21.

CORNELIO, santo

Romano
Papa dal 251 al 253

La persecuzione di Decio impedì che alla morte di Fabiano fosse possibile eleggere un successore. «Il tiranno», come scriveva Cipriano, «dichiarava che avrebbe gradito più la notizia della comparsa di un rivale a contendergli l’impero che quella dell’elezione di un nuovo vescovo di Roma.» La «sede vacante» dura più di un anno e in questo periodo guidano la Chiesa di Roma presbiteri e diaconi. Sorgono numerose polemiche, specialmente nei confronti di Cipriano, vescovo di Cartagine, che si era nascosto per evitare la persecuzione di Decio: gli è particolarmente ostile Novato che raggiunge Roma per premere su questa Chiesa affinché Cipriano sia considerato un vero e proprio traditore. La comunità romana è piuttosto agitata, risente della mancanza di un capo; Novato trova un alleato in Novaziano, un gentile convertito al cristianesimo e fattosi prete nonostante professasse la filosofia stoica. Insieme tentano di guadagnare alla loro causa i Romani più sprovveduti; ma Novaziano ha una brutta fama. Durante la persecuzione di Decio, chiamato a porgere aiuto ai difensori della fede, aveva negato addirittura di essere un prete; si diceva che avesse provocato un aborto alla moglie con un calcio in pancia. Improvvisamente muore Decio; è il marzo del 251. Novaziano pone sfrontatamente la sua candidatura alla sede episcopale di Roma; il colpo non gli riesce. È eletto un alto membro dell’aristocrazia romana, Cornelio, elemento piuttosto moderato, decisamente opposto al rigorismo di cui si facevano promotori apparentemente Novaziano e Novato. Novaziano non si dette per vinto e, secondo quanto racconta Eusebio, scelse due del suo gruppo «che erano veramente anime perdute, e li spedì in una piccola e oscura località italiana, perché facessero venire di lì tre vescovi incolti e semplici. Raggirandoli con un’argomentazione capziosa, gli raccomandò di arrivare prima possibile a Roma, perché con la loro mediazione e l’aiuto anche di altri vescovi si sarebbe messa la parola fine ai contrasti sorti. Questi semplicioni, una volta arrivati, inesperti della furbizia di quel ribaldo, furono chiusi da lui sotto chiave con gente della sua risma già istruita sul da farsi; alle dieci di sera, ormai ubriachi e incapaci d’intendere e di volere, li costrinse a dargli l’episcopato con un simulacro d’imposizione delle mani». Insomma Novaziano con una losca azione banditesca si autonominò papa: era in pratica un antipapa. Una volta avuta questa qualifica, Novaziano traffica per tirare dalla sua i vescovi che contano, non essendogli sufficiente la firma di tre ubriachi e lo fa sulla base di una precisa impostazione «dottrinale» e di accuse nei confronti di papa Comelio, dichiarando che era stato apostata durante la persecuzione di Decio. Spedisce lettere in tal senso alle Chiese d’Oriente, ma solo Fabiano di Antiochia dà ascolto alle sue ennesime calunnie; Dionisio, vescovo di Alessandria, gli ingiunge di rinunciare alla carica per il bene della Chiesa; Cipriano rifiuta addirittura di ricevere i suoi ambasciatori.Ciononostante si contano seguaci di Novaziano in Italia, Africa, Asia e Gallia; sulle indicazioni dell’antipapa, essi si oppongono alla riammissione in seno alla Chiesa dei Lapsi, sia pure dopo un’aperta dichiarazione di pentimento, come aveva deciso di fare Cipriano per la Chiesa di Cartagine. Si fanno promotori di un puritanesimo ante fitte­ram che diventa evidentemente una scusa per portare avanti una causa forse perduta in partenza. I novaziani, dichiarandosi i soli puri inter­preti del messaggio evangelico, danno l’idea di arrampicarsi un po’ sugli specchi; eppure ci sono i presupposti di uno scisma, per cui s’impone un concilio. Comelio lo convoca a Roma: vi partecipano sessanta vescovi che condannano Novaziano e la sua dottrina; peraltro viene approvato l’operato di Cipriano a Cartagine nei confronti dei Lapsi, tanto che anche la Chiesa di Roma si comporta allo stesso modo. La condanna è trasmessa a tutte le Chiese, ma nonostante ciò il puritanesimo di Novaziano è destinato a lasciare il segno specialmente in Africa, dove forse l’antipapa morì vittima delle persecuzioni.

Nel 252 Comelio, per ordine del nuovo imperatore Treboniano Gallo, è esiliato a Civitavecchia ove muore nel giugno dell’anno dopo, ma probabilmente senza subire il martirio. Diversamente non avrebbe senso quanto Cipriano disse di lui a mo’ di epitaffio: «Non è da annoverare tra i confessori e i martiri più illustri colui che si vide così lungamente esposto al furore dei ministri di un barbaro tiranno? Uno che era continuamente in pericolo di essere decapitato, arso, crocifisso, straziato con torture crudeli e inaudite? Uno che si opponeva a leggi formidabili e che in virtù della fede disprezzava i supplizi di cui era minacciato? Anche se Dio lo salvò, egli diede ugualmente prove di amore e di fedeltà, disposto a soffrire qualsiasi tormento e a, trionfare sul suo tiranno in nome della fede".

Il suo corpo fu trasportato a Roma solo trent’anni dopo la morte nel 283, e sepolto dalla matrona Lucina in una cripta di sua proprietà vicino al cimitero di S. Callisto.

(da C. Rendina)