S. Agnese in Agone
Rione VI - Parione, Piazza Navona, 2

La famosa chiesa di S. Agnese a piazza Navona, che oggi si presenta in magniloquenti forme barocche, ha in realtà un'origine antichissima. Secondo una confusa tradizione agiografica, Agnese fu una dodicenne romana che subì prima l'esposizione «a infame ludibrio» in un luogo malfamato presso il Circo Agonale che sorgeva, come è noto, nell'area dell'attuale piazza Navona (la santa, esposta nuda alla gogna, fu ricoperta dai suoi capelli scioltisi per prodigio: il miracolo è ricordato da un rilievo in marmo di Alessandro Algardi posto sull’altare di uno degli ambienti sotterranei); poi la prova del fuoco; essendo uscita illesa da entrambe le prove, fu condannata alla pena capitale per decollazione. Di fatto tuttavia, la leggenda dell'esposizione nel lupanare è tardiva e scarsamente attendibile. Non è escluso anzi (benché finora non sia mai stato messo nel giusto risalto) che la storia di Agnese possa essere stata attratta a piazza Navona dall'assonanza che intercorre tra il nome della santa e il toponimo (campus) Agonis con cui era nominata la zona nel Medioevo.
Il luogo del presunto martirio è tradizionalmente identificato nei sotterranei dell'attuale chiesa dove, almeno dall'VIII secolo, esisteva un sacello in onore della santa (ricordato nell'Itinerario dell'Anonimo di Einsiedeln) officiato dai monaci Basiliani e in seguito dai Benedettini di Farfa possessori, dal X secolo, del Campus Agonis.


Il cranio di sant'Agnese


Papa Callisto II (1119-1124) trasformò l'oratorio in una piccola basilica con portico e tre altari, più elevata del livello antico dello stadio e affacciata sull'attuale via dell'Anima (anticamente detta proprio via di S. Agnese), ma con una porta secondaria anche sull'attuale piazza. La nuova chiesa fu consacrata nel 1123.
Urbano III (1185-1187), in una celebre bolla spedita da Verona nel 1186, annovera Sancta Agnes de Cryptis Agonis fra le filiali della basilica di s. Lorenzo in Damaso.
Niccolò IV (1288-92) la assegnò ai monasteri di S. Andrea in Flumine presso Ponzano e di S. Silvestro al Monte Soratte, questi ultimi già proprietari nel lato sud-est della piazza.
Il Catalogo di Torino (al n° 173 della nostra numerazione), del 1320, ricorda che l'Ecclesia sancte Agnetis de Agone habet I sacerdotem.
Nella chiesa furono sepolti molti membri delle famiglie Mellini, Gottifredi e Paolo Bussa, padre di s. Francesca Romana qui battezzata nel 1384, la cui casa era posta tra vicolo De Cupis e via di Tor Millina.
Un disegno di Pompeo Ugonio della fine del Cinquecento tramanda il primitivo aspetto della chiesa: dalla strada si scendeva per alcuni gradini nel portico - ricavato dall'ambulacro esterno dello stadio - e da questo nella navata, che occupava gli ambulacri più interni; dietro l'altare maggiore alcuni gradini scendevano ancora al sacellum infimum.

