183.![]() |
CLEMENTE IV
|
![]() |
Dopo la morte di Urbano IV, ci fu un periodo di "sede vacante" di quattro mesi;
tanto fu il tempo che impiegò il collegio dei cardinali riunito a Perugia per trovare
un successore. La scelta finì per cadere nuovamente su un francese, Guy Foulques,
nato a St. Gilles, presso Nimes, in Provenza: un suddito di Carlo d'Angiò, in pratica.
Il che la diceva lunga sulle finalità strettamente politiche dell'elezione.
Prima di farsi monaco certosino, era stato sposato e padre di due figli, avvocato di grido
e consigliere segreto del re di Francia, segnalandosi per la grande perizia diplomatica; mortagli la moglie, proprio per un disprezzo del mondo si era ritirato in convento. Ma le sue doti politiche e amministrative non potevano essere ignorate dalla Chiesa e così, nominato prima vescovo di Le Puy e poi arcivescovo di Narbonne, fu infine elevato alla porpora cardinalizia da Urbano IV come vescovo di S. Sabina ed ebbe da quel papa la cura d'importanti legazioni.
A questo papa restava il compito di attuare il contratto definitivo della Chiesa con Carlo d'Angiò; pochi giorni dopo la sua incoronazione infatti egli impartisce nuove istruzioni al cardinale Simone de Brion, che nel frattempo aveva ottenuto il placet sulla cessione delle decime da parte dell'episcopato francese atte al finanziamento dell'impresa siciliana. Bisognava insistere sul conte d'Angiò perché intervenisse immediatamente a Roma: è un fatto però che la spedizione nel suo insieme comportava un onere finanziario non indifferente e Carlo voleva contare su una sicura base economica prima di arrivare in Italia. Il papa si vede così costretto a richiedere un contributo anche ai vescovi d'Inghilterra e Scozia, già peraltro in credito con l'anticipo a suo tempo dato per l'investitura del principe Edmondo, poi accantonata. A Roma la situazione d'altronde appare sempre più precaria per i guelfi, con i ghibellini fuorusciti che rientrano di soppiatto e seminano tumulti, per cui la nobiltà guelfa sollecita Clemente IV perché insista su Carlo, che non si faceva vivo. Un ulteriore ritardo avrebbe potuto compromettere il controllo della situazione nella città.
Orribil furo li peccati miei; ma la bontà infinita ba si gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei. Se 'l pastor di Cosenza, che alla caccia di me fu messo per Clemente, allora avesse in Dio ben letta questa faccia, l'ossa del corpo mio sarieno ancora in co del ponte presso a Benevento, sotto la guardia della grave mora. Or le bagna la pioggia e move il vento di fuor dal regno, quasi lungo il Verde, dov'e' le trasmutò a lume spento. Per lor maladizion si non si perde, che non possa tornar l'etterno amore, mentre che la speranza ha fior del verde. Carlo d'Angiò entra da trionfatore a Napoli, acclamato dal popolo e dai baroni; Clemente IV accoglie la notizia con grande gioia, ma deve ben presto accorgersi che Carlo non era persona docile ad assoggettarsi alle sue volontà. Comincia infatti col mantenere la dignità senatoriale di Roma, alla quale rinuncia solo alla fine di maggio, e col non prestare il minimo aiuto al papa che desiderava entrare in Roma e insediarsi in Laterano. I Romani eleggono due senatori e richiedono a Clemente il denaro prestato per l'impresa militare; Carlo da parte sua, povero in canna, pensava solo ad ammassare quanto più poteva, opprimendo con tasse i suoi nuovi sudditi e depredando anche i territori appartenenti alla Chiesa. Sordo a tutte le rimostranze pontificie e non tenendo in alcun conto il contratto, senza scrupoli manifestava una sete di dominio superiore a quella sveva; la Curia comincia a pensare di esser caduta dalla padella nella brace. Eppure deve fare buon viso a cattivo gioco;
