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Dionigi o Dionisio, santodi Turi
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E' di origine greca ed è già prete con Sisto II, il papa morto al tempo della persecuzione
di Valeriano, l'imperatore che ha confiscato pure i luoghi di culto cristiani. Eletto dopo due
anni di sede vacante, Dionigi trova una situazione mutata. Valeriano è morto in prigionia (nel 260) nella
guerra contro i Persiani di re Sàpore; ora regna suo figlio Gallieno, in un Impero minacciato da tutte le
parti, che ha bisogno innanzitutto di concordia interna. Così, abbandonando la politica del
padre, Gallieno restituisce ai cristiani gli edifici confiscati e apre per loro un periodo
di tranquillità.
Dionigi si preoccupa che siano riscattati molti cristiani fatti prigionieri e vengano
ricostruite le numerose chiese andate perdute. Ma soprattutto deve dedicarsi a un altro
compito: portare la
serenità e la pace tra i cristiani. È un tempo di vivaci contrasti sulla dottrina; ci si
intende ancora poco, e anche i problemi espressivi, di lingua, a volte accentuano i dissensi,
specialmente nelle Chiese d'Oriente.
Più "mondana" la figura di un altro teorico della Trinità, il vescovo di Antiochia
Paolo di Samosata, intrigante e legato alla regina di Palmira, Zenobia, che gli aveva
anche affidato la direzione degli affari di Stato, come governatore della città.
A quanto pare, come contropartita, per soddisfare le velleità "teologiche" della regina,
si fece promulgatore dell'idea di un Cristo divenuto Dio progressivamente e per adozione.
Tra il 264 e il 268 ad Antiochia ci furono tre concili tendenti a dichiarare eretico Paolo,
che con grande abilità riuscì però sempre a discolparsi, finché il dotto sacerdote Malchione,
maestro di retorica, smascherò il suo comportamento non proprio episcopale.
Paolo fu scomunicato, deposto e sostituito da Domno, figlio del vescovo Demetriano,
predecessore di Paolo. La sentenza fu comunicata a Roma, quando Dionisio era già morto,
e fu accolta e approvata dal suo successore Felice I; ma Paolo in realtà non abbandonò
il palazzo vescovile, ben difