51.

SIMMACO

della Sardegna
Papa dal 22.XI.498 al 17.VII.514

Alla morte di Anastasio II Roma si ritrovò con due vescovi eletti dalle due fazioni della città. Quella ortodossa, che aveva disapprovato il comportamento conciliante di Alessandro II nei confronti della Chiesa d'Oriente, con a capo il senatore Fausto, elesse il diacono sardo Simmaco. Un'altra minoritaria, favorevole a comporre lo scisma, capeggiata dal console Festo, appena tornato dalla sua missione a Costantinopoli, scelse l'arciprete Lorenzo. Venivano consacrati lo stesso giorno, il 22 novembre del 498; Simmaco nella basilica del Laterano, Lorenzo in S. Maria Maggiore.
Ritornano gli scontri di anni addietro, in un clima da guerra civile che infuria tra disordini e zuffe nelle chiese e per le strade. Si ricorre a Ravenna da Teodorico, il quale sentenzia: va considerato papa chi è stato eletto per primo o ha avuto maggior numero di voti. In queste condizioni il favorito è Simmaco, sul quale però grava il sospetto di aver corrotto persone della corte ravennate capaci di influire sulla sente.nza di Teodorico; ma, a parte questo, Simmaco sta bene al re, proprio perché malvisto da Bisanzio, e diventa uno strumento in sua mano per far capire all'imperatore che in Italia chi conta è il re e non lui.
Simmaco, tornato a Roma, convoca l'1 marzo del 499 in S. Pietro un concilio, a cui partecipano 72 vescovi italiani: "Vi ho chiamati", dice, "per cercare un modo di sopprimere i maneggi dei vescovi, gli scandali e i tumulti popolari, come quelli provocati durante la mia elezione". Si stabilisce, per la prima volta, di proibire che si facciano trattative elettorali per un futuro papa durante la vita e all'insaputa del predecessore; si concede anzi al pontefice il diritto di designare egli stesso un successore. In caso di morte improvvisa di un papa, senza che questi abbia indicato qualcuno, "sarà consacrato colui che avrà raccolto i suffragi di tutto il clero o, al limite, il maggior numero di voti". Sono, a quanto pare, esclusi i laici e si fa strada il concetto di una "maggioranza" nella votazione in opposizione all' "unanimità" voluta a suo tempo da Onorio. Lorenzo stesso, presente al concilio, sottoscrive questi decreti e in pratica si sottomette a Simmaco; in segno di riconciliazione gli viene assegnata la diocesi di Nocera in Campania.
Queste norme sull'elezione del papa lasciano però il tempo che trovano; per ora i laici seguiteranno ad avere la loro importanza, e inoltre i papi non otterranno mai il diritto di nominare un successore.

Il concilio del 499 è particolarmente importante per la storia di Roma perché, dalle firme dei vescovi che sottoscrissero i decreti, si ricava l'indicazione che i titoli delle basiliche allora esistenti nella città erano 28. Ripartiti nelle varie "regioni", erano in origine sottoposti ad un unico presbitero o parroco, ma vennero poi affidati a tre o più sacerdoti, il più autorevole dei quali era un "incardinato" ovvero un pretecardinale. Distinte da queste parrocchie erano poi le cinque basiliche "patriarcali" di S. Giovanni in Laterano, S. Pietro, S. Paolo, S. Lorenzo fuori le Mura e S. Maria Maggiore, alle quali era preposto direttamente il vescovo di Roma; la loro comunità non era limitata ad un quartiere ma costituita da tutti i fedeli della città. Tali privilegi furono concessi anche alle basiliche di S. Sebastiano e S. Croce in Gerusalemme che, insieme alle altre, costituirono le cosiddette "Sette Chiese" di Roma che durante il Medio Evo furono meta di pellegrinaggi.

Dopo questo concilio Roma sembrò vivere un periodo di tranquillità; la visita che Teodorico compì nella città nel 500 dette un crisma di ufficialità a tale stato di pace. "Al suo ingresso, i Romani gli tributarono onori degni di un imperatore e lo salutarono con il titolo adulatorio di "nuovo Traiano"", come rievoca il Gregorovius. "Senato, popolo e clero, con alla testa il papa, gli andarono incontro fuori della città e lo accolsero, sembra, al ponte sull'Aniene o forse ai piedi di Monte Mario. In omaggio alla prudenza, il re ariano si recò subito alla basilica di S. Pietro, dove pregò sulla tomba dell'apostolo "con gran devozione e come un vero cattolico". Infine, con pompa trionfale, entrò in Roma attraverso il ponte Adriano".