Si faceva chiamare re di Sicilia e molti principi di Germania si schieravano dalla sua parte; si era offerto in particolare come suo alleato il principe Enrico di Castiglia, fratello di Alfonso di Castiglia, pretendente al trono di Germania. Nemico personale del cugino Carlo d'Angiò, Enrico era stato eletto senatore unico a Roma dal giugno del 1267 in una rinnovata repubblica democratica, che rappresentava un ritorno di fiamma ghibellina nella città. Si prospettava dunque una nuova spedizione del giovane Svevo per la riconquista del regno italiano, sul quale egli ostentava i suoi diritti; Clemente aveva già istruito nell'ottobre del 1266 a Viterbo un processo contro di lui, emanando al tempo stesso una bolla nella quale proibiva ai principi di Germania di eleggere re Corradino e minacciava di scomunica i suoi seguaci. Nella primavera del 1267 i ghibellini di Toscana invocavano l'intervento in Italia del giovane principe, al quale il papa peraltro inviava una citazione ingiungendogli di presentarsi al suo giudizio; la scomunica lanciata contro di lui sembrava non aver effetto. Il pericolo cominciava ad assumere proporzioni preoccupanti e Carlo si decide ad un'azione militare fuori del suo regno. Punta sulla Toscana e conquista Firenze; il papa, pur di malavoglia, gli affida la signoria della Toscana per sei anni con il titolo di "Restauratore della pace" e nello stesso tempo lo considera reintegrato nella carica di senatore romano da lui lasciata due anni prima; ma ormai per Carlo è assurdo sperare di rientrare a Roma, dove il cugino Enrico domina incontrastato. Una serie di rivolte scoppiate in Sicilia e Puglia acclamava re Corradino; il trampolino di lancio per un'eventuale impresa militare contro il regno angioino sarebbe stato senz'altro Roma, e Carlo consiglia il papa di provocare disordini nella città e rovesciare Enrico, ma Clemente non riesce a trovare adeguati appoggi ai suoi piani. Corradino già a Verona dall'ottobre del 1267, a metà gennaio dell'anno dopo partiva a marce forzate verso Roma; Carlo abbandonava la Toscana e decideva di tornare nel sud e attendere lì lo scontro. Prima s'incontrava a Viterbo con il papa, che rinnovava la scomunica allo Svevo, estendendola a tutti i capi ghibellini: su Roma incombeva la minaccia dell'interdetto se entro un mese Enrico non avesse lasciato la carica a Carlo d'Angiò. Erano però tutti estremi tentativi del papa e del suo vassallo destinati a vanificarsi. I ghibellini si risvegliavano nella Toscana abbandonata da Carlo e in aprile Corradino arrivava a Pisa; un mese dopo proseguiva indisturbato verso Roma, dove giungeva a luglio accolto con giubilo dalla popolazione. Insieme ad Enrico organizza il raduno delle truppe; il concentramento è previsto ad Alba Fucezia, presso il fiume Salto, nei pressi del lago Fucino.
Corradino, sconfitto, fugge verso Roma con Federico d'Austria e gli altri fedeli, ma non trova l'accoglienza sperata; i ghibellini erano in preda al terrore e i guelfi stavano prendendo il sopravvento. Il principe svevo seguita allora la fuga verso il mare, imbarcandosi presso Astura, vicino a Nettuno; ma Giovanni Frangipane, signore del luogo, lo blocca allargo e lo riporta sulla terraferma, rinchiudendolo nel castello di Astura insieme al suo seguito. Lo consegna poi a Carlo d'Angiò che, dopo averlo sottoposto ad un processo sommario, nel quale è riconosciuto colpevole di lesa maestà, lo fa giustiziare a Napoli nella piazza del Mercato. Del suo seguito viene graziato solo Enrico di Castiglia, per rispetto alla casa reale spagnola, anche se resta in carcere fino al 1291. A Corradino e i suoi compagni, per quanto prosciolti dalla scomunica, il papa nega ugualmente una sepoltura religiosa. Clemente IV moriva a Viterbo un mese dopo, il 29 novembre del 1268, senza peraltro aver risolto la ormai decennale incertezza pontificia nella scelta dei due pretendenti alla corona di Germania, Riccardo di Cornovaglia e Alfonso di Castiglia, e senza essere potuto mai entrare nella sede di Roma. Carlo dal 15 settembre aveva di nuovo preso possesso della dignità senatoriale, sistemando nel Campidoglio dei funzionari fedeli, ma non si era preoccupato minimamente di reinsediare il papa sul trono di Pietro; forte della carica decennale, da Roma sognava progetti in cui non c'era posto per il pontefice. Clemente IV, se da laico aveva servito il re di Francia, da papa aveva finito per favorire il fratello del suo ex sovrano; sulla sua illusione, forse sincera ma comunque ingenua, che Carlo potesse effettivamente fare gli interessi della Chiesa, grava perlomeno il sospetto recondito di un incancellabile spirito patriottico. È un fatto che la politica filofrancese del papato con lui aveva toccato il fondo; lo Stato della Chiesa era in un desolante abbandono e il finto vassallo spadroneggiava a Roma. Forse pensava di rinnovare l'indelicatezza di tre anni prima, reinsediandosi in Laterano, per assaporare ancora il piacere dello sfregio inferto al romano pontefice.
|