6.

ALESSANDRO I

Romano
Papa dal 105 al 115

Alessandro era nato a Roma, da nobile famiglia, nella regione del Caput Tauri; suo padre si chiamava Alessandro come lui. Fu eletto papa, nel 105, pochi giorni dopo la morte di Evaristo, ed era giovanissimo, tra i venti e i trent'anni: probabilmente la sua è la prima elezione avvenuta non per designazione testamentaria, secondo un sistema in qualche modo dinastico, da maestro a discepolo, finora in vigore, ma in base ad una scelta fatta tra i vescovi presenti a Roma, con la testimonianza di sacerdoti e diaconi, e secondo il suffragio dei fedeli.
Avrebbe avuto numerose aderenze presso la corte imperiale, in persone come il prefetto Ermete e il tribuno Quirino, ma questo non gli sarebbe servito a nulla per evitare il martirio nel 115; gli fu infatti tagliata la testa insieme allo stesso Ermete e due sacerdoti, Evenzio e Teodulo. Ma secondo una diversa tradizione, l'Alessandro in questione, sepolto poi al settimo miglio della via Nomentana, sarebbe un altro e non il pontefice.
Dovrebbe essere certa la notizia di un suo decreto di approvazione dell'unione dell'acqua al vino nel sacrificio della messa, come pure l'istituzione dell'acqua benedetta.

Un manoscritto scoperto nel Seicento, e ritenuto apocrifo, conteneva un frammento dell'epoca di Alessandro I che dette modo al diffondersi di leggendari scontri sostenuti da questo papa con gli eretici gnostici.

Era comunque un periodo d'oro dell'impero romano e la profezia dell'avvento del regno di Gesù sembrava ormai superata; Traiano, a seguito delle sue vittorie sui Daci, faceva costruire il proprio Foro e al centro di esso veniva eretta la famosa colonna, alla cui sommità era la statua dell'imperatore, sostituita nel 1587 da quella di S. Pietro.
A proposito di arresti e condanne da lui eseguite nei confronti dei cristiani, Eusebio di Cesarea, riportando alcune testimonianze sulla situazione in Oriente, nella Storia ecclesiastica osserva che a un certo punto la persecuzione

"crebbe in modo tale che Plinio il giovane, molto illustre tra i governatori, scrisse all'imperatore riguardo alla moltitudine di coloro che erano messi a morte per la fede. Nello stesso tempo lo informò che non aveva trovato che essi commettessero nulla di empio o di contrario alle leggi. Solamente, essi si alzavano con l'aurora per cantare inni a Cristo come a un Dio; essi respingevano l'adulterio e il delitto e crimini odiosi di tal genere e facevano ogni cosa secondo le leggi. Allora Traiano emise un decreto dicendo di non ricercare la tribù dei cristiani, ma di punirla quando la si trovasse. Così si spense la minaccia di persecuzione che era arrivata al più alto grado. Non mancavano però pretesti a chi volesse far del male. A volte erano le popolazioni, a volte anche i funzionari locali che preparavano trabocchetti".

E questa subdola manovra nel raggirare il problema di fondo, che era quella di colpire in pratica ugualmente i cristiani, si diffuse in tutto l'impero; e probabilmente sarà caduto in questa trappola lo stesso Alessandro I, che predicava apertamente il Vangelo, così da morire se non con quei compagni di martirio, di cui si è detto, in ogni caso martire e sepolto poi accanto a S. Pietro.
Vittima illustre di questi trabocchetti fu il vescovo di Antiochia S. Ignazio, arrestato con due compagni, Zosimo e Rufo, e condotto a Roma per essere esposto alle belve. Trattenuto per qualche tempo, durante il viaggio a Smirne, gli fu riferito che i cristiani di Roma tentavano ogni via per liberarlo. Ma Ignazio non ci pensò due volte a raccomandarsi di non muovere un dito per lui, indirizzando loro una lettera che va considerata il testamento spirituale di questi primi martiri, simbolo della redenzione a cui tutti i fedeli cristiani dovevano mirare senza timore: "Lasciate che io sia immolato... lasciatemi diventare la preda delle fiere; per loro mezzo raggiungerò Dio; io sono il frumento di Dio; sia io macinato dai denti delle fiere per diventare il pane bianco del Cristo". Morì tra il 107 e il 108.
In pratica con Traiano ha origine una strana situazione in fatto di persecuzioni, che caratterizzerà per un secolo e mezzo i rapporti tra potere e cristiani, per cui questi ultimi potranno apertamente svolgere opera di apostolato, celebrare le funzioni e riunirsi senza suscitare reazioni da parte delle autorità. Piuttosto incomberà su di essi la spada di Damocle dell'antipatia o dell'inimicizia che potrà portare a una accusa e quindi a una condanna a morte.