183.

CLEMENTE IV
Guy Foulques

nato a Saint Giles, in Francia

Eletto papa il 5
e consacrato il 15.II.1265
Morto il 29.IX.1268

Favorisce l'avvento di Carlo d'Angiò al trono di Sicilia

Dopo la morte di Urbano IV, ci fu un periodo di "sede vacante" di quattro mesi; tanto fu il tempo che impiegò il collegio dei cardinali riunito a Perugia per trovare un successore. La scelta finì per cadere nuovamente su un francese, Guy Foulques, nato a St. Gilles, presso Nimes, in Provenza: un suddito di Carlo d'Angiò, in pratica. Il che la diceva lunga sulle finalità strettamente politiche dell'elezione.

Prima di farsi monaco certosino, era stato sposato e padre di due figli, avvocato di grido e consigliere segreto del re di Francia, segnalandosi per la grande perizia diplomatica; mortagli la moglie, proprio per un disprezzo del mondo si era ritirato in convento. Ma le sue doti politiche e amministrative non potevano essere ignorate dalla Chiesa e così, nominato prima vescovo di Le Puy e poi arcivescovo di Narbonne, fu infine elevato alla porpora cardinalizia da Urbano IV come vescovo di S. Sabina ed ebbe da quel papa la cura d'importanti legazioni.
Quando fu eletto il 5 febbraio del 1265, si trovava in Francia, di ritorno da una missione in Inghilterra e, data la situazione precaria esistente per gli alti prelati francesi in Italia, solo travestito da monaco poté raggiungere Perugia, dove fu consacrato il 15 febbraio con il nome di Clemente IV.

A questo papa restava il compito di attuare il contratto definitivo della Chiesa con Carlo d'Angiò; pochi giorni dopo la sua incoronazione infatti egli impartisce nuove istruzioni al cardinale Simone de Brion, che nel frattempo aveva ottenuto il placet sulla cessione delle decime da parte dell'episcopato francese atte al finanziamento dell'impresa siciliana. Bisognava insistere sul conte d'Angiò perché intervenisse immediatamente a Roma: è un fatto però che la spedizione nel suo insieme comportava un onere finanziario non indifferente e Carlo voleva contare su una sicura base economica prima di arrivare in Italia. Il papa si vede così costretto a richiedere un contributo anche ai vescovi d'Inghilterra e Scozia, già peraltro in credito con l'anticipo a suo tempo dato per l'investitura del principe Edmondo, poi accantonata. A Roma la situazione d'altronde appare sempre più precaria per i guelfi, con i ghibellini fuorusciti che rientrano di soppiatto e seminano tumulti, per cui la nobiltà guelfa sollecita Clemente IV perché insista su Carlo, che non si faceva vivo. Un ulteriore ritardo avrebbe potuto compromettere il controllo della situazione nella città.
E finalmente Carlo si decide nell'aprile del 1265 a partire via mare, e questo per evitare l'impatto via terra con le forze ghibelline dell'Italia settentrionale; una tempesta peraltro è favorevole a lui e sospinge al largo la flotta di Manfredi. Il conte francese approda ad Ostia su una barca, accolto con gioia dai guelfi il 21 maggio; due giorni dopo entra in Roma da porta S. Paolo e s'insedia in Laterano anziché in Campidoglio. È una sfacciataggine che Clemente, pur dalla lontana Perugia, non tollera e con una lettera si affretta a fargli presente che era opportuno riparare immediatamente a quella scortesia, abbandonando il palazzo pontificio. Carlo si rammenta di essere pur sempre una "creatura" nelle mani del pontefice, che oltretutto lo conosceva bene, e va a risiedere nel palazzo dei Quattro Coronati al Celio, non ritenendo neanche dignitoso per lui prendere dimora in Campidoglio, dove stava il suo vicario.
Risolti questi problemi domiciliari, che pure avevano il loro significato per il mantenimento dei rispettivi prestigi, il 21 giugno del 1265 Carlo riceve nel convento di Aracoeli le insegne di senatore e il 28 dello stesso mese l'investitura della Sicilia. La cerimonia viene celebrata nella basilica Lateranense da quattro cardinali a ciò incaricati dal papa: il senatore presta giuramento di vassallaggio alla Chiesa e riceve lo stendardo di S. Pietro quale simbolo dell'investitura. Avrebbe restituito la potestà senatoria al papa non appena fosse stata completata la conquista di tutta l'Italia meridionale.
Ma occorreva un esercito e per radunarlo serviva ancora denaro; un'altra impresa nella quale Clemente IV s'impegnava predicando contro Manfredi, scomunicato ed eretico, una sorta di crociata, visto che lo Svevo aveva anche l'appoggio dei Saraceni. Il denaro per la conquista della Sicilia, secondo un'espressione del Gregorovius, "fu, nel vero senso della parola, raggranellato tra elemosine e prestiti di usurai", tanto che il papa scrisse a Carlo che lo tempestava con richieste di denaro: "Come può un papa, se non con mezzi indegni, procurare a sé e ad altri truppe e denaro?". E infatti per ottenere un prestito di 30.000 libbre dai mercanti romani Clemente ricorre ad un'ipoteca sui beni che la Chiesa possedeva a Roma; era ancora di là da venire uno I.O.R., che avrebbe senz'altro evitato un'umiliazione del genere alla Santa Sede, impelagandola però nel vivo di un sistema capitalistico, fonte, come è noto, di non minor vergogna per la sua evangelica dignità.

