155.

NICOLO' II

Gerardo di Borgogna
Papa dal 24.I.1059
al 27.VII.1061

Appena giunta a Roma la notizia della morte di Stefano IX, i nobili romani cercarono di riconquistare la loro autorità nell'elezione pontificia e, sotto la direzione di Gregorio di Tuscolo, fratello di Benedetto IX, tentarono il colpo. Fecero irruzione in Roma con un seguito di truppe e il 5 aprile del 1058 innalzarono al soglio pontificio il romano Giovanni, vescovo di Velletri, soprannominato dal popolo il Mincio, ovvero "minchione", chiaramente per la sua, diciamo, scarsa personalità. Pier Damiani, in qualità di vescovo di Ostia, avrebbe dovuto effettuare la consacrazione, ma si rifiutò di farlo; i nobili dettero allora l'incarico ad un sacerdote comune di Ostia e Giovanni fu consacrato papa con il nome di Benedetto X. Si trattava chiaramente di un'elezione e una consacrazione irregolare e infatti egli viene tuttora considerato un antipapa; tutti gli appartenenti al clero riformatore, con in testa Pier Damiani, non lo vollero riconoscere e furono costretti a fuggire da Roma, in attesa che Ildebrando di Soana tornasse dalla Germania e si unisse a loro per decidere una nuova candidatura.

Tutti i riformisti si riunirono a Siena e qui, il 18 aprile 1058, con l'appoggio di Goffredo di Toscana, elessero come candidato al trono pontificio il vescovo di Firenze Gerardo di Borgogna, nato a Chevron, nella Savoia, verso il 980; immediatamente fu inviata ad Augusta una delegazione all'imperatrice reggente Agnese, che confermò la scelta di Gerardo e incaricò Goffredo di scortare a Roma il neoeletto per l'incoronazione. La cosa non era semplice, perché la nobiltà romana teneva in pugno la situazione e il popolo stesso, per quanto non avesse in gran simpatia il Mincio, non appariva nello stesso tempo disposto a tollerare un papa voluto indirettamente dalla corte imperiale; occorreva agire con tatto e usare al limite le stesse armi del nemico, arrivando cioè anche a corrompere, se necessario. Gerardo fu dunque regolarmente eletto e assunse il nome di Niccolò II; egli convocò subito un concilio a Sutri nel quale Benedetto X fu deposto e scomunicato. A Roma nel frattempo Ildebrando, per mezzo del ricco Leone Baruch, figlio di un ebreo convertito, suo parente per parte materna, facendo circolare notevoli somme di denaro, riuscì a provocare un'insurrezione popolare alla quale si unì una parte della nobiltà; Benedetto X fu costretto alla fuga, sotto la protezione di Gherardo di Galeria. Finalmente Niccolò II poteva entrare in Roma accompagnato dal duca Goffredo ed essere consacrato in San Pietro il 24 gennaio del 1059. Tutti questi avvenimenti avevano mostrato ancora una volta come fosse urgente regolare il sistema dell'elezione pontificia per eliminare ogni irregolarità ed ingerenza esterna nel mondo ecclesiastico; i riformisti ne erano più che convinti. Per questo preciso scopo fu convocato un concilio in Laterano nell'aprile del 1059, a cui parteciparono 113 vescovi quasi esclusivamente italiani; in esso, rinnovata la condanna di Benedetto X, nonché la proibizione del concubinato dei preti e della simonia, fu finalmente proclamato un nuovo decreto per l'elezione del pontefice. Il tutto fu emanato da Niccolò II nella bolla In nomine Domini del 13 aprile del 1059 che dovrebbe essere, sia nella forma che nel contenuto, opera del cardinale Umberto, anche se non si può non riconoscere che abbia esercitato una forte influenza sulla sua pubblicazione Ildebrando di Soana.
In sostanza il decreto restringeva il corpo elettorale ai soli cardinali vescovi, mentre i cardinali non vescovi avrebbero potuto dare solo la loro adesione al neoeletto e il clero inferiore ed il popolo esclusivamente un consenso, che in ultima analisi non risultava più avere particolare importanza. II voto determinante risultava quello dei cardinali vescovi. Inoltre il decreto considerava l'eventualità che l'elezione potesse verificarsi anche fuori Roma, in qualsiasi altro luogo i cardinali vescovi lo ritenessero necessario, associandosi in tal caso anche un minor numero di chierici e laici. Ma sostanzialmente il popolo romano finiva per restare escluso e unico contentino riservato ai Romani era una sorta di diritto di preferenza nella scelta del candidato tra quanti "degni e capaci" fossero nati a Roma; diversamente la scelta andava fatta "nel personale della Chiesa intera". All'imperatore era stato assegnato l'ultimo posto nelle operazioni elettive; gli si riconosceva semplicemente un diritto generico di considerazione e di rispetto. Niccolò II comunicò a tutta la cristianità le disposizioni conciliari provvedendo a dare la massima diffusione alla sua bolla.

