139.

SILVESTRO II
Gerberto di Aurillac

Nato nel 940 a Belliac in Alvernia (Francia)
Papa dal 2.IV.999
          al 12.V.1003

Alla morte di Gregorio V i Romani non osarono innalzare al soglio pontificio un loro candidato, ma attesero l'arrivo a Roma dell'imperatore e del suo prescelto per la fine di marzo del 999; questi era Gerberto, che si trovava al suo seguito come consigliere. Egli fu "un genio che illuminò di luce vivissima l'epoca sua", dice il Gregorovius ed è vero; peraltro la grande erudizione di questo pontefice, specialmente nel campo delle scienze, fu così inquietante per la massa ignorante e superstiziosa che si presumeva che egli non l'avesse acquistata in modo naturale. Nella tradizione popolare passò con l'appellativo di "papa mago", capace di arrivare al soglio pontificio grazie a un "patto col diavolo", e le leggende fiorirono. '

Nato tra il 940 e il 945 in Alvernia, a Belliac, fu probabilmente nel 952 accolto come monaco nella vicina abbazia di Aurillac; improvvisamente, stanco della vita monastica, abbandonò il convento, attratto dai misteri della cultura religiosa araba e si recò in Spagna.
Alla scuola del monaco Attone di Vich, in Catalogna, apprese i primi rudimenti islamici filtrati dall'insegnamento cristiano, ma non disdegnò di frequentare anche i circoli dei saggi musulmani della regione per approdare ai segreti dell'arte magica nella loro genuinità.
"Ora, a questi saggi maestri ci si avvicinava solo abiurando alla fede", osserva Mario Bacchiega nella sua recente biografia su Silvestro II. "I saggi arabi richiedevano al discepolo di sottoporsi ad una iniziazione prima di introdurlo ai segreti, alle ricerche ermetiche, alla conoscenza delle formule per gli incantesimi. E solo pochissimi ben preparati e iniziati vi potevano accedere. Gerberto fu apostata. Ovviamente non dirà mai a nessuno, durante la sua vita, questa singolare e importante esperienza perché nel secolo X nessuno l'avrebbe mai capito" e sarebbe stato giudicato un eretico. Invece egli compie quella esperienza misteriosa coscientemente, per avere una "lucida prova di libertà morale e religiosa" e "attingere alla libera gnosi".

Frequentando così uno di quei saggi, Gerberto incorse in un'avventura, dal sapore di leggenda, raccontata dal cronista inglese Guillaume de Malmesbury: egli "si intratteneva con il filosofo e riceveva da lui libri che veniva ricopiando. Prendeva appunti... voleva ardentemente procurarsi... preghiere, suppliche, nomi di divinità, protezioni... utilizzate dal suo maestro". Si dà il caso che il saggio abbia una figlia e sorga tra i due giovani un amore; Gerberto desidera particolarmente un libro che il mago tiene sotto il cuscino e allora "una sera la ragazza che amava ubriaca il padre" e il giovane aspirante mago prende il libro e scappa. È una fuga interminabile con il maestro che svegliatosi insegue l'allievo ladruncolo senza tregua: è un reciproco consultare di stelle per scoprire le tracce, l'uno, e per nascondersi, l'altro, finché Gerberto raggiunge il mare e "ibi per incantatione diabolo accercito, perpetuum pascitur dominum".
Stringe un "patto col diavolo", gli giura eterna riconoscenza se riuscirà a salvarsi al di là del mare; e Gerberto si salva. "Non c'è dubbio sul suo sacrilegio", sentenzia il Malmesbury; ma il diavolo rientra qui nella cronaca medievale ed è in pratica il suo subconscio. Come nota il Bacchiega, la realtà è che Gerberto "ama le fiamme come una salamandra" e questo patto "è semplicemente un fermo impegno con se stessi... un momento intermedio necessario per procedere oltre nella evoluzione che dissolverà poi le ossa della personalità".