La situazione del luogo cambia radicalmente quando ascende al soglio pontificio Innocenzo X Pamphili, che si accinge a creare per sé e per la sua famiglia una sorta di piazza-cortile su cui affacciasse un proprio palazzo e una propria chiesa (sulla quale doveva esercitare lo ius patronatus la casa Pamphilj, le cui case confinavano con S. Agnese), sulla falsariga di quanto avevano gia fatto i Farnese e i Barberini.
A questa volontà di grandezza pontificia è dovuto l'assetto della piazza, progettato da Carlo e Girolamo Rainaldi intorno al 1652, con la demolizione di numerosi edifici sull'area della piazza e l'accorpamento e rifacimento di altri per la costruzione dell'attuale palazzo Pamphili. Accanto a questo fu iniziata dai Rainaldi (15 agosto 1562) la costruzione di una grande chiesa a croce greca in sostituzione dell'antica cappella di S. Agnese. Il loro progetto, soprattutto per quanto riguarda la soluzione esterna, non era altro che una noiosa riassunzione di tutti i difetti della facciata maderniana di S. Pietro che qui appaiono assurdi e ingiustificabili. La facciata quasi quadrata copriva gran parte della cupola sorgente da dietro, senza nessun legame strutturale con la base. L'edificio medioevale andò definitivamente perduto.
Unico ricordo della storia prebarocca della chiesa è costituito dall'ambiente sotterraneo, cui si accede tramite una scala posta tra le cappelle di S. Alessio e di S. Agnese. Ritenuto tradizionalmente il luogo del martirio di Agnese, l'ipogeo (oggi compromesso dall'umidità) è articolato in tre ambienti ricavati dalle sostruzioni dello Stadio di Domiziano (in uno sono due pilastri sorreggenti tre arcate; forse l'attuale scala d'accesso ricalca quella d'accesso al podio); gli ambienti furono sistemati dal Borromini.
Dell'antica decorazione restano affreschi datati al XIII secolo, molto deteriorati per l'umidità e pesantemente ridipinti da Eugenio Cisterna nel 1892 (come informa una lapide): una Madonna col Bambino tra due Sante, un Cristo tra due Arcangeli e una S. Agnese; sopravvivono anche resti dell'originaria pavimentazione in opus alexandrinum.
E' ovviamente infondata la leggenda secondo cui da questi ambienti sotterranei si potrebbe raggiungere, tramite passaggi segreti, le catacombe di S. Agnese sulla Nomentana.

Ma le lentezze e le incertezze dei Rainaldi spazientirono il pontefice e soprattutto la di lui influentissima cognata Donna Olimpia, odiatissima dal popolo che le attribuiva, oltre ad una smodata avidità, un nefasto ascendente sul pontefice. Ella brigò, a quanto sembra, per far affidare l'incarico nel 1653 al Borromini. Questi non poté fare a meno di conservare per l'interno l'impianto dei Rainaldi modificando invece la facciata, resa concava, in tre parti di cui la centrale aggettante, con l'effetto di far risaltare maggiormente la cupola, che sembra molto più incombente sulla facciata di quanto non sia in realtà.

Venne ultimata nel 1653-57 e sono da attribuirsi alla vulgata popolare le supposte espressioni di paura e di sdegno dei Fiumi della fontana di Bernini, già realizzata e nei confronti della quale Borromini si sente stimolato a un confronto diretto. Negli stessi anni il Bernini, rientrato nelle grazie di papa Pamphili, aveva eretto la fontana dei Fiumi, da cui la notissima storiella del "dialogo" delle sculture dei Fiumi con la statua di S. Agnese alla sommità della facciata borrominiana. Questa rassicura, con la mano sul petto, che l'edificio non crollerà, di fronte ai gesti di sgomento delle statue della fontana. Interpretazione fantasiosa, ma che da secoli fa parte dell'aneddotica popolare romana.

Borromini delineò una facciata concava a ordine unico di pilastri e colonne, che abbraccia la fontana berniniana, accentuando la relazione dinamica tra i due protagonisti della scena urbana. L’alta e leggera cupola (dopo questa, si vedrà una progressiva riduzione della massa e un maggiore slancio nel disegno) viene a sovrastare con il volume slanciato l’ampia curvatura della facciata. Borromini propone una posizione della cupola tale da non rimanere in nessun modo, neppure parzialmente, nascosta dalla facciata e da risultare dominante, a picco sull’ingresso, come una parete di roccia verticale.
Disegnò inoltre i campanili gemelli, realizzati poi, più alti di quando prevedeva il progetto, da Antonio del Grande e Giovanni Maria Baratta.