Le donazioni fatte alle chiese, il ripristino dei giochi circensi e le direttive date per il restauro di alcuni monumenti furono determinanti per entrare nel cuore del popolo romano: il discorso da lui pronunciato nel Foro, per quanto breve, suscitò un entusiasmo generale. Roma per un po' si illuse di rinascere "grande" e in pace. Ma la pace era tutt'altro che salda tra i fedeli romani e, appena Teodorico tornò a Ravenna, il gruppo del Senato ostile a Simmaco si rifece avanti ed inviò al re un'accusa circostanziata nei confronti del papa: era colpevole di aver celebrato la Pasqua del 501 non rispettando il computo del tempo stabilito nell'uso alessandrino.
Era solo una scusa per farlo comparire in giudizio davanti al re a Rimini. E Simmaco vi andò, ma quando si rese conto che le accuse di fondo erano ben altre e riguardavano illecite relazioni con donne e sperpero dei beni della Chiesa, tornò precipitosamente a Roma. Una volta qui, si sentì abbandonato dagli stessi fedeli, ebbe paura e si rifugiò in S. Pietro.
Teodorico ci restò male; il comportamento di Simmaco gli sembrò un riconoscimento di colpevolezza; convocò a Roma un concilio che lo giudicasse e, come se fosse ormai sede vacante, nominò il vescovo di Venezia, Pietro di Altino, "Visitatore" ovvero reggente della Chiesa di Roma. Questi si schierò subito col partito avverso a Simmaco, provvedendo a convocare da Nocera Lorenzo, e approvò la confisca delle proprietà ecclesiastiche pontificie.
Il concilio in pratica appariva condizionato dal comportamento di Teodorico; comunque Simmaco intervenne alla prima sessione nel maggio del 501 e dichiarò di esser pronto a sottomettersi al giudizio, a condizione che Pietro di Altino fosse allontanato e gli venissero restituiti i beni confiscati. La richiesta, sottoposta a Teodorico, fu respinta. Simmaco era deciso, nonostante tutto, a presentarsi ugualmente alla seconda sessione aperta l'1 settembre; ma, mentre da S. Pietro si recava alla basilica Sessoriana, ove era riunito il concilio, fu assalito da un gruppo di armati che uccisero due preti del suo seguito e Simmaco stesso scampò a stento alla lapidazione. Allora non volle più saperne del concilio.
I vescovi peraltro, trascorso un altro periodo di tumulti, ebbero modo di riunirsi ancora in una località detta Ad palmam, probabilmente nel vestibolo di S. Pietro; questa volta decretarono che nessuno di loro aveva l'autorità di giudicare il vescovo di Roma, come era universalmente ammesso, per cui le accuse fatte a Simmaco dovevano essere rimesse al giudizio di Dio: tutto il clero gli doveva pertanto obbedienza.
Era ovvio che una simile sentenza restasse inascoltata: all'atto pratico il partito antisimmachiano riuscì a prevalere; le chiese titolari della città passarono sotto il controllo di Lorenzo, il quale, per dimostrare la legittimità del proprio pontificato, fece porre un suo busto nella basilica di S. Paolo, accanto ai ritratti in mosaico dei vescovi di Roma. Simmaco si barricò in S. Pietro e per quattro anni la città fu teatro di violenze e lotte sanguinose.
La pace tornò solo nel 505, quando Teodorico finì per dare ascolto alle continue rimostranze del diacono Dioscuro di Alessandria, inviatogli da Simmaco. Impose infatti ai laurenziani di restituire a Simmaco le chiese e a Lorenzo, in particolare, di lasciare Roma; questi obbedì e si ritirò in una villa del suo protettore Festo.
Lo scisma della sede di Roma aveva così termine, ma quello con la Chiesa d'Oriente era sempre in piedi: l'imperatore Anastasio I era ormai completamente schierato con i monofisiti e in un editto trattò Simmaco in maniera ingiuriosa, accusandolo di essere un manicheo e dichiarando che la consacrazione era illegittima. Il papa rispose da par suo, rispolverando per l'occasione l'autorità di alcuni suoi predecessori: "Rispetta Dio in noi e noi rispetteremo Dio in te. Se tu non rispetti Dio, come puoi arrogarti le prerogative di colui al quale sottrai l'onore? ... Ricorda, imperatore, la lunga serie di coloro che dal principio del cristianesimo hanno perseguitato la fede: sono caduti, ma la Chiesa, più è perseguitata, più risplende in tutta la sua potenza".

Simmaco, nonostante i disordini che turbarono i primi anni del suo pontificato, riuscì anche ad abbellire Roma con nuove costruzioni; e forse, come ironizza il Gregorovius, "il fatto d'essere felicemente scampato a tanti pericoli accrebbe lo zelo di questo sacerdote dalla coscienza non troppo pulita, che per gratitudine verso i propri santi protettori si affrettò ad ornare le loro chiese o a costruirne di nuove".
Edificò infatti, tra l'altro, le chiese di S. Pancrazio sul Gianicolo e di S. Martino ai Monti sull'antico Titulus Equitii, nonché un albergo per forestieri a Porto, destinato ai pellegrini che venivano a Roma dal mare. Restaurò inoltre S. Paolo, ma fu principalmente alla basilica di S. Pietro che egli dedicò le maggiori cure; ricoprì il pavimento dell'atrio con lastre di marmo e costruì sopra il cantharus un'edicola sostenuta da colonne di porfido. Nel piazzale antistante la basilica fu scavato un pozzo, precursore delle fontane berniniane; furono poi ampliate le scalinate del cortile e costruiti gli edifici residenziali, primo nucleo dei palazzi Vaticani.

Simmaco morì il 19 luglio del 514. Fu sepolto in S. Pietro.