Il conclave
All'inizio il conclave, aperto il 15 maggio 1758, sembrava procedere tranquillo sulla scia del defunto pontefice: Austria e Francia, superando la loro avversione, si mostravano concordi con la Spagna e gli altri Stati cattolici nell'auspicare un papa tipo buon pastore, il più possibile simile a Benedetto XIV. Un neutrale sì, ma con un'opera costruttiva.
Poi venne lo scontro sul problema lasciato in sospeso da papa Lambertini, quello dei Gesuiti; e principalmente la Francia non faceva che scartare ogni candidatura. Non gli andava bene neanche il cardinale Cavalchini, vescovo di Ostia, che pure mostrava una tempra simile al suo predecessore; era chiaramente favorevole ai Gesuiti.
Dopo sette settimane, il 6 luglio, fu eletto un neutrale, ma nel senso più retrivo della parola, devoto ma bigotto, istruito ma non colto, in linea col tradizionale, da come si era invano battuto per la canonizzazione del Bellarmino. In sostanza si trattava di una figura incolore, abulica e che non aveva mai preso una posizione sul problema scottante del Gesuiti: il cardinale Carlo
Rezzonico.
Vita
Era nato a Venezia il 7 marzo 1693 da una famiglia oriunda di Como; aveva studiato presso
i Gesuiti a Bologna e si era laureato in teologia e diritto a Padova. Governatore di Rieti
e Fano, era stato poi uditore di Rota a Venezia; nel 1737 Clemente XII l'aveva promosso
cardinale-diacono di S. Nicola in Carcere e Benedetto XIV gli aveva affidato l'arcivescovado
di Padova. Tutti questi compiti li aveva svolti con zelo inflessibile, indiscutibilmente;
nella città del Santo i patavini avevano finito per chiamare "Il Santo" anche lui. Non ci
si sarebbe potuta aspettare larghezza di vedute, come richiedevano i tempi, secondo la lezione
offerta da Benedetto XIV; politicamente era intenzionato a non cedere sui diritti temporali
della Chiesa di Roma.
In più era malaticcio, sofferente di cuore; un fatto ereditario. La madre non resse all'emozione quando gli annunciarono la sua elezione; morì due giorni dopo.
Il figlio fu consacrato papa il 16 luglio e assunse il
nome di Clemente
XIII.
Papa
Tutta Venezia comunque fu in tripudio nel vedere un suo cittadino sulla cattedra di Pietro; diocesi sempre un po' turbolenta e tendente all'autonomia, si mostrò subito ben disposta verso Clemente. Il Senato abrogò infatti un vecchio decreto che vietava ai Veneziani di rivolgersi alla Curia per la vertenza di qualsiasi causa e il papa si affrettò a ringraziare la repubblica di S. Marco. Pasquino esultò a suo modo:
Viva san Marco, viva i veneziani
che al fin veggono un papa nazionale;
alzi lieta la Chiesa al ciel le mani,
che sempre sa cavar bene dal male.
Dell' Adria i figli alfin resi più umani,
confesseran l'autorità papale;
codesta volta si faran cristiani,
daran foco per gioia ali' Arsenale.
Or più san Pietro di perir non pave;
cresce in man di san Marco e i suoi figlioli;
alle porte del ciel messo ha la chiave.
Giusto è perciò che goda e si consoli,
vedendo consegnata la sua nave
in man de' marinai e barcaioli.
Stemma di Clemente XIII |
Clemente XIII ebbe modo di mettere in mostra il suo grande spirito di carità negli anni 1763-1764, quando una tremenda carestia colpì il Lazio e l'Italia meridionale; schiere di affamati affluirono a Roma dalle terre improduttive e di loro si occupò una speciale congregazione cardinalizia.
Per i sussidi fu istituito un nuovo Monte, detto dell'Abbondanza, e si riuscì ad importare grano da altri Stati; furono costruiti ricoveri provvisori, per gli uomini alle Terme di Diocleziano e per le donne presso S. Anastasia. Una volta finita la carestia, si ebbe una solenne processione di ringraziamento a Dio il giorno di Pentecoste, l'11 giugno 1764; poi i contadini tornarono nei campi provvisti dei fondi necessari per ricominciare una nuova vita. E fu questa un'opera senz'altro meritoria.
Era comunque molto bigotto il suo spirito di fede, come testimonia il decreto con cui prescrisse che le nudità delle opere classiche nei musei pontifici venissero velate in qualche modo. Un provvedimento che fu molto criticato anche dal Winckelmann, che pure dovette provvedere all'opera di censura nella sua qualità di prefetto pontificio per le antichità.
Ma altro non illumina questo pontificato; sul problema del giorno, quello dei Gesuiti, Clemente XIII mostrò chiaramente di non avere personalità.
Così assistette, impotente, alla cacciata della Compagnia di Gesù via via da gran parte degli Stati d'Europa; dal Portogallo, dalla Francia, dalla Spagna, da Napoli. Anche il Borbone di Parma si era adeguato ai parenti e con lui Clemente improvvisamente ebbe una reazione; ritirò fuori il supremo dominio feudale pontificio su quelle terre, vietò al clero e ai laici qualsiasi collaborazione all'esecuzione delle misure previste dal Borbone contro i Gesuiti. Ma quando minacciò di scomunica il duca, ammonendolo a tornare sulle proprie decisioni, che andavano considerate oltretutto nulle, essendo state emesse da un semplice vassallo della Chiesa, ci fu un risentimento da parte di tutti i sovrani europei.
Quel tono rigido irritava in particolare i Borbone; ci fu un'immediata rappresaglia con l'occupazione di Avignone, del contado Venassino, di Benevento e Pontecorvo. Restava fuori soltanto l'Austria; Maria Teresa era molto affezionata ai Gesuiti, ma in ogni caso nel suo Impero cominciavano ad essere messi in atto quei principi del "giuseppinismo" che avrebbero creato di fatto una vera e propria Chiesa di Stato capace d'imporsi a Roma in più di un problema.
In sostanza al papa sfuggiva di mano completamente il controllo della Chiesa; il rapporto d'amore cristiano di quella intelaiatura imbastita da Benedetto XIV si era vanificato. Anche se la vertenza di fondo da risolvere immediatamente restava quella dei Gesuiti, dietro c'era una nuova Europa che perdeva la sua etichetta cristiana e religiosa, per farsi perlopiù anticlericale.
I sovrani, prendendo spunto dal contegno intransigente del papa, decisero a questo punto di chiedere una volta per tutte la soppressione completa della Compagnia, ovvero una conferma della messa al bando dell'Ordine già emanata nei loro Stati.
E strinsero le fila concordi. Nel gennaio del 1769
gli ambasciatori di Spagna, Francia e Napoli presentarono alla Curia
un'istanza in tal senso; il papa rispose che avrebbe deciso tutto con i cardinali in un concistoro convocato per il 3 febbraio. La sua amarezza era grande, e doveva essere veramente un dolore straziante per lui arrivare a quella riunione, che senz'altro avrebbe deciso per la soppressione dell'Ordine. Il suo cuore non resse a tanto; la morte lo raggiunse la vigilia di quel martirio che lo attendeva, il 2 febbraio 1769.
Fu sepolto in S. Pietro; i parenti gli fecero erigere dal Canova
quel monumento sepolcrale che lo rappresenta inginocchiato e assorto
in preghiera in un atteggiamento così consono al suo spirito devoto.
Encicliche di Clemente XIII