E così ritemprato, egli riesce "a riveder le stelle" iniziando la sua carriera ecclesiastica; nel 970 è al seguito di Attone a Roma, dove ha modo di farsi apprezzare da Giovanni XIII e da Ottone I, che gli affida l'educazione del figlio. Qualche anno dopo è a Reims, chiamato dall'arcivescovo Adalberone, come docente di filosofia, e la sua fama raggiunge già livelli europei. Tra il Natale del 980 e il gennaio del 981, in un nuovo viaggio verso Roma con il suo arcivescovo, avrà modo di scontrarsi in un pubblico dibattito di scienza a Ravenna con il monaco Otrik, altro fIlosofo emergente a quel tempo nella scuola di Magdeburgo, al seguito di Ottone II nella sua spedizione in Italia dove troverà ancor giovane la morte. Gerberto avrà la meglio nella disputa filosofica; mentre Otrik perderà le speranze di ottenere il vescovado di Magdeburgo, egli dal 983 sarà chiamato a dirigere l'abbazia di Bobbio, vicino Piacenza.
Ma ci dura poco; è oggetto di continue persecuzioni e, alla morte di Ottorte II, scappa a Pavia, rifugiandosi presso l'imperatrice madre Adelaide. Qui conosce anche Teofane, la giovane vedova, reggente di lì a breve tempo in nome del figlioletto Ottone III: è un incontro importante per il futuro di Gerberto che, grazie a Teofane, raggiungerà il successo.
L'Italia per ora non gli interessa e così ritorna presso l'arcivescovo amico Adalberto a Reims, dove fa politica attiva a favore degli Ottoni, tiene la cattedra di filosofia, raccoglie scritti rari nella biblioteca, si costruisce un Golem, come racconta il cronista Raoul de Longschamp. Gerberto aveva imprigionato un demonio in una testa d'oro, alla quale poneva dei quesiti particolarmente difficili; il Golem rispondeva con un cenno del capo. "Inde est quod locus ille inexpositus, saltus Gerbertus appellatur": la soluzione che il demonio gli dava era chiamata il "salto di Gerberto".
Come ha spiegato chiaramente il Bacchiega "il Golem diventa il nucleo di un concreto rituale di iniziazione magica e mistica che veniva eseguito ai fini di realizzare nell'adepto una conoscenza segreta"; ma in particolare esso "è la figura umana concreta realizzatasi mediante poteri magici di tipo vocale". È la coscienza stessa di Gerberto, in una sorta di autoipnosi, che parla e risponde. E interrogando il Golem probabilmente egli ebbe, in una frase riportata dal monaco Elgardo di Fleury, la chiave del proprio destino: "scandit ad R Gerbertus in R post papa viget R". Con la R infatti iniziano le tre sedi fondamentali della sua carriera ecclesiastica: Reims, Ravenna, Roma.

Nel 991 è arcivescovo di Reims grazie al favore di Ugo Capeto che, in un concilio convocato in quella città, depone il vescovo reggente Arnolfo, senza attendere una risposta del papa Giovanni XV; ma in un successivo concilio a Monson nel 995 è costretto dal legato pontificio a sottomettersi alla condanna di sospensione della nomina in attesa delle decisioni definitive del papa; queste confermeranno la sospensione con la relativa scomunica. Arnolfo l'anno dopo è reintegrato nella carica.
Gerberto si rifugia a Magdeburgo presso Ottone III e ne diventa il maestro e il consigliere: da lì viene la sua riabilitazione totale; nel 998 è arcivescovo di Ravenna; l'anno dopo è sul trono di Pietro. Gerberto è consacrato papa con il nome di Silvestro II il 2 aprile del 999; alle spalle di quella data, l'apostasia e la scomunica svaniscono nel nulla.

Un nuovo assetto del mondo, una svolta storica attende la sua opera pontificia; Ottone III sogna in una "renovalio imperii Romanorum" di abbracciare il mondo in un concetto ecumenico di amore e potere, alla luce della giustizia divina. Roma è la capitale del mondo, come la Chiesa romana è la madre di tutte le Chiese; da Roma i rappresentanti dei supremi poteri, l'imperatore e il papa, uniti in un'azione concorde, avrebbero dovuto ricondurre la pace nel mondo e guidare i popoli sulla strada di Dio. Ottone III s'insediò sull'Aventino nella contemplazione dell'antica città imperiale e si assunse il compito di protettore del papa, esercitando però un rigido controllo sulla Chiesa per garantire la dignità della cattedra apostolica.

L'anno 1000 non sarebbe stato dunque la fine del mondo; piuttosto il periodo dei grandi mutamenti, nei quali la Chiesa, e di riflesso l'umanità, avrebbe ritrovato la sua originaria purezza. Questo significava l'annullamento di tutte le donazioni imperiali da Costantino in poi, ovvero la fine del vecchio potere temporale, ma il tutto sostituito con nuove donazioni; una "spogliazione" simbolica dunque, alla quale faceva seguito una nuova cessione di territori per una autentica renovatio.

