155.NICOLO' II
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Appena giunta a Roma la notizia della morte di Stefano IX, i nobili romani cercarono di riconquistare la loro autorità nell'elezione pontificia e, sotto la direzione di Gregorio di Tuscolo, fratello di Benedetto IX, tentarono il colpo. Fecero irruzione in Roma con un seguito di truppe e il 5 aprile del 1058 innalzarono al soglio pontificio il romano Giovanni, vescovo di Velletri, soprannominato dal popolo il Mincio, ovvero "minchione", chiaramente per la sua, diciamo, scarsa personalità. Pier Damiani, in qualità di vescovo di Ostia, avrebbe dovuto effettuare la consacrazione, ma si rifiutò di farlo; i nobili dettero allora l'incarico ad un sacerdote comune di Ostia e Giovanni fu consacrato papa con il nome di Benedetto X. Si trattava chiaramente di un'elezione e una consacrazione irregolare e infatti egli viene tuttora considerato un antipapa; tutti gli appartenenti al clero riformatore, con in testa Pier Damiani, non lo vollero riconoscere e furono costretti a fuggire da Roma, in attesa che Ildebrando di Soana tornasse dalla Germania e si unisse a loro per decidere una nuova candidatura.
Tutti i riformisti si riunirono a Siena e qui, il 18 aprile 1058, con l'appoggio di Goffredo
di Toscana, elessero come candidato al trono pontificio il vescovo di Firenze Gerardo
di Borgogna, nato a Chevron, nella Savoia, verso il 980; immediatamente fu inviata ad Augusta
una delegazione all'imperatrice reggente Agnese, che confermò la scelta di Gerardo e incaricò
Goffredo di scortare a Roma il neoeletto per l'incoronazione. La cosa non era semplice,
perché la nobiltà romana teneva in pugno la situazione e il popolo stesso, per quanto
non avesse in gran simpatia il Mincio, non appariva nello stesso tempo disposto a tollerare
un papa voluto indirettamente dalla corte imperiale; occorreva agire con tatto e usare
al limite le stesse armi del nemico, arrivando cioè anche a corrompere, se necessario. Gerardo
fu dunque regolarmente eletto e assunse il nome di Niccolò II; egli convocò subito un concilio
a Sutri nel quale Benedetto X fu deposto e scomunicato. A Roma nel frattempo Ildebrando,
per mezzo del ricco Leone Baruch, figlio di un ebreo convertito, suo parente per parte materna,
facendo circolare notevoli somme di denaro, riuscì a provocare un'insurrezione popolare
alla quale si unì una parte della nobiltà; Benedetto X fu costretto alla fuga,
sotto la protezione di Gherardo di Galeria. Finalmente Niccolò II poteva entrare
in Roma accompagnato dal duca Goffredo ed essere consacrato in San Pietro il 24 gennaio del 1059.
Tutti questi avvenimenti avevano mostrato ancora una volta come fosse urgente regolare il
sistema dell'elezione pontificia per eliminare ogni irregolarità ed ingerenza esterna
nel mondo ecclesiastico; i riformisti ne erano più che convinti. Per questo preciso scopo
fu convocato un concilio in Laterano nell'aprile del 1059, a cui parteciparono 113 vescovi
quasi esclusivamente italiani; in esso, rinnovata la condanna di Benedetto X, nonché
la proibizione del concubinato dei preti e della simonia, fu finalmente proclamato
un nuovo decreto per l'elezione del pontefice. Il tutto fu emanato da Niccolò II
nella bolla In nomine Domini del 13 aprile del 1059 che dovrebbe essere, sia nella forma
che nel contenuto, opera del cardinale Umberto, anche se non si può non riconoscere
che abbia esercitato una forte influenza sulla sua pubblicazione Ildebrando di Soana.
Prevedendo di dover condurre una battaglia all'ultimo sangue prima di tutto con l'imperatore
e poi con i vari suoi vassalli, nonché con la nobiltà romana, gli uomini nuovi della Chiesa
arrivarono all'ardita decisione di cambiare totalmente anche il corso della politica papale,
finendo per riporre ogni speranza, contro la triplice minaccia incombente sulle decisioni
del concilio Lateranense, nei Normanni. Ildebrando principalmente si era reso conto
che questo popolo avrebbe prima o poi fondato nel meridione d'Italia una forte dinastia
che, una volta riconosciuta dal papa a determinate condizioni, avrebbe procurato
alla Chiesa un potente fedele difensore.
Come nota il Gregorovius, certamente "stupisce la baldanza del papa, che cedette province straniere a stranieri come se fossero sue e confermò loro perfino il possesso di terre ancora da conquistare". Una ipotesi valida la azzarda acutamente il Seppelt quando, nel ricercare "il fondamento giuridico su cui poggiava l'investitura", afferma che "lo si può scorgere solo nella donazione di Costantino, sulla cui autenticità allora non esistevano dubbi e che, con il suo rafforzamento per le falsificazioni dello Pseudo-Isidoro, era riuscita in quel tempo ad avere ancora considerazione". Insomma i riformisti, che tanto si battevano per la legalità e la purezza degli ideali, finivano per appoggiarsi anche loro ad istituzioni illegali e storicamente false. Come prima conseguenza dell'alleanza di Melfi, i Normanni condussero a Roma il papa con un esercito, per stroncare le ultime velleità dei nobili romani, che seguitavano a riconoscere papa Benedetto X. Questi, assediato nel castello di Galeria, dovette immediatamente arrendersi; ebbe salva la vita e poté tornare a vivere in città, grazie alla garanzia data ai nobili romani, ma un concilio, su precise disposizioni d'Ildebrando, lo radiò dall'ordine sacerdotale confinandolo come prigioniero nella chiesa di Sant' Agnese; da lì più tardi lo stesso Gregorio VII lo avrebbe liberato, ormai impotente, riammettendolo nella comunità e accogliendolo in Santa Maria Maggiore.
L'intervento ufficiale di Niccolò II a fianco della Pataria nell'opera riformatrice della Chiesa è un momento storico importante: "unendosi a questo movimento di massa, il papato compì un passo veramente rivoluzionario", come ha osservato Walter Ullmann. Esso ci fa riscoprire nella Chiesa gli originari impegni sociali della sua missione apostolica che riaffiorano appunto nel contatto con "i bassi strati laici e clericali schierati contro le potenti forze conservatrici concentrate nella nobiltà". Per quanto riguarda i rapporti con la corte imperiale, il papa inviò come legato in Germania il cardinale Stefano per giustificare il comportamento di Roma nei confronti dei Normanni e di Milano, ma egli non fu neanche ricevuto dall'imperatrice. Alcuni vescovi tedeschi vicini alla corte, inoltre, dichiararono nulle le decisioni del papa e illegale il nuovo decreto di elezione pontificia, rifiutando la bolla di Niccolò II. Era un'aperta rivolta, che poteva preludere a uno scisma; ma prima ancora che potesse prendere dei provvedimenti, Niccolò II moriva a Firenze il 27 luglio del 1061; fu sepolto nella cattedrale di quella città. |