Carlo d'Angiò
re di Sicilia
Alla fine di dicembre del 1265 un esercito di 30.000 uomini, composto perlopiù di avventurieri avidi di bottino, ma fregiati dal papa in persona con l'insegna dei crociati, dalla Francia arriva a Roma: le città lombarde ne avevano favorito l'avanzata, che la ghibellina Toscana non era riuscita a contrastare, perché le truppe l'avevano aggirata passando per la marca di Ancona e l'Umbria. Il 6 gennaio del 1266 Carlo veniva incoronato in S. Pietro re di Sicilia con la moglie Beatrice da cinque cardinali appositamente incaricati dal papa. Il 20 dello stesso mese partiva da Roma a capo del suo esercito.
Morte di Manfredi
Il 26 febbraio le sorti della guerra erano già decise: a Benevento Manfredi veniva sconfitto e trovava la morte sul campo. Carlo d'Angiò lo aveva fatto seppellire sotto un cumulo di pietre presso il ponte di Benevento. Ma l'arcivescovo di Potenza, Bartolomeo Pignatelli, per ordine del papa fa riesumare il cadavere e lo trasporta fuori del regno, lungo il Liri, lasciandolo in balia degli elementi, come Dante stesso ricorda nel suo Purgatorio, perché morto scomunicato. Il poeta immagina che il re svevo si sia pentito all'ultimo momento, assertore in versi rimasti famosi di una misericordia divina ben più valida della condanna del papa (III, 121-135):

Orribil furo li peccati miei;
ma la bontà infinita ba si gran braccia, 
che prende ciò che si rivolge a lei.

Se 'l pastor di Cosenza, che alla caccia 
di me fu messo per Clemente, allora 
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l'ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento, 
sotto la guardia della grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento 
di fuor dal regno, quasi lungo il Verde, 
dov'e' le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion si non si perde,
che non possa tornar l'etterno amore, 
mentre che la speranza ha fior del verde.

Carlo d'Angiò entra da trionfatore a Napoli, acclamato dal popolo e dai baroni; Clemente IV accoglie la notizia con grande gioia, ma deve ben presto accorgersi che Carlo non era persona docile ad assoggettarsi alle sue volontà. Comincia infatti col mantenere la dignità senatoriale di Roma, alla quale rinuncia solo alla fine di maggio, e col non prestare il minimo aiuto al papa che desiderava entrare in Roma e insediarsi in Laterano.

