S. Cecilia in Trastevere
Rione Trastevere, piazza di S. Cecilia

Difficilmente si potrebbero trovare chiese medievali in Roma più rilevanti per capolavori d'arte di questa bellissima chiesa trasteverina.  La vicenda del martirio di Cecilia, nobile romana, è notissima, e rammemorata dalla scultura di Stefano Maderno sotto l'altar maggiore di cui diremo oltre.

La basilica sorge sulle fondamenta di una casa romana, tuttora visibile, che la tradizione vuole appartenuta a Valeriano e a sua moglie Cecilia, alla cui morte l'edificio sarebbe passato in eredità alla Chiesa di Roma, conservando nel nome del titulus il ricordo dell'antica proprietaria: scavi recentissimi hanno rivelato essere stata prestissimo adibita al culto cristiano, con tracce di un raro fonte battesimale, il che testimonia dell'importanza del luogo di culto cristiano fin dalla tarda antichità. La fonte più antica relativa al titulus è quella del Martirologio Geronimiano degli inizi del V sec. nel quale si ricorda: Romae transtibere, Cecilii. 

L'edificio, che agli inizi del sec. IX doveva trovarsi in condizioni di estrema fatiscenza, fu ricostruito da papa Pasquale I (817-824), che provvide a traslare qui le reliquie dei ss. Cecilia, Valeriano, Tiburzio e Massimo. Secondo una pia leggenda, Cecilia sarebbe apparsa a Pasquale I per rivelargli il luogo della sua sepoltura, nelle Catacombe di Callisto sull'Appia.
Pasquale I fece decorare la nuova basilica con uno splendido mosaico (che si conserva ancora) e con altre decorazioni (tra cui le raffigurazioni dei predecessori del papa) oggi perdute. La basilica di Pasquale I era a tre navate divise da dodici colonne corinzie per lato e terminava con un'abside sovrastante una cripta semianulare (poi trasformata alla fine del sec. XI in un ambiente completamente chiuso).

Nel 1100 Pasquale II (1099-1118) ricostruì il monastero, e a quell'epoca risale la parte più antica del chiostro. Tra il XII e il XIII secolo furono poi costruiti il portico e il campanile tuttora esistente. Alla fine del sec. XIII, fu affidata al Cavallini la decorazione della chiesa (parti della quale furono rinvenute nel 1900) e ad Arnolfo di Cambio il nuovo ciborio. Altri lavori furono effettuati in più riprese nel corso dei secc. XV, XVI. Nel 1599 si ebbe il ritrovamento, sensazionale all'epoca, del corpo della santa, su cui ci soffermeremo più avanti. Una forte modifica dell'interno fu effettuata nel 1724, ma soprattutto lasciò il segno l'intervento del 1823, quando le colonne delle navate, per motivi statici, furono racchiuse in pilastri in muratura, alterando gli equilibri spaziali dell'interno. Gli ultimi lavori nella basilica ebbero luogo alla fine del sec. XIX.

A cavallo fra l'ottocento e il novecento scavi e restauri hanno rimesso in luce la casa romana sottostante e gli affreschi del Cavallini. 

Portico

Sulla piazza di S. Cecilia si affaccia il monumentale ingresso settecentesco al quadriportico, dubbiosamente attribuito a Ferdinando Fuga; il quadriportico originario di accesso alla chiesa è in realtà oggi un bel giardino al centro del quale è stato collocato un grande vaso romano. Gli edifici sui due lati del giardino sono occupati a destra da un monastero di suore francescane, a sinistra da un monastero di benedettine, alle quali è affidata la basilica di S. Cecilia. Il portico della chiesa conserva sull'architrave un fregio musivo del XII secolo riccamente policromo, dove sono raffigurate S. Cecilia (ripetuta due volte; la seconda sostituì Valeriano durante un restauro), S. Agata, S. Tiburzio, S. Urbano e S. Lucio entro clipei, con al centro la croce con l'alfa e l'omega intercalati a girari. Sotto il portico sono collocate pietre tombali dei secoli XIV e XV e frammenti di plutei (uno del IX secolo): tra di essii spicca quello del cardinale Paolo Emilio Sfondrati (m. 1618), opera di Girolamo Rainaldi, le cui sculture furono eseguite su disegno di Pietro Bernini, padre di Gian Lorenzo.

