14.

VITTORE I, santo

Africano
Papa dal 189 al 199

Africano, fu eletto papa nel 189, in un periodo di tranquillità per i cristiani, negli ultimi anni dell'impero di Commodo e i primi di Settimio Severo.
Tutto accadde grazie ad una donna, una certa Marcia, una delle amanti preferite di Commodo e, a quanto pare, cristiana, anche se evidentemente pronta a sacrificare la sua purezza per la causa, in uno spirito di emancipazione che comunque meraviglia per quei tempi. Sta di fatto che Marcia, una volta divenuta moglie di Commodo, riuscì ad ottenere la liberazione di tutti i membri della comunità che erano finiti in carcere e condannati alle miniere in Sardegna.
Della procedura fu incaricato un presbitero della Chiesa, l'eunuco Giacinto, che una volta in Sardegna si presentò dal procuratore con l'elenco dei cristiani ai quali era stata concessa la grazia; ma la liberazione arrivò anche per altri non compresi nell'elenco, come Callisto. Grande doveva esser l'ascendente di Marcia, e il papa, così contrario alla nomina di suddiaconesse e pronto a scomunicare come eretiche le agàpete, aveva finito per servirsi di una donna che si dichiarava cristiana, ma evidentemente rotta a tutte le dissolutezze, per liberare dei fratelli. Ma questa era politica, sporca politica e la religione evidentemente era un'altra cosa. Ovvero i due estremi si toccavano; o meglio ancora, coincidevano!

Sempre una donna riuscì più o meno direttamente a dare tranquillità al vescovado di Vittore, quando fu imperatore Settimio Severo: sua moglie Giulia Domna. Proveniente da un'antica famiglia sacerdotale della Siria, addetta al servizio del tempio ad Emesa, come figlia del gran sacerdote Bassiano, era una donna eccezionale per cultura e scaltrezza politica. Portata ad interessarsi un po' a tutte le forme religiose orientali, non difese apertamente i cristiani ma rese sopportabile la loro esistenza in seno alle altre religioni affluite a Roma. Del resto se Giulia Domna riuscì in qualche modo a farsi ascoltare dal marito, è certo che però dal 197 in poi Settimio Severo trovò invece nel prefetto del pretorio Gaio Fulvio Plauziano l'uomo capace di soggiogare completamente la sua azione politica. Era questi il futuro suocero di Caracalla e non nutriva particolari simpatie verso i cristiani, come poi apparve chiaro di lì a pochi anni, dopo la morte di Vittore.

E così questo papa, le spalle al sicuro da trabocchetti e persecuzioni, poté dedicarsi completamente ai problemi della Chiesa in fatto di liturgia e teologia, deciso a risolvere il problema della celebrazione della Pasqua e a respingere le varie eresie. Scrisse alle varie Chiese e le esortò a discutere la questione appunto della solennità pasquale; le numerose riunioni di vescovi concordarono nel decidere di celebrare la festività nel giorno di domenica secondo l'uso romano. Solo la provincia dell'Asia era contraria: Policrate di Efeso rispose a Vittore che i cristiani di quella Chiesa intendevano mantenere l'uso di festeggiare la Pasqua il 14 Nisan, secondo la cosiddetta pratica quartodecima.
Vittore fu deciso e irremovibile; dichiarò tutti i seguaci della pratica quartodecima separati non solo dalla Chiesa di Roma, ma da tutte le altre. Alcuni criticarono il modo energico di Vittore, e tra questi Ireneo che per natura, come aveva dimostrato in occasione delle persecuzioni di Lione, era piuttosto arrendevole e comunque tendeva a non condannare mai apertamente. È probabile che l'intervento di Ireneo non sortì alcun effetto e, sia pure lentamente, anche le Chiese d'Asia si adeguarono all'uso romano.
Quello che risalta da tutta la questione è il carattere energico e sicuro di Vittore, e di conseguenza la personalità di rilievo che con lui viene ad assumere il vescovo di Roma. Egli impartisce ordini, sia pure dopo un attento esame del problema al quale ha invitato i vescovi di tutte le Chiese: è irremovibile nelle sue decisioni, una volta prese. È proprio vero, come osservava il Renan, che con Vittore I, «il papato è ormai nato, ed è nato come si deve!».

Per quanto riguarda le eresie e le questioni dogmatiche, Vittore è altrettanto fermo. Intorno al 190 giunge a Roma, da Bisanzio, Teodoto, il quale sostiene che Cristo sia un semplice uomo. Vittore lo espelle dalla comunità. Tuttavia Teodoto fa dei proseliti, fra i quali si segnalano un omonimo Teodoto e Asclepiodoto, che riescono a costituire una piccola comunità a capo della quale eleggono il confessore Natale, che diventa una specie di «antiepiscopo». È forse da considerarsi il primo antipapa; ma pochi anni dopo torna pentito in seno alla Chiesa, nel perdono di Vittore. .
In quegli stessi anni si diffonde un'altra eresia, quella di Noeto a Smirne; questi riteneva Cristo soltanto una forma apparente, un modus del Padre. Ma l'eresia fa poca strada: condannato dalla stessa Chiesa di Smirne, Noeto viene scomunicato.

Certamente il problema delle eresie non si risolve con Vittore; a centinaia ne sbucheranno nelle varie sedi ecclesiastiche in questo periodo iniziale del cristianesimo, ma si può star certi che Vittore ha indicato la strada giusta per combatterle, e questa strada seguiranno i suoi successori.

Vittore morì nel 199, ma non fu martire; venne sepolto accanto al sepolcro di S. Pietro.