Prevedendo di dover condurre una battaglia all'ultimo sangue prima di tutto con l'imperatore e poi con i vari suoi vassalli, nonché con la nobiltà romana, gli uomini nuovi della Chiesa arrivarono all'ardita decisione di cambiare totalmente anche il corso della politica papale, finendo per riporre ogni speranza, contro la triplice minaccia incombente sulle decisioni del concilio Lateranense, nei Normanni. Ildebrando principalmente si era reso conto che questo popolo avrebbe prima o poi fondato nel meridione d'Italia una forte dinastia che, una volta riconosciuta dal papa a determinate condizioni, avrebbe procurato alla Chiesa un potente fedele difensore.
A questo scopo, Niccolò II si recò personalmente nell'Italia meridionale per stringere in forma solenne l'alleanza con i Normanni; a Melfi, dove nell'agosto del 1059 il papa tenne anche un concilio, si presentarono Riccardo di Aversa e Roberto il Guiscardo, i vincitori di Civitate. Essi ricevettero in feudo dalla Chiesa tutte le terre in pratica conquistate, ad eccezione di Benevento: a Roberto, con il titolo di duca, furono assegnate la Puglia e la Calabria; Riccardo fu riconosciuto principe di Capua. Da parte loro i Normanni prestarono giuramento di vassallaggio al pontefice e promisero solennemente di aiutare la Chiesa a conservare il proprio patrimonio, aiutando militarmente i papi eletti nella salvaguardia della loro dignità.

Come nota il Gregorovius, certamente "stupisce la baldanza del papa, che cedette province straniere a stranieri come se fossero sue e confermò loro perfino il possesso di terre ancora da conquistare". Una ipotesi valida la azzarda acutamente il Seppelt quando, nel ricercare "il fondamento giuridico su cui poggiava l'investitura", afferma che "lo si può scorgere solo nella donazione di Costantino, sulla cui autenticità allora non esistevano dubbi e che, con il suo rafforzamento per le falsificazioni dello Pseudo-Isidoro, era riuscita in quel tempo ad avere ancora considerazione". Insomma i riformisti, che tanto si battevano per la legalità e la purezza degli ideali, finivano per appoggiarsi anche loro ad istituzioni illegali e storicamente false.

Come prima conseguenza dell'alleanza di Melfi, i Normanni condussero a Roma il papa con un esercito, per stroncare le ultime velleità dei nobili romani, che seguitavano a riconoscere papa Benedetto X. Questi, assediato nel castello di Galeria, dovette immediatamente arrendersi; ebbe salva la vita e poté tornare a vivere in città, grazie alla garanzia data ai nobili romani, ma un concilio, su precise disposizioni d'Ildebrando, lo radiò dall'ordine sacerdotale confinandolo come prigioniero nella chiesa di Sant' Agnese; da lì più tardi lo stesso Gregorio VII lo avrebbe liberato, ormai impotente, riammettendolo nella comunità e accogliendolo in Santa Maria Maggiore.
Poco dopo aver concluso l'accordo con i Normanni, il papa pensò di assicurarsi anche l'appoggio nell'Italia settentrionale mediante l'alleanza con la Pataria, quel movimento popolare che da alcuni anni sotto il diacono Arialdo e il suddiacono Landolfo si era impegnato nell'opera riformatrice della Chiesa. Essi avevano aizzato il popolo minuto contro i preti coniugati e quella rivolta della "plebaglia cenciosa", che dava appunto nome al movimento, era giunta al saccheggio, aprendo spaccature in seno al clero che l'arcivescovo Guido non sembrava esser capace di sanare. Riuscirono a comporre la controversia i legati pontifici Pier Damiani e Anselmo vescovo di Lucca nel 1060; fu soprattutto il primo con un abile discorso tenuto nel duomo a rendersi padrone della situazione e costringere l'arcivescovo Guido e l'intero clero di Milano al giuramento di rinuncia alla simonia e al concubinato.

L'intervento ufficiale di Niccolò II a fianco della Pataria nell'opera riformatrice della Chiesa è un momento storico importante: "unendosi a questo movimento di massa, il papato compì un passo veramente rivoluzionario", come ha osservato Walter Ullmann. Esso ci fa riscoprire nella Chiesa gli originari impegni sociali della sua missione apostolica che riaffiorano appunto nel contatto con "i bassi strati laici e clericali schierati contro le potenti forze conservatrici concentrate nella nobiltà".

Per quanto riguarda i rapporti con la corte imperiale, il papa inviò come legato in Germania il cardinale Stefano per giustificare il comportamento di Roma nei confronti dei Normanni e di Milano, ma egli non fu neanche ricevuto dall'imperatrice. Alcuni vescovi tedeschi vicini alla corte, inoltre, dichiararono nulle le decisioni del papa e illegale il nuovo decreto di elezione pontificia, rifiutando la bolla di Niccolò II. Era un'aperta rivolta, che poteva preludere a uno scisma; ma prima ancora che potesse prendere dei provvedimenti, Niccolò II moriva a Firenze il 27 luglio del 1061; fu sepolto nella cattedrale di quella città.