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FABIANO, santoRomano
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Era un uomo qualunque e un giorno di gennaio del 236 tornava dalla campagna verso Roma proprio mentre
la comunità cristiana era riunita per scegliere il nuovo papa e l’incertezza era grande. Ma ecco che,
come racconta Eusebio, improvvisamente una colomba a mo’ di Spirito Santo va a posarsi sul capo di Fabiano.
Non si discute: è stato scelto da Dio stesso e quindi viene eletto papa. La sua consacrazione, secondo l’Annuario pontificio, è dellO gennaio del 236.
Una volta asceso alla cattedra di Pietro, Fabiano comunque si rivelò un valido amministratore e costituì in particolare i quadri della Roma cristiana. Divise infatti la città in sette diaconie, ovvero rioni, preponendo a ciascuna di esse un diacono con l’incarico di sorvegliare e amministrare ospedali, ricoveri e cappelle già costruìte o da fondare, e ognuno era in collegamento con i preti che avevano un titulus. Era in pratica una messa a punto di quanto già a suo tempo aveva stabilito papa Evaristo. Da allora a Roma si cominciò a distinguere chi aveva appunto un titulus stabile da quanti avevano solo incarichi temporanei: i primi furono chiamati «incardinati» e più tardi «cardinali». Costituìvano il primo consiglio pontificio, un Sacro Collegio in embrione. Parte del pontificato di Fabiano si svolse sotto l’imperatore Filippo l’Arabo (244-249), considerato da S. Girolamo il primo imperatore cristiano: il vescovo di Antiochia, Babila, gli avrebbe addirittura imposto una penitenza pubblica per consentirgli l’ingresso in chiesa. Fu insomma un periodo di serenità, ma a detta di S. Cipriano quest’epoca di tranquillità influì negativamente per un certo rilassamento dei costumi. «Tutti erano intenti a far incetta di beni; e dimentichi di ciò che avevano fatto i cristiani al tempo degli apostoli, e di ciò che essi dovevano appunto fare, ardevano di un insaziabile desiderio di ricchezza, e pensavano solo ad ammassarne. Era morta nei sacerdoti la pietà religiosa, nei ministri del culto la fedeltà e l’integrità; non più carità nella vita dei cristiani, non più disciplina nei costumi; gli uomini si pettinavano la barba, le donne si imbellettavano il viso, si truccavano gli occhi, avevano cura delle proprie mani e si tingevano i capelli. Usavano sottigliezze e artifizi per ingannare i semplici; sorprendevano i fratelli con infedeltà e furbizie. Si sposavano con i pagani, prostituendo il loro corpo cristiano. Giuravano senza motivo e spergiuravano anche. Disprezzavano con orgoglio i prelati; s’ingiuriavano, si odiavano a morte. Disprezzavano la semplicità raccomandata dalla fede, attratti da tutto ciò che è vanità; rinunziavano al mondo a parole, ma non coi fatti; e ciascuno amava a tal punto se stesso che non si faceva amare da nessuno». Ed ecco che, quasi come una punizione divina, avranno pensato i puri di cuore di allora (e S. Cipriano era tra questi), arrivò l’ennesima persecuzione; e fu tremenda. A volerIa fu il nuovo imperatore Decio (249-251). Egli era convinto che i cristiani fossero individui politicamente pericolosi, perché erano riusciti ad infiltrarsi anche ai vertici del potere: emanò allora un editto che imponeva ad ogni suddito di presentarsi a una commissione di cinque membri e offrire un sacrificio agli dei per provare l’adesione al culto dello Stato. Avrebbe ricevuto un certificato detto libellus. Ribellarsi all’editto equivaleva affrontare torture, confische di beni, prigionia e in alcuni casi la condanna a morte. La reazione dei cristiani fu un po’ una logica conseguenza di quel costume di vita che era subentrato a quei tempi secondo le indicazioni dateci da Cipriano. Numerose furono le defezioni con veri e propri casi di apostasia. Alcuni, per evitare le pene, caddero nel sacrilegio; i cosiddetti lapsi, ovvero quelli «caduti» nell’idolatria. Peraltro i ricchi ricorsero ad un espediente vigliacco: riuscirono a comprare dalle autorità i libelli e si misero in regola con l’editto, ma probabilmente non con la coscienza. Furono chiamati «libellatici». Si ebbero anche molti martiri; erano stati principalmente presi di mira i vescovi, proprio per colpire il cristianesimo ai suoi vertici. Furono uccisi quelli di Gerusalemme e di Antiochia, Alessandro e Babila; Cipriano riusci a salvarsi, nascondendosi vicino Cartagine, pur restando in contatto con la sua comunità. A Roma papa Fabiano fu condannato a morte il 20 gennaio del 250 e sepolto nella cripta papale del cimitero di S. Callisto. (da C. Rendina) Festa il 20 gennaio
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