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Dall'assedio di Modena al II triumvirato
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riferimenti cronologici:
La vittoria a Foro Dei Galli (odierna Castelfranco) aveva decisamente galvanizzato le truppe senatoriali, ma la "partita" non si era per nulla conclusa; Decimo Bruto a Modena era ancora sotto scacco, al rinchiuso delle mura cittadine, con i problemi dell’assedio che si facevano di giorno in giorno più drammatici (fame, sete e situazioni igieniche in generale). Antonio aveva tutto da guadagnare da questa situazione di stallo, non solo perché doveva in qualche modo riprendersi dalla dura lezione che i suoi uomini avevano ricevuto a Castelfranco, ma anche perché era sempre in attesa dell’arrivo delle tre legioni di Ventidio Basso; è incomprensibile, quindi, il suo comportamento del 21 aprile, quando si fece "convincere" alla battaglia dalle provocazioni del console Irzio. Lo scontro fu durissimo e devastante per le truppe di Antonio che furono respinte fin dentro i propri alloggiamenti. E’ rimasta alla storia l’impresa della V^ legione dell’ex-console che riuscì a resistere, evitando il tracollo per Marco Antonio, fino al punto che una legione di Irzio venne quasi decimata. Lo stesso console venne colpito, morendo così sul campo di battaglia. La nuova disastrosa sconfitta portò Antonio alla decisione di lasciare l’Italia e di dirigersi sul versante ligure, dove finalmente venne raggiunto da Basso; da lì proseguì verso la provincia Narbonese, che era retta dall’amministrazione di Emilio Lepido. Questi era stato "magister equitum" di Cesare, nonché uno dei suoi più fidi consiglieri, e disponeva in quella provincia di gran parte delle truppe che il dittatore gli aveva affidato prima di recarsi a Roma; rimasto a lungo neutrale, solo da poco aveva scelto il campo, passando dalla parte "popolare", spedendo al Senato una missiva in cui diceva di esservi stato costretto dall’ammutinamento delle proprie truppe. Per tutta risposta il Senato gli aveva affibbiato il titolo di "nemico dello Stato". Nello scacchiere politico , però, la vittoria delle truppe di Irzio e di Ottaviano a Modena, segna il cambiamento di rotta, inevitabile prima o poi, per quest’ultimo. L’alleanza col Senato era nata con il reciproco scopo di bloccare la potenza di Antonio; adesso che la stella dell’ex-console sembrava in parte offuscata, quell’alleanza non aveva più motivo di esserci, era diventata una vera palla al piede per tutti. Gli interessi di Ottaviano non potevano certo coesistere con quelli del partito aristocratico, era impossibile che il figlio di Cesare potesse continuare a servire gli uccisori del padre, era invece molto più comprensibile che prima o poi la sua strada potesse ricongiungersi a quella del suo "nemico" del momento, Antonio. Anzi qualcuno, fin dall’antichità ha messo in relazione la futura alleanza di Antonio ed Ottaviano, con la fuga del primo che nessuno ostacolò a dovere. La colpa, invece, va data non ad Ottaviano, ma allo stesso Decimo Bruto che una volta liberato dall’assedio, ci mise 2/3 giorni prima di partire alla caccia del nemico (sbagliando addirittura direzione), dandogli così quel margine di vantaggio che risultò alla fine incolmabile. Ma torniamo alle reazioni politiche che la vittoria senatoriale a Modena, portarono a Roma; inutile dire che al Senato (primo fra tutti Cicerone) si sentì sollevato dalla piega che avevano preso gli eventi. Antonio era lontano e, sulla carta, ridimensionato. Il Senato, a questo punto, dopo averlo dichiarato nemico pubblico e proposto una festa di 50 giorni per ringraziare gli dei, decretò per Cassio e Marco Bruto poteri proconsolati per le province che essi già avevano occupato con le armi qualche mese prima, mentre a Decimo Bruto venne autorizzato il trionfo per la vittoria a Modena. Era un elegiaco del tirannicidio, un trionfo personale per Cicerone e per coloro che avevano partecipato alla congiura; persino le salme dei due consoli in carica ricevettero l’onore dei funerali pubblici, mentre Ottaviano rimase completamente a bocca asciutta. Con uno strano gioco di parole, usando il termine “tollendum”, Patercolo fa capire le vere intenzioni di Cicerone su Ottaviano, che bisognava innalzare, ma anche togliere di mezzo (Patercolo II,62). Ottaviano, giustamente, non mandò giù il boccone, e giurò di farla pagare a tutti. Per farlo gli si prospettava un dilemma: era meglio intraprendere la lotta da solo, o sarebbe stato forse più conveniente raggiungere un accordo (per quanto labile potesse essere) con Antonio? Dopotutto era stato lo stesso console Pansa, sul letto di morte, ad indicargli la strada da intraprendere, dicendogli di stare attento ai patrizi, di smetterete di fare il loro "paladino" e di diventare la "luce" per i "popolari", magari facendo pace con Antonio. Anzi quest’ultima soluzione poteva significare uno smacco ancora maggiore per il Senato e per Cicerone. Anche perché Antonio, dopo la rocambolesca fuga per l’Italia del nord, in cui secondo Svetonio, patì talmente la fame da doversi mangiare le cortecce degli alberi, adesso aveva consolidato le proprie posizioni, grazie all’accordo raggiunto il 29 maggio a Foro Giulio (Frejus) con Emilio Lepido, a cui si aggiunse, una mesata dopo, quello con Asinio Pallione, governatore