Interno

L'interno è a tre navate di cui quella centrale particolarmente spaziosa e luminosa, separata da quelle laterali dai pilastri che, come detto, racchiudono le colonne antiche, intervento ottocentesco che per altro si intona con la sistemazione settecentesca, sopratutto della volta, al cui centro è l'affresco con l'Incoronazione di S. Cecilia, eseguito da Sebastiano Conca nel 1725.  

A destra dell'ingresso è collocato il monumento del cardinale inglese Adam de Eston (+1398): originariamente coperto da un tegurio su colonne tortili, era collocato presso l'abside in una cappella dedicata alla Madonna. A quest'opera, apparteneva inoltre una statua (attribuita a Lorenzo di Giovanni d'Ambrogio) raffigurante la Vergine col Bambino e due Angeli reggicandelabro, tuttora conservata nel monastero. Alla parete sinistra, il monumento al cardinale Nicolò Forteguerri, attribuito a Mino da Fiesole e ricomposto nel 1895.

Nella navata destra, la cappella del Crocifisso (eretta nel 1660) consta di due ambienti fra loro comunicanti; nel primo, quasi un corridoio, è visibile una colonna dell'edificio di Pasquale I; sull'altare è collocato un Crocifisso fra la Madonna e l'Evangelista, affresco di un artista romano del tardo '300, staccato nel sec. XVII dalle pareti di una casa di proprietà del monastero di S. Cecilia; in terra è poggiato, in attesa di sistemazione, un ciborio cosmatesco. Di qui si giunge nella Cappella del Bagno, corrispondente, secondo la tradizione, al Calidarium in cui S. Cecilia, secondo la tradizione, fu esposta per tre giorni ai vapori bollenti prima della decollazione; vi sono conservate due opere di Guido Reni, i SS. Valeriano e Cecilia, e, sull'altare, la Decollazione della santa; sotto, un paliotto d'altare con colonnine cosmatesche. 

Anche la cappella dei Ponziani (sec. XV) (che ospita pitture di Antonio del Massaro) conserva un paliotto d'altare di tipo cosmatesco. 

Quindi vi sono la settecentesca cappella delle Reliquie, opera del Vanvitelli, e una cappella col monumento funebre del cardinale Rampolla del Tindaro, scenografica composizione (1929). 

In fondo, si conserva un affresco del sec. XII proveniente dal portico e raffigurante l'Apparizione di S. Cecilia a Pasquale I e il ritrovamento delle spoglie della Santa, qui sistemato nel 1785.

La navata centrale è separata dal presbiterio da una splendida balaustra composta da marmi pregiati, del 1600 circa. Oltre questa, al centro dell'abside, sopra la confessione, si leva il celeberrimo ciborio, capolavoro d'arte gotica, di Arnolfo di Cambio, su cui è stata ritrovata la firma dell'artista e la data di compimento dell'opera (20 novembre 1293). Esso è costituito da quattro colonne di marmo nero con capitelli corinzi sovrastate da pulvini a dado con ornato musivo, su cui si impostano le arcate (nei pennacchi delle quali trovano posto due profeti, quattro Evangelisti e le due Vergini sagge), ed agli angoli quattro nicchie nelle quali sono poste le statue di S. Cecilia, Valeriano, Urbano e Tiburzio a cavallo. In alto, quattro triangoli con rose traforate sostenute da coppie di angeli. Accanto al ciborio si conserva il cero pasquale cosmatesco.

Sotto l'altare, il sepolcro di S. Cecilia con la statua della santa, opera di Stefano Maderno, che ne ritrasse il corpo così come era stato ritrovato al momento degli scavi effettuati nel 1599, fatto che produsse un enorme clamore.

La santa, con il profondo taglio sul collo eseguito dal carnefice e al quale sopravvisse tre giorni, accenna con le dita delle mani al mistero della Trinità.