I Romani eleggono due senatori e richiedono a Clemente il denaro prestato per l'impresa militare; Carlo da parte sua, povero in canna, pensava solo ad ammassare quanto più poteva, opprimendo con tasse i suoi nuovi sudditi e depredando anche i territori appartenenti alla Chiesa. Sordo a tutte le rimostranze pontificie e non tenendo in alcun conto il contratto, senza scrupoli manifestava una sete di dominio superiore a quella sveva; la Curia comincia a pensare di esser caduta dalla padella nella brace. Eppure deve fare buon viso a cattivo gioco;
Spunta Corradino di Svevia
la lotta contro gli Svevi non sembra finita, perché dalla Germania spunta Corradino uscito proprio allora dalla minorità.
Si faceva chiamare re di Sicilia e molti principi di Germania si schieravano dalla sua parte; si era offerto in particolare come suo alleato il principe Enrico di Castiglia, fratello di Alfonso di Castiglia, pretendente al trono di Germania. Nemico personale del cugino Carlo d'Angiò, Enrico era stato eletto senatore unico a Roma dal giugno del 1267 in una rinnovata repubblica democratica, che rappresentava un ritorno di fiamma ghibellina nella città. Si prospettava dunque una nuova spedizione del giovane Svevo per la riconquista del regno italiano, sul quale egli ostentava i suoi diritti; Clemente aveva già istruito nell'ottobre del 1266 a Viterbo un processo contro di lui, emanando al tempo stesso una bolla nella quale proibiva ai principi di Germania di eleggere re Corradino e minacciava di scomunica i suoi seguaci.
Nella primavera del 1267 i ghibellini di Toscana invocavano l'intervento in Italia del giovane principe, al quale il papa peraltro inviava una citazione ingiungendogli di presentarsi al suo giudizio; la scomunica lanciata contro di lui sembrava non aver effetto. Il pericolo cominciava ad assumere proporzioni preoccupanti e Carlo si decide ad un'azione militare fuori del suo regno. Punta sulla Toscana e conquista Firenze; il papa, pur di malavoglia, gli affida la signoria della Toscana per sei anni con il titolo di "Restauratore della pace" e nello stesso tempo lo considera reintegrato nella carica di senatore romano da lui lasciata due anni prima; ma ormai per Carlo è assurdo sperare di rientrare a Roma, dove il cugino Enrico domina incontrastato.
Una serie di rivolte scoppiate in Sicilia e Puglia acclamava re Corradino; il trampolino di lancio per un'eventuale impresa militare contro il regno angioino sarebbe stato senz'altro Roma, e Carlo consiglia il papa di provocare disordini nella città e rovesciare Enrico, ma Clemente non riesce a trovare adeguati appoggi ai suoi piani. Corradino già a Verona dall'ottobre del 1267, a metà gennaio dell'anno dopo partiva a marce forzate verso Roma; Carlo abbandonava la Toscana e decideva di tornare nel sud e attendere lì lo scontro. Prima s'incontrava a Viterbo con il papa, che rinnovava la scomunica allo Svevo, estendendola a tutti i capi ghibellini: su Roma incombeva la minaccia dell'interdetto se entro un mese Enrico non avesse lasciato la carica a Carlo d'Angiò. Erano però tutti estremi tentativi del papa e del suo vassallo destinati a vanificarsi.
I ghibellini si risvegliavano nella Toscana abbandonata da Carlo e in aprile Corradino arrivava a Pisa; un mese dopo proseguiva indisturbato verso Roma, dove giungeva a luglio accolto con giubilo dalla popolazione. Insieme ad Enrico organizza il raduno delle truppe; il concentramento è previsto ad Alba Fucezia, presso il fiume Salto, nei pressi del lago Fucino.
Scontro decisivo di Corradino
con Carlo d'Angiò
E lì si ha appunto lo scontro decisivo con l'esercito di Carlo d'Angiò, il 23 agosto del 1268, nella zona vicina a Tagliacozzo.
Corradino, sconfitto, fugge verso Roma con Federico d'Austria e gli altri fedeli, ma non trova l'accoglienza sperata; i ghibellini erano in preda al terrore e i guelfi stavano prendendo il sopravvento. Il principe svevo seguita allora la fuga verso il mare, imbarcandosi presso Astura, vicino a Nettuno; ma Giovanni Frangipane, signore del luogo, lo blocca allargo e lo riporta sulla terraferma, rinchiudendolo nel castello di Astura insieme al suo seguito. Lo consegna poi a Carlo d'Angiò che, dopo averlo sottoposto ad un processo sommario, nel quale è riconosciuto colpevole di lesa maestà, lo fa giustiziare a Napoli nella piazza del Mercato. Del suo seguito viene graziato solo Enrico di Castiglia, per rispetto alla casa reale spagnola, anche se resta in carcere fino al 1291. A Corradino e i suoi compagni, per quanto prosciolti dalla scomunica, il papa nega ugualmente una sepoltura religiosa.

Clemente IV moriva a Viterbo un mese dopo, il 29 novembre del 1268, senza peraltro aver risolto la ormai decennale incertezza pontificia nella scelta dei due pretendenti alla corona di Germania, Riccardo di Cornovaglia e Alfonso di Castiglia, e senza essere potuto mai entrare nella sede di Roma. Carlo dal 15 settembre aveva di nuovo preso possesso della dignità senatoriale, sistemando nel Campidoglio dei funzionari fedeli, ma non si era preoccupato minimamente di reinsediare il papa sul trono di Pietro; forte della carica decennale, da Roma sognava progetti in cui non c'era posto per il pontefice.

Clemente IV, se da laico aveva servito il re di Francia, da papa aveva finito per favorire il fratello del suo ex sovrano; sulla sua illusione, forse sincera ma comunque ingenua, che Carlo potesse effettivamente fare gli interessi della Chiesa, grava perlomeno il sospetto recondito di un incancellabile spirito patriottico. È un fatto che la politica filofrancese del papato con lui aveva toccato il fondo; lo Stato della Chiesa era in un desolante abbandono e il finto vassallo spadroneggiava a Roma. Forse pensava di rinnovare l'indelicatezza di tre anni prima, reinsediandosi in Laterano, per assaporare ancora il piacere dello sfregio inferto al romano pontefice.
Clemente IV fu sepolto a Viterbo nella chiesa di S. Francesco.