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S. Agnese in Agone
Rione VI - Parione, Piazza Navona, 2 |
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La famosa chiesa di S. Agnese a piazza Navona, che
oggi si presenta in magniloquenti forme barocche, ha in realtà un'origine
antichissima. Secondo una confusa tradizione agiografica, Agnese fu una
dodicenne romana che subì prima l'esposizione «a infame ludibrio» in un
luogo malfamato presso il Circo Agonale che sorgeva, come è noto,
nell'area dell'attuale piazza Navona (la santa, esposta nuda alla gogna,
fu ricoperta dai suoi capelli scioltisi per prodigio: il miracolo è ricordato da un rilievo in
marmo di Alessandro Algardi posto sull’altare di uno degli ambienti
sotterranei); poi la prova del fuoco; essendo
uscita illesa da entrambe le prove, fu condannata alla pena capitale per
decollazione. Di fatto tuttavia, la leggenda dell'esposizione nel lupanare
è tardiva e scarsamente attendibile. Non è escluso anzi (benché finora non
sia mai stato messo nel giusto risalto) che la storia di Agnese possa
essere stata attratta a piazza Navona dall'assonanza che intercorre
tra il nome della santa e il toponimo (campus) Agonis con cui era
nominata la zona nel Medioevo.
Il luogo del presunto martirio è tradizionalmente identificato nei sotterranei dell'attuale chiesa dove, almeno dall'VIII secolo, esisteva un sacello in onore della santa (ricordato nell'Itinerario dell'Anonimo di Einsiedeln) officiato dai monaci Basiliani e in seguito dai Benedettini di Farfa possessori, dal X secolo, del Campus Agonis.
La situazione del luogo cambia radicalmente quando ascende al soglio
pontificio Innocenzo X Pamphili,
che si accinge a creare
per sé e per la sua famiglia una sorta di piazza-cortile su cui
affacciasse un proprio palazzo e una propria chiesa (sulla quale doveva esercitare lo ius patronatus la casa
Pamphilj,
le cui case confinavano con S. Agnese), sulla falsariga di
quanto avevano gia fatto i Farnese e i Barberini.
Ma le lentezze e le incertezze dei Rainaldi spazientirono il pontefice e soprattutto la di lui influentissima cognata Donna Olimpia, odiatissima dal popolo che le attribuiva, oltre ad una smodata avidità, un nefasto ascendente sul pontefice. Ella brigò, a quanto sembra, per far affidare l'incarico nel 1653 al Borromini. Questi non poté fare a meno di conservare per l'interno l'impianto dei Rainaldi modificando invece la facciata, resa concava, in tre parti di cui la centrale aggettante, con l'effetto di far risaltare maggiormente la cupola, che sembra molto più incombente sulla facciata di quanto non sia in realtà.
Venne ultimata nel 1653-57 e sono da attribuirsi alla vulgata popolare le supposte espressioni di paura e di sdegno dei Fiumi della fontana di Bernini, già realizzata e nei confronti della quale Borromini si sente stimolato a un confronto diretto. Negli stessi anni il Bernini, rientrato nelle grazie di papa Pamphili, aveva eretto la fontana dei Fiumi, da cui la notissima storiella del "dialogo" delle sculture dei Fiumi con la statua di S. Agnese alla sommità della facciata borrominiana. Questa rassicura, con la mano sul petto, che l'edificio non crollerà, di fronte ai gesti di sgomento delle statue della fontana. Interpretazione fantasiosa, ma che da secoli fa parte dell'aneddotica popolare romana. Borromini delineò una facciata concava a ordine unico di
pilastri e colonne, che abbraccia la fontana berniniana, accentuando la
relazione dinamica tra i due protagonisti della scena urbana. L’alta e leggera
cupola (dopo questa, si vedrà una progressiva riduzione della massa e un
maggiore slancio nel disegno) viene a sovrastare con il volume slanciato
l’ampia curvatura della facciata. Borromini propone una posizione della cupola
tale da non rimanere in nessun modo, neppure parzialmente, nascosta dalla
facciata e da risultare dominante, a picco sull’ingresso, come una parete di
roccia verticale.
