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CORNELIO, santoRomano
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La persecuzione di Decio impedì che alla morte di Fabiano fosse possibile eleggere un
successore. «Il tiranno», come scriveva Cipriano, «dichiarava che avrebbe gradito più
la notizia della comparsa di un rivale a contendergli l’impero che quella dell’elezione
di un nuovo vescovo di Roma.»
La «sede vacante» dura più di un anno e in questo periodo guidano la Chiesa di Roma
presbiteri e diaconi. Sorgono numerose polemiche, specialmente nei confronti di Cipriano,
vescovo di Cartagine, che si era nascosto per evitare la persecuzione di Decio: gli è
particolarmente ostile Novato che raggiunge Roma per premere su questa Chiesa affinché
Cipriano sia considerato un vero e proprio traditore. La comunità romana è piuttosto agitata,
risente della mancanza di un capo; Novato trova un alleato in Novaziano, un gentile
convertito al cristianesimo e fattosi prete nonostante professasse la filosofia stoica.
Insieme tentano di guadagnare alla loro causa i Romani più sprovveduti; ma Novaziano
ha una brutta fama. Durante la persecuzione di Decio, chiamato a porgere aiuto ai difensori
della fede, aveva negato addirittura di essere un prete; si diceva che avesse provocato
un aborto alla moglie con un calcio in pancia.
Improvvisamente muore Decio; è il marzo del 251. Novaziano pone sfrontatamente la
sua candidatura alla sede episcopale di Roma; il colpo non gli riesce. È eletto un
alto membro dell’aristocrazia romana, Cornelio, elemento piuttosto moderato,
decisamente opposto al rigorismo di cui si facevano promotori apparentemente
Novaziano e Novato.
Novaziano non si dette per vinto e, secondo quanto racconta Eusebio, scelse due
del suo gruppo «che erano veramente anime perdute, e li spedì in una piccola
e oscura località italiana, perché facessero venire di lì tre vescovi incolti e semplici.
Raggirandoli con un’argomentazione capziosa, gli raccomandò di arrivare prima
possibile a Roma, perché con la loro mediazione e l’aiuto anche di altri vescovi
si sarebbe messa la parola fine ai contrasti sorti. Questi semplicioni, una volta
arrivati, inesperti della furbizia di quel ribaldo, furono chiusi da lui sotto
chiave con gente della sua risma già istruita sul da farsi; alle dieci di sera,
ormai ubriachi e incapaci d’intendere e di volere, li costrinse a dargli l’episcopato
con un simulacro d’imposizione delle mani».
Insomma Novaziano con una losca azione banditesca si autonominò papa: era in pratica
un antipapa. Una volta avuta questa qualifica, Novaziano traffica per tirare
dalla sua i vescovi che contano, non essendogli sufficiente la firma di tre ubriachi
e lo fa sulla base di una precisa impostazione «dottrinale» e di accuse nei confronti
di papa Comelio, dichiarando che era stato apostata durante la persecuzione di Decio.
Spedisce lettere in tal senso alle Chiese d’Oriente, ma solo Fabiano di Antiochia
dà ascolto alle sue ennesime calunnie; Dionisio, vescovo di Alessandria, gli
ingiunge di rinunciare alla carica per il bene della Chiesa; Cipriano rifiuta addirittura
di ricevere i suoi ambasciatori.Ciononostante si contano seguaci di Novaziano in Italia,
Africa, Asia e Gallia; sulle indicazioni dell’antipapa, essi si oppongono alla riammissione
in seno alla Chiesa dei Lapsi, sia pure dopo un’aperta dichiarazione di pentimento,
come aveva deciso di fare Cipriano per la Chiesa di Cartagine. Si fanno promotori di un
puritanesimo ante fitteram che diventa evidentemente una scusa per portare avanti una
causa forse perduta in partenza. I novaziani, dichiarandosi i soli puri interpreti del
messaggio evangelico, danno l’idea di arrampicarsi un po’ sugli specchi; eppure ci sono
i presupposti di uno scisma, per cui s’impone un concilio. Comelio lo convoca a Roma:
vi partecipano sessanta vescovi che condannano Novaziano e la sua dottrina; peraltro viene
approvato l’operato di Cipriano a Cartagine nei confronti dei Lapsi, tanto che
anche la Chiesa di Roma si comporta allo stesso modo. La condanna è trasmessa a
tutte le Chiese, ma nonostante ciò il puritanesimo
di Novaziano è destinato a lasciare il segno specialmente in Africa, dove forse
l’antipapa morì vittima delle persecuzioni.
Nel 252 Comelio, per ordine del nuovo imperatore Treboniano Gallo, è esiliato a Civitavecchia ove muore nel giugno dell’anno dopo, ma probabilmente senza subire il martirio. Diversamente non avrebbe senso quanto Cipriano disse di lui a mo’ di epitaffio: «Non è da annoverare tra i confessori e i martiri più illustri colui che si vide così lungamente esposto al furore dei ministri di un barbaro tiranno? Uno che era continuamente in pericolo di essere decapitato, arso, crocifisso, straziato con torture crudeli e inaudite? Uno che si opponeva a leggi formidabili e che in virtù della fede disprezzava i supplizi di cui era minacciato? Anche se Dio lo salvò, egli diede ugualmente prove di amore e di fedeltà, disposto a soffrire qualsiasi tormento e a, trionfare sul suo tiranno in nome della fede". Il suo corpo fu trasportato a Roma solo trent’anni dopo la morte nel 283, e sepolto dalla matrona Lucina in una cripta di sua proprietà vicino al cimitero di S. Callisto. (da C. Rendina) |