In questo clima ecumenico Silvestro II dà alla propaganda cristiana nuovo slancio, particolarmente in Polonia e Ungheria. Ottone III liberò il duca di Polonia dai vincoli di vassallaggio che lo univano all'impero e il papa fondò allora la diocesi di Gnesen; e ancora, l'imperatore inviò la corona regale al duca magiaro Waik che, convertitosi al cristianesimo, aveva assunto il nome di Stefano. L'Ungheria diventava autonoma e veniva donata alla Sede apostolica di Roma; vi fu fondata la diocesi di Gran. E infine Silvestro II lanciò un appello, primo papa della storia, per la liberazione del Santo Sepolcro dai musulmani, che spesso impedivano ai cristiani pellegrinaggi e visite nella Terra Santa; ma l'Europa non era ancora pronta per una crociata.
Oltretutto, passato l'anno 1000, cominciarono a crollare i sogni; venuti meno i terrori millenaristi della fine del mondo, tornarono i problemi di sempre. La Germania richiamava il suo imperatore; il papa doveva restare solo. La Sabina si ribellò come ai vecchi tempi e Silvestro che si trovava ad Orte, minacciato direttamente, fu costretto a riparare a Roma dove il clima non sembrava diverso.
Ottone ritornò, parlò benevolmente al popolo e riuscì per un po' a calmare gli animi più focosi, ma le parole finirono nel nulla; la sommossa divampò di nuovo e l'imperatore fu persuaso da Enrico di Baviera ad abbandonare Roma insieme al papa nel febbraio del 1001. Si trattava di una fuga; Gregorio di Tuscolo prese il comando della rivolta che si era estesa nella Campagna romana.
Ottone si allontanò ancora di più: a Ravenna celebrò la Pasqua con il papa e il nuovo abate di Cluny, Odilone, che cercò di ravvivare nell'imperatore quegli ideali di mistico rinnovamento temporaneamente scemati. Ottone III infatti era spinto ora da uno spirito di vendetta nei confronti dell'Italia meridionale e di Roma: prese Benevento, ma nella sua puntata su Roma non riuscì ad andare oltre Paterno, vicino Civitacastellana. Silvestro lo seguiva come un'ombra, ma forse gli appariva chiaro come ormai ogni ideale di renovatio era svanito; il 23 gennaio del 1002 Ottone III moriva. Veniva sepolto ad Aquisgrana accanto a Carlo Magno.

Nel clima caotico che sopravvenne alla sua morte, Arduino d'Ivrea riuscì a farsi nominare re d'Italia; in Germania nel giugno saliva al trono Enrico II di Baviera, seguace degli ideali di Ottone III, ma impossibilitato per ora a ristabilire l'autorità imperiale in Italia.

Silvestro II sopravvisse poco al suo imperatore, e la leggenda non abbandonò il "papa mago" neanche negli ultimi tempi della sua vita; alla precisa domanda posta al Golem sulla sua morte: "Morirò prima di cantar messa a Gerusalemme?", quello avrebbe risposto negativamente. Allora Silvestro si disse che avrebbe potuto dormire sonni tranquilli, perché sarebbe dipeso solo da lui andare o meno in pellegrinaggio a Gerusalemme; ma si dà il caso che egli si recava spesso a celebrare la messa a Santa Croce in Gerusalemme. E fu così che il 12 maggio del 1003, giorno fatidico indicato dal Golem, Silvestro II fu colto da malore dopo la messa e capì che era la fine; il Golem aveva risposto giustamente.
Chiamò intorno a sé il clero e ordinò di disporre il suo cadavere su un carro trainato da buoi e di esser sepolto là dove il carro si fosse fermato; la sua volontà fu rispettata. Il carro con la bara si fermò nell'atrio della chiesa del Laterano, dove fu appunto sepolto. Nonostante tutta questa storia, è probabile che Silvestro II sia morto assassinato.
Ma non finiscono qui le leggende su di lui; si tramanda che dalla sua tomba, nell'imminenza della morte di un papa, fuoriuscisse una certa quantità d'acqua; all'approssimarsi della morte di un cardinale, il sarcofago s'inumidiva soltanto. Tutto questo finché nel 1684 il sepolcro venne aperto: il corpo di Silvestro fu trovato ancora intatto, vestito dei paramenti pontificali, le braccia incrociate sul petto e in capo la tiara. Fu la visione di un attimo; al contatto con l'aria tutto si ridusse in cenere e si sparsero all'intorno i profumi dell'imbalsamazione. Fu l'ultimo segno di magia.