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SILVESTRO II
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Alla morte di Gregorio V i Romani non osarono innalzare al soglio pontificio un loro candidato, ma attesero l'arrivo a Roma dell'imperatore e del suo prescelto per la fine di marzo del 999; questi era Gerberto, che si trovava al suo seguito come consigliere. Egli fu "un genio che illuminò di luce vivissima l'epoca sua", dice il Gregorovius ed è vero; peraltro la grande erudizione di questo pontefice, specialmente nel campo delle scienze, fu così inquietante per la massa ignorante e superstiziosa che si presumeva che egli non l'avesse acquistata in modo naturale. Nella tradizione popolare passò con l'appellativo di "papa mago", capace di arrivare al soglio pontificio grazie a un "patto col diavolo", e le leggende fiorirono. '
Nato tra il 940 e il 945 in Alvernia, a Belliac, fu probabilmente nel 952 accolto come monaco nella vicina abbazia di Aurillac; improvvisamente, stanco della vita monastica, abbandonò il convento, attratto dai misteri della cultura religiosa araba e si recò in Spagna.
Frequentando così uno di quei saggi, Gerberto incorse in un'avventura, dal sapore di leggenda, raccontata dal cronista inglese Guillaume de Malmesbury: egli "si intratteneva con il filosofo e riceveva da lui libri che veniva ricopiando. Prendeva appunti... voleva ardentemente procurarsi... preghiere, suppliche, nomi di divinità, protezioni... utilizzate dal suo maestro". Si dà il caso che il saggio abbia una figlia e sorga tra i due giovani un amore; Gerberto desidera particolarmente un libro che il mago tiene sotto il cuscino e allora "una sera la ragazza che amava ubriaca il padre" e il giovane aspirante mago prende il libro e scappa. È una fuga interminabile con il maestro che svegliatosi insegue l'allievo ladruncolo
senza tregua: è un reciproco consultare di stelle per scoprire le tracce, l'uno, e per nascondersi, l'altro, finché Gerberto raggiunge il mare e "ibi per incantatione diabolo accercito, perpetuum pascitur dominum".
E così ritemprato, egli riesce "a riveder le stelle" iniziando la sua carriera ecclesiastica; nel 970 è al seguito di Attone a Roma, dove ha modo di farsi apprezzare da Giovanni XIII e da Ottone I, che gli affida l'educazione del figlio. Qualche anno dopo è a Reims, chiamato dall'arcivescovo Adalberone, come docente di filosofia, e la sua fama raggiunge già livelli europei. Tra il Natale del 980 e il gennaio del 981, in un nuovo viaggio verso Roma con il suo arcivescovo, avrà modo di scontrarsi in un pubblico dibattito di scienza a Ravenna con il monaco Otrik, altro fIlosofo emergente a quel tempo nella scuola di Magdeburgo, al seguito di Ottone II nella sua spedizione in Italia dove troverà ancor giovane la morte. Gerberto avrà la meglio nella disputa filosofica; mentre Otrik perderà le speranze di ottenere il vescovado di Magdeburgo, egli dal 983 sarà chiamato a dirigere l'abbazia di Bobbio, vicino Piacenza.
Nel 991 è arcivescovo di Reims grazie al favore di Ugo Capeto che, in un concilio convocato in quella città, depone il vescovo reggente Arnolfo, senza attendere una risposta del papa Giovanni XV; ma in un successivo concilio a Monson nel 995 è costretto dal legato pontificio a sottomettersi alla condanna di sospensione della nomina in attesa delle decisioni definitive del papa; queste confermeranno la sospensione con la relativa scomunica. Arnolfo l'anno dopo è reintegrato nella carica.
Un nuovo assetto del mondo, una svolta storica attende la sua opera pontificia; Ottone III sogna in una "renovalio imperii Romanorum" di abbracciare il mondo in un concetto ecumenico di amore e potere, alla luce della giustizia divina. Roma è la capitale del mondo, come la Chiesa romana è la madre di tutte le Chiese; da Roma i rappresentanti dei supremi poteri, l'imperatore e il papa, uniti in un'azione concorde, avrebbero dovuto ricondurre la pace nel mondo e guidare i popoli sulla strada di Dio. Ottone III s'insediò sull'Aventino nella contemplazione dell'antica città imperiale e si assunse il compito di protettore del papa, esercitando però un rigido controllo sulla Chiesa per garantire la dignità della cattedra apostolica. L'anno 1000 non sarebbe stato dunque la fine del mondo; piuttosto il periodo dei grandi mutamenti, nei quali la Chiesa, e di riflesso l'umanità, avrebbe ritrovato la sua originaria purezza. Questo significava l'annullamento di tutte le donazioni imperiali da Costantino in poi, ovvero la fine del vecchio potere temporale, ma il tutto sostituito con nuove donazioni; una "spogliazione" simbolica dunque, alla quale faceva seguito una nuova cessione di territori per una autentica renovatio. In questo clima ecumenico Silvestro II dà alla propaganda cristiana nuovo slancio, particolarmente in Polonia e Ungheria. Ottone III liberò il duca di Polonia dai vincoli di vassallaggio che lo univano all'impero e il papa fondò allora la diocesi di Gnesen; e ancora, l'imperatore inviò la corona regale al duca magiaro Waik che, convertitosi al cristianesimo, aveva assunto il nome di Stefano. L'Ungheria diventava autonoma e veniva donata alla Sede apostolica di Roma; vi fu fondata la diocesi di Gran. E infine Silvestro II lanciò un appello, primo papa della storia, per la liberazione del Santo Sepolcro dai musulmani, che spesso impedivano ai cristiani pellegrinaggi e visite nella Terra Santa; ma l'Europa non era ancora pronta per una crociata.
Nel clima caotico che sopravvenne alla sua morte, Arduino d'Ivrea riuscì a farsi nominare re d'Italia; in Germania nel giugno saliva al trono Enrico II di Baviera, seguace degli ideali di Ottone III, ma impossibilitato per ora a ristabilire l'autorità imperiale in Italia. Silvestro II sopravvisse poco al suo imperatore, e la leggenda non abbandonò il "papa mago" neanche negli ultimi tempi della sua vita; alla precisa domanda posta al Golem sulla sua morte: "Morirò prima di cantar messa a Gerusalemme?", quello avrebbe risposto negativamente. Allora Silvestro si disse che avrebbe potuto dormire sonni tranquilli, perché sarebbe dipeso solo da lui andare o meno in pellegrinaggio a Gerusalemme; ma si dà il caso che egli si recava spesso a celebrare la messa a Santa Croce in Gerusalemme. E fu così che il 12 maggio del 1003, giorno fatidico indicato dal Golem, Silvestro II fu colto da malore dopo la messa e capì che era la fine; il Golem aveva risposto giustamente.
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