Il catino absidale è decorato con il celebre mosaico di Pasquale I; la composizione raffigura: al centro il Redentore benedicente, al quale la mano di Dio Padre porge la corona; a sinistra S. Paolo e S. Cecilia che presenta Pasquale I (che sulla testa porta il nimbo quadrato, a significare che era in vita al momento dell'esecuzione del mosaico, e reca nelle mani il modellino della chiesa in offerta); a destra S. Pietro, S. Valeriano, e S. Agata; due palme (simbolo del Paradiso) fiancheggiano la composizione. Nella fascia sottostante sono rappresentate due teorie di agnelli che escono dalle città gemmate per dirigersi verso l'Agnello al centro, e una iscrizione commemorativa:
Haec domus ampla micat variis fabricata metallis olim quae fuerat confracta sub tempore prisco condidit in melis Paschalis praesul opimus hanc aulam Domini firmans fundamine claro aurea gemmatis resonant haec dindima templi laetus amore Dei hic coniunxit corpora sancta Ceciliae et sociis rutilat hic flore juventus quae pridem in cryptis pausabant membra beata Roma resultat ovans semper ornata per aevum.

La decorazione musiva si completava, nell'arco trionfale, con due file di sante procedenti verso la Vergine con il Bambino in braccio al centro della composizione, mentre in basso i Seniori dell'Apocalisse offrivano corone. Questa parte del mosaico è andata perduta durante i lavori del sec. XVIII, ma un suo resto è ancora visibile nel sottotetto. 

Dalla navata sinistra, attraverso una prima porta, si può accedere al chiostro romanico del convento (di cui si conservano tutte le ali medioevali ad arcatelle su colonnine lisce, del sec. XII avanzato) , e salire al coro delle Monache, che corrisponde al sottostante vestibolo interno, dove nell'anno 1900 è stato riscoperto il Giudizio universale di Pietro Cavallini, massimo capolavoro della pittura medievale romana, eseguito intorno al 1293, e che si situa nel momento di passaggio tra la grande tradizione bizantina e la nascita della pittura "moderna" ad opera di Giotto. L'affresco in origine si estendeva su tutta la controfacciata della chiesa insieme ad altri sulle pareti della navata centrale, tra le finestre e le arcate del colonnato,ora coperti dai rifacimenti settecenteschi e di cui si può vedere l'inizio del coro. Negli anni in cui fu ritrovato il Giudizio universale, fu scavato l'ampio complesso archeologico sottostante, al quale si accede sempre dalla navata sinistra, da una seconda porta, passando dapprima attraverso un ambiente nel quale sono visibili altre due colonne della basilica di Pasquale I, lastre con decorazione cosmatesca ed una transenna di finestra, quindi scendendo al vasto complesso archeologico di epoca romana che si distende sotto la chiesa: un insieme di costruzioni che vanno dalla tarda repubblica al IV secolo d.C. di cui rimangono tra l'altro dei pavimenti in mosaico bianco e nero. In uno degli ambienti ipogei - oggi adattato a piccolo Museo - è collocato un frammento di sarcofago cristiano risalente agli inizi del III sec., che fu trovato davanti al martyrium, sul quale è scolpito su un lato il Buon Pastore, e sull'altro un'iscrizione metrica relativa alla traslazione delle reliquie da parte di Pasquale I. Dagli ambienti romani si può vedere la singolare cripta neobizantina fatta costruire dal cardinale Rampolla del Tindaro su progetto dell'architetto Giovan Battista Giovenale (1901), che trasformò il vecchio ambiente costituito da un corridoio risalente al 1599 e da un ambulacro semicircolare di origine medioevale, decorato lungo le pareti con lastre marmoree provenienti dalle catacombe, e da modeste pitture nel soffitto; da una finestrella sopra l'altare, sono visibili i sarcofaghi che racchiudono i corpi di S. Cecilia e degli altri santi qui seppelliti.

L'antistante piazza di S. Cecilia conserva alcune case medievali, la cosiddetta «Torre di Fieramosca», peraltro assai pesantemente restaurate nel nostro secolo.

Per approfondire vedi:
> gli affreschi di Pietro Cavallini in S. Cecilia;
> il campanile di S. Cecilia;
> la cosiddetta «Torre di Fieramosca» in piazza S. Cecilia.