della Spagna Ulteriore nel 43 a.C. Sentendosi di poter ricattare il Senato, Ottaviano, dalla Gallia Cisalpina, dove si trovava, scrisse ai Padri Coscritti chiedendo la facoltà di poter concorrere al consolato. Ottaviano, appena ventenne, era molto lontano dall’avere quei requisiti che gli avrebbero permesso quel passo, ma dalla sua aveva qualcosa che valeva più di ogni requisito, ossia un esercito personale pronto a seguirlo in qualsiasi battaglia, mentre Roma era priva di truppe senatoriali tutte impegnate al nord nel dare la caccia ad Antonio. E proprio su questa situazione di fatto, il giovane generale si faceva forte, sperando in una capitolazione immediata del Senato, cosa che invece non avvenne. La risposta dei senatori fu infatti negativa, benché Ottaviano arrivò a proporsi a console insieme allo stesso Cicerone; prima di passare alle vie di fatto, egli pensò bene di fare un ultimo tentativo, spedendo a Roma una delegazione di centurioni con l’intento di richiedere di nuovo il consolato e i soldi per le sue truppe. Si racconta che uno dei centurioni nell’aula tirò fuori la spada dicendo apertamente che Ottaviano sarebbe divenuto console o grazie elle leggi del Senato o grazie a quella spada… Era un avvertimento duro, ma il Senato ebbe ancora il coraggio di dire no, forse sperando nell’arrivo a Roma delle 2 legioni africane di Cornifico, ben misera cosa, però contro le 8 agguerritissime di Ottaviano. Solo dopo l’ennesimo rifiuto, Ottaviano decise che era giunto il momento di marciare su Roma e di tentare il colpo di Stato La difesa della città, affidata alle due legioni africane e a quella lasciata a Roma dal console Pansa, si dimostrò vana; i difensori, infatti, passarono quasi tutti dalla parte di Ottaviano, che poté così entrare tranquillamente in città, senza colpo ferire. Diventato padrone di Roma, Ottaviano ordinò che si convocassero immediatamente i comizi consolari, che si svolsero il 19 agosto del 43 a.C; inutile dire che egli risultò eletto insieme a Quinto Pedio, legatus di Cesare al tempo della Gallia, nonché suo parente. Infatti Pedio era figlio di Giulia, sorella maggiore di Cesare, e quindi suo zio. Con la nuova carica, il ragazzo fece ratificare dal Senato, ridotto quasi al silenzio, una serie di leggi che vedevano, tra l’altro, l’istituzione di una commissione per processare gli assassini di Cesare e i seguaci. Il processo si risolse in una farsa, tutti i giudici, tranne un senatore, votarono per la condanna all’esilio dei congiurati del 15 marzo, a cui vennero anche confiscati tutti i beni, dati in parte agli accusatori. Le notizie provenienti da Roma, con le condanne e le confische, portarono Munazio Planco, altro generale pompeiano, ad abbandonare Decimo Bruto e a passare sotto le insegne di Lepido e di Antonio La fuga di Planco portò Decimo Bruto alla disperazione, rimasto pressoché senza truppe, cercò la fuga ma venne scoperto e ucciso a tradimento, ad Aquileia, da un capo gallo di nome Camalos, che ne mandò la testa, come triste cimelio, ad Antonio. Ormai era giunto il momento propizio per prendere accordi con quest’ultimo, per cui i primi di settembre, Ottaviano, dopo aver proposto al Senato (e ottenuto) la revoca delle condanne a nemici pubblici per Antonio e Lepido, partì alla volta della Gallia per incontrarli. I tre generali si incontrarono sulla via Emilia, su un’isoletta in mezzo al torrente Lavino, e nel convegno che durò 2 giorni, lontano da occhi indiscreti, i tre decisero le sorti di Roma e dei romani negli anni in avvenire. Nasceva il secondo triumvirato della storia di Roma, che ricalcava in parte quello fatto ben diciassette anni prima da Cesare, Pompeo e da Crasso. Ma mentre quello era stato un accordo privato fra tre personaggi pubblici, questo aveva sicuramente un aspetto politico maggiore. Stavolta i tre avevano in mano le sorti dello Stato e si preparavano a plasmarlo a proprio piacimento. Infatti per prima cosa venne deciso che Ottaviano avrebbe rinunciato agli ultimi tre mesi di consolato per darlo a Ventidio Basso, una ricompensa per il suo aiuto ad Antonio, mentre con l’anno nuovo i tre si sarebbero divisi le province dell’impero, per la durata di cinque anni, nominando magistrature e governatori tra gli uomini più fidati. Ottaviano avrebbe avuto il governo sull’Africa, la Numidia, la Sicilia e la Sardegna; Antonio sulla Gallia Cisalpina e Transalpina, mentre a Lepido veniva affidato il governo della provincia Narbonese e quello della Spagna Citeriore e Ulteriore. Le province dell’Asia rimanevano per il momento senza governo ufficiale, ma questo era dovuto al fatto che in quelle province c’erano Bruto e Cassio che la facevano da padroni, arruolando a volontà in vista della possibile guerra, anche grazie ai soldi ricavati dalle tasse che avevano fatto sempre la fortuna di chi governava quelle province. Quelle terre bisognava riconquistarle e per farlo bisognava avere degli eserciti numerosi e ben addestrati; i fondi per reclutarli vennero trovati dall’ultima cosa a cui i tre lavorarono nel "convegno", ossia le liste di proscrizioni. Con la confisca dei beni dei proscritti, non solo i tre triumviri poterono trovare i soldi necessari all’impresa, ma poterono sfogare i propri odi personali, primo fra tutti Antonio, che mise quale primo nome della sua lista quello di Cicerone. |