Alla morte del pontefice, si interessa della conclusione dei lavori suo nipote, Camillo Pamphilj: ma tra questo e Borromini iniziarono subito le discordie, tanto che l’architetto ticinese fu licenziato e venne richiamato Carlo Rainaldi, accompagnato da una commissione di cinque architetti, i quali realizzarono la lanterna e i campanili, completando al chiesa nel 1672.

Quando anche Camillo Pamphilj morì i lavori passarono sotto la direzione di Giovanni Maria Baratta e quindi di Bernini, sotto cui l’interno si configurò diversamente da quanto previsto da Borromini, prendendo un volto fastoso e policromo. Rimasero comunque residui del timpano originario e tre finestroni, che sono l’innovazione più importante introdotta da Borromini. Infatti la posizione delle luci pone l’accento sul telaio portante dei pilastri e delle costole. Deve essere un’idea borrominiana anche lo sviluppo spaziale dato all’asse trasverso della chiesa, lungo il quale si aprono spazi prospettici illuminati da luce diretta. Ben poco invece si riconosce nei dettagli plastici con l’eccezione degli stupendi coretti, dei portali ai lati dell’altare in sagrestia e delle mense poste nelle nicchie dei piloni, disegnate con un gusto coloristico cauto e raffinato.

L'interno

L’interno conserva, della pianta originale dei Rainaldi, la croce greca (a cui però Borromini smussò gli angoli, rendendola ottagonale, quasi ellittica) e le nicchie sulla crociera. L'interno della chiesa da un'impressione di vastità a causa della luce che si diffonde dalle finestre della cupola. La decorazione è ricca di stucchi dorati e di marmi pregiati, e nelle due cappelle della crociera sono impiegate colonne di verde antico provenienti da S. Giovanni in Laterano, qui collocate in seguito alla ristrutturazione borrominiana della basilica. La cupola, sorretta da otto colonne, fu affrescata da Ciro Ferri nel 1689, i pennacchi dal Baciccia nel 1665. Sugli altari, al posto dei quadri, pale marmoree e statue, tutte di mano dei principali allievi del Bernini: da destra, opere di Giovanni Francesco Rossi, Ercole Ferrata, Domenico Guidi, Antonio Raggi e Melchiore Caffà. Sopra l’ingresso, monumento di Innocenzo X, sepolto con altri membri della famiglia Pamphilj in una cripta a sinistra dell’altare maggiore, di Maini. Lo stesso pontefice, da vivo, poteva assistere non visto alla messa, da una finestra di una stanza del suo appartamento privato in palazzo Pamphili, aperta nel tamburo della cupola, appartamento tuttora conservato (le sale del piano nobile del palazzo sono cortesemente visitabili da chi ne faccia richiesta anticipata all'ambasciata). Negli ambienti sotterranei, ai quali si accede da una porta nella parete destra del secondo altare, si vedono resti della chiesa primitiva e del circo di Domiziano, un pavimento romano a mosaico e, alle pareti, affreschi di età medievale. Sull'altare, il Miracolo dei capelli di S. Agnese, bel rilievo marmoreo di Alessandro Algardi (1653). Ricordiamo per ultimo, che le campane della chiesa provengono dalla cattedrale di Castro, principato farnesiano nel Viterbese che fu distrutto da papa Pamphili. La chiesa venne consacrata nel 1672.

Nell’opera di Borromini si assiste a quel rovesciamento barocco delle leggi prospettiche rinascimentali: ora si cerca di moltiplicare, e non più di unificare, i punti di vista. Nella curvatura della facciata di S. Agnese si nota la tendenza ad affermare la continuità dello spazio interno dell’edificio con lo spazio esterno della città. In Borromini lo spazio geometrico diventa corporeo e le costruzioni sembrano quasi concrezioni di un fluido di energia, esteso ovunque e in continuo divenire. Come per Giordano Bruno movimento e mutamento non sono segni d’imperfezione, perché un universo vivente deve potersi muovere e mutare (e per questo Borromini usa il motivo della chiocciola e della spirale).