143.

BENEDETTO VIII
Teofilatto dei conti di Tuscolo

Romano
Papa dal 18.V.1012
al 9.IV.1024

Implorò l'aiuto dell'imperatore Enrico II contro l'antipapa Gregorio. Come ringraziamento lo incoronò. Sconfisse i saraceni in Italia e nonostante gli impegni militari si dedicò alla riforma della Chiesa, promulgando dei canoni per l'osservanza del celibato e la lotta alla simonia

Alla morte di Sergio IV gli indomiti Crescenzi con l'appoggio del clero elevarono al soglio pontificio il romano Gregorio; ma i Conti di Tuscolo gli opposero come candidato uno di loro, Teofilatto, figlio del conte Gregorio e fratello di Romano, che sarebbe stato in seguito papa con il nome di Giovanni XIX.
Si venne ad un vero e proprio scontro armato e Teofilatto ebbe ragione del suo avversario; fu consacrato da un laico il 18 maggio del 1012 con il nome di Benedetto VIII.
Gregorio si ritenne spodestato e si recò in Germania per reclamare presso il re il proprio diritto; Enrico accettò le insegne papali e gli assicurò il suo appoggio. Ma anche Benedetto VIII inviò i suoi legati al re di Germania e d'Italia, il quale finì per mostrarsi favorevole a quest'ultimo, che gli aveva promesso la corona imperiale. Gregorio fu abbandonato alla sua sorte di antipapa senza ulteriore storia. Ed infatti Enrico II scese in Italia, con un numeroso seguito di vescovi, nobili e prelati, e nel 1014 si trovava a Ravenna, dopo aver celebrato il Natale del 1013 a Pavia con la moglie Cunegonda.
Il 14 febbraio Benedetto incoronava in San Pietro Enrico II imperatore; questi entrò nella più cordiale relazione con il papa, consegnandogli un diploma che riproduceva in pratica quanto già accordato da Ottone a Giovanni XII. Esso conteneva il diritto riservato all'imperatore di controllare l'elezione pontificia affinché fosse svolta secondo le regole canoniche. Era una misura diretta contro la nobiltà romana, particolarmente contro i Crescenzi e i Conti di Tuscolo, ai quali pure il papa apparteneva.
Otto giorni dopo l'incoronazione un violento tumulto turbò la serenità di quei momenti; era stato senz'altro fomentato da Arduino, desideroso di riavere la corona d'Italia. L'imperatore punì i colpevoli, ma si rese conto che la sua posizione in Roma era piuttosto incresciosa: era sempre considerato uno straniero. Se ne tornò in Germania, pur restando in amichevoli rapporti con il papa e la famiglia dei Tuscolo che si mostrava alleata della fazione imperialista, anche se per tutelare i propri interessi.
Benedetto pose suo fratello Romano alla testa della città dandogli il titolo di "console e senatore dei Romani"; suo padre fu nominato "prefetto navale". Il dominio dei Conti di Tuscolo era completo e i Crescenzi dovettero sottomettersi al papa; Arduino, più favorevole ai Crescenzi, si rese conto che il sogno di riprendere la corona d'Italia era ormai svanito: si fece monaco nell'abbazia di Fruttuaria ove morì nel 1015.

Un pericolo esterno per lo Stato della Chiesa era sempre rappresentato dai Saraceni che minacciavano Salerno ed erano sbarcati in Toscana, mettendo Pisa a ferro e fuoco; Benedetto VIII si adoperò nel 1016 per organizzare una flotta capeggiata dal padre, mentre egli stesso si mosse con l'esercito e riportò una grande vittoria. I Saraceni ripararono in Sardegna, ma la flotta in una lega con le città marinare di Pisa e Genova riuscì a snidare da lì definitivamente gli infedeli e liberare l'isola, che divenne colonia pisana.

Altro pericolo del meridione era costituito dall'avanzata dei Greci; nel 1020 il papa si recò a Bamberga e incitò l'imperatore a respingere il pericolo greco. Enrico promise e mantenne la promessa. Venne in Italia nel 1022, irruppe nelle Marche e stroncò la resistenza greca nelle roccaforti campane e pugliesi. I Normanni del duca Melo vennero ricompensati per l'aiuto dato nella circostanza con terreni della Campania e i nipoti di Melo furono nominati conti e vassalli dell'impero. Il papa stesso stringeva con quel gruppo in verità sparuto di Normanni un'alleanza, che si sarebbe rivelata produttiva per lo Stato della Chiesa.

Nonostante questi impegni militari e di carattere temporale, Benedetto VIII si dedicò con fervore alla riforma della Chiesa. Nel 1018, non essendo riuscito a convocare un concilio ecumenico, ne organizzò uno provinciale che si tenne a Ravenna; fu importante perché promulgò una serie di canoni, risultati poi fondamentali per la riforma dei costumi nel clero e, in particolare, per l'osservanza del celibato e la lotta aperta alla simonia.
Molti di questi canoni restarono purtroppo sulla carta, nonostante tutto l'impegno di Benedetto VIII e di Enrico II, che si premurò di convertire in leggi dello Stato alcune di queste norme; il papato avrebbe avuto ancora i suoi "demoni" in casa e, dopo Benedetto VIII, sarebbe ripiombato nella più oscura barbarie, sempre in balia delle famiglie nobili romane, tra le quali emergeva per il momento quella dei Conti di Tuscolo.

Finì nel nulla anche il grandioso disegno che Benedetto VIII ed Enrico II avevano progettato di promulgare con i re Roberto di Francia e Rodolfo III di Borgogna; una pace universale, sulla scia dei sogni di Silvestro II e Ottone III.
La morte stroncò l'attuazione del piano; il papa morì il 9 aprile del 1024 e l'imperatore nel luglio dello stesso anno. Benedetto VIII fu sepolto in San Pietro.