Due giorni dopo la morte di Urbano VIII il collegio cardinalizio elesse a Pisa il romano
Paolo Scolari, cardinale-vescovo di Palestrina; fu consacrato nel duomo di quella città il 20 dicembre del 1187.
Il primo obiettivo che si prefissò immediatamente Clemente III fu quello di concludere
una pace con i Romani per poter quanto prima raggiungere lui, romano di nascita, la sede propria di un romano pontefice; infatti, avviate delle rapide trattative, si rese possibile fin dai primi di febbraio del 1188 l'arrivo a Roma di Clemente e il 31 maggio la stesura e il giuramento di un accordo tra papato e Comune, redatto dal Senato romano nel XLIV anno della sua costituzione.
La costituzione del 31 maggio 1188 |
Con questo trattato veniva riconosciuta la sovranità del papa su Roma e il Senato gli prestava giuramento di fedeltà; gli veniva restituito il diritto di coniare monete, ma un terzo degli introiti monetari andava al Senato per il riscatto delle ipoteche ecclesiastiche. Il papa da parte sua s'impegnava a risarcire ai Romani i danni causati dalla guerra e a distribuire donativi in denaro ai senatori; la milizia romana poteva essere impiegata dal papa per la difesa dei suoi patrimoni, ma dietro relativo compenso in denaro. La nobiltà romana era evidentemente obbligata a riconoscere il Senato, e ne venne di conseguenza che i nobili, per non restare fuori dal gioco politico di Roma, furono costretti ad inserire dei loro membri nell'ambito del Comune, proprio per dare ad esso una svolta in senso aristocratico, che finì evidentemente per tradire l'origine democratica della repubblica. La costituzione del 31 maggio 1188, se dunque segnò un notevole successo per il Comune di Roma, riconosciuto a tutti gli effetti come gli altri Comuni italiani, offrì alla nobiltà nuove possibilità di primato, facendo proprie le conquiste liberali della plebe e della borghesia.
Risolta dunque la questione con i Romani, Clemente III si rivolse al problema dei rapporti con l'impero; bandita solennemente nell'aprile del 1188 la terza crociata, con la partecipazione diretta di Federico Barbarossa, che aveva riscoperto in sé le responsabilità di protettore della cristianità, dopo aver ormai lasciato a suo figlio la reggenza, Clemente III si dichiarò disposto immediatamente all'incoronazione imperiale di Enrico VI. Il papa precisò le sue intenzioni in uno scritto inviato nell'estate del 1188 ad Enrico, sulla base del quale si riuscì a definire anche la questione dell'arcivescovado di Treviri ancora "sede vacante"; i pretendenti Volcmaro e Rodolfo furono messi da parte e venne eletto il cancelliere imperiale Giovanni.
Nell'aprile del 1189 a Strasburgo egli s'impegnava a restituire al papa tutti i territori dello Stato pontificio, senza entrare nei particolari dei territori appartenuti a Matilde di Canossa. Nel novembre di quell'anno moriva intanto, senza eredi, Guglielmo II; Enrico VI, come sposo di Costanza d'Altavilla, era deciso ad entrare in possesso dell'Italia mendionale e della Sicilia.
Senonché, a complicare le cose, ecco spuntare un figlio naturale di Ruggero II, Tancredi, che pretende per sé la Sicilia: l'arcivescovo di Palermo provvede a incoronarlo subito re, evidentemente dietro approvazione di Clemente III.
Occorreva un intervento militare per risolvere la cosa, ma era necessario agire
in veste di imperatore; fu così che, morto nel corso della crociata il Barbarossa
nel giugno del 1190, Enrico VI inviò i suoi messaggeri al papa e al Senato perché
si preparassero ad accoglierlo a Roma per la primavera dell'anno dopo, in modo da celebrare
l'incoronazione nel periodo pasquale. Nel gennaio egli è in marcia verso Roma;
Clemente III ha paura che Enrico VI in qualche modo si vendichi della concessione
fatta dalla Chiesa a Tancredi del feudo della Sicilia. La morte lo libera da
quell'increscioso incontro nel marzo del 1191 ed è già sepolto in Laterano prima
dell'arrivo a Roma del re tedesco.
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