Alla morte del pontefice, si interessa della conclusione dei lavori suo nipote, Camillo Pamphilj: ma tra questo e Borromini iniziarono subito le discordie, tanto che l’architetto ticinese fu licenziato e venne richiamato Carlo Rainaldi, accompagnato da una commissione di cinque architetti, i quali realizzarono la lanterna e i campanili, completando al chiesa nel 1672. Quando anche Camillo Pamphilj morì i lavori passarono sotto la direzione di Giovanni Maria Baratta e quindi di Bernini, sotto cui l’interno si configurò diversamente da quanto previsto da Borromini, prendendo un volto fastoso e policromo. Rimasero comunque residui del timpano originario e tre finestroni, che sono l’innovazione più importante introdotta da Borromini. Infatti la posizione delle luci pone l’accento sul telaio portante dei pilastri e delle costole. Deve essere un’idea borrominiana anche lo sviluppo spaziale dato all’asse trasverso della chiesa, lungo il quale si aprono spazi prospettici illuminati da luce diretta. Ben poco invece si riconosce nei dettagli plastici con l’eccezione degli stupendi coretti, dei portali ai lati dell’altare in sagrestia e delle mense poste nelle nicchie dei piloni, disegnate con un gusto coloristico cauto e raffinato.
L'interno
L’interno conserva, della pianta originale dei Rainaldi, la croce
greca (a cui però Borromini smussò gli angoli, rendendola ottagonale, quasi
ellittica) e le nicchie sulla crociera. L'interno della chiesa
da un'impressione di vastità a causa della luce che si diffonde dalle
finestre della cupola. La decorazione è ricca di stucchi dorati e di marmi
pregiati, e nelle due cappelle della crociera sono impiegate colonne di
verde antico provenienti da S. Giovanni in Laterano, qui collocate in
seguito alla ristrutturazione borrominiana della basilica. La cupola, sorretta da otto colonne, fu
affrescata da Ciro Ferri nel 1689, i pennacchi dal Baciccia nel 1665. Sugli
altari, al posto dei quadri, pale marmoree e statue, tutte di mano dei
principali allievi del Bernini: da destra, opere di Giovanni Francesco Rossi, Ercole Ferrata, Domenico
Guidi, Antonio Raggi e Melchiore Caffà. Sopra l’ingresso, monumento di
Innocenzo X, sepolto con altri membri della famiglia Pamphilj in una cripta a
sinistra dell’altare maggiore, di Maini. Lo stesso pontefice, da vivo, poteva assistere non visto alla
messa, da una finestra di una stanza del suo appartamento privato in palazzo Pamphili, aperta nel tamburo della
cupola, appartamento tuttora conservato (le sale del piano nobile del
palazzo sono cortesemente visitabili da chi ne faccia richiesta anticipata
all'ambasciata). Negli ambienti sotterranei, ai quali
si accede da una porta nella parete destra del secondo altare, si vedono resti
della chiesa primitiva e del circo di Domiziano, un pavimento romano a mosaico
e, alle pareti, affreschi di età medievale. Sull'altare, il
Miracolo dei capelli di S. Agnese, bel rilievo marmoreo di
Alessandro Algardi (1653). Ricordiamo per ultimo, che le campane della chiesa provengono dalla
cattedrale di Castro, principato farnesiano nel Viterbese che fu distrutto
da papa Pamphili. La chiesa venne consacrata nel 1672.
Nell’opera di Borromini si assiste a quel rovesciamento barocco
delle leggi prospettiche rinascimentali: ora si cerca di moltiplicare, e non
più di unificare, i punti di vista. Nella curvatura della facciata di S. Agnese
si nota la tendenza ad affermare la continuità dello spazio interno
dell’edificio con lo spazio esterno della città. In Borromini lo spazio
geometrico diventa corporeo e le costruzioni sembrano quasi concrezioni di un
fluido di energia, esteso ovunque e in continuo divenire. Come per Giordano
Bruno movimento e mutamento non sono segni d’imperfezione, perché un universo
vivente deve potersi muovere e mutare (e per questo Borromini usa il motivo
della chiocciola e della spirale). |