di entusiasmo per la repubblica. .
Verso la fine del 1148 Eugenio III torna in Italia e si reca a Viterbo e da lì, ai primi del nuovo anno, si avventura nelle vicinanze di Roma, accolto a Tuscolo dal conte Tolomeo; raduna intorno a sé vassalli fedeli alla Chiesa e mercenari, grazie alle ingenti somme di denaro che era venuto raccogliendo in Francia. Stringe infine anche alleanza con il re normanno Ruggero e con l'apporto delle sue truppe tenta di rientrare a Roma; i repubblicani riescono a respingere l'attacco. Allora Eugenio III chiede aiuto a Corrado III, reduce dalla crociata, ma è assurdo sperare in un suo intervento, anche col miraggio della corona imperiale, visto che il papa si è spinto in un'alleanza sia pure improduttiva con il re Ruggero; che aveva allacciato un accordo ai danni di Corrado con il suo nemico Guelfo VI. Più credito può trovare la richiesta fattagli dai Romani d'intervenire in aiuto di una repubblica disposta a mettersi al limite sotto la protezione imperiale, pur di abbattere definitivamente il dominio temporale dei papi. Questa forse è un'occasione unica che gli antenati di Corrado non avevano mai avuta; così, una volta sconfitto Guelfo nel 1150, Corrado si accinge nel settembre del 1151 a scendere in Italia. Eugenio III, che vaga nell'alto Lazio, tra Segni e Ferentino, gli invia subito dei messaggeri e riesce a stringere un accordo con il re tedesco a Segni nel gennaio del 1152; tradendo in pieno la causa di Ruggero, riesce a trarre a suo vantaggio la spedizione di Corrado, invitando persino i principi e vescovi germanici ad appoggiarla, con la mira ovviamente dell'unzione imperiale. Ma il 15 febbraio Corrado III muore. Dopo neanche un mese, il 5 marzo sale sul trono di Germania suo nipote, il famoso Federico Barbarossa; tanto Eugenio quanto i Romani si affrettano ad assicurarsene l'amicizia, offrendogli ambedue la corona. Ma nella scelta del suo impero, il re tedesco preferisce l'unzione "per grazia di Dio" arrivando nel marzo del 1153 ad un trattato con il papa, firmato e giurato a Costanza. Il Barbarossa s'impegna a non concludere alcuna pace con Roma e i Normanni, senza il consenso del papa; promette di reintegrare in Roma il potere pontificio anche nel suo carattere temporale, spazzando via la repubblica. In cambio il papa gli assicura la corona imperiale. Alla notizia delle trattative che avrebbero portato al patto di Costanza, la repubblica a Roma nel frattempo dichiara nulla la costituzione patteggiata a suo tempo con il papa, decretandone una nuova che prevedeva un imperatore, due consoli e cento senatori; ma essa non potrà essere attuata, proprio per la indisponibilità di Federico a sostenerla. Il fronte democratico subisce una scissione; si pensa forse ad un altro imperatore, mentre prendono consistenza le posizioni dei moderati favorevoli ad un accordo. Questo rende addirittura possibile il rientro a Roma di Eugenio III verso la fine del 1152; si cerca in questo modo di ritardare il più possibile l'arrivo di Federico, ormai deciso a quanto pare ad abbattere la repubblica; Arnaldo da Brescia spera che il patto di Costanza finisca per non essere attuato e tollera il ritorno del suo nemico in città. Eugenio III non potrà comunque vedere l'attuazione concreta di quel patto; muore a Tivoli l'8 luglio del 1153, ma trova sepoltura in San Pietro. Beatificato dalla Chiesa, ne fu confermato il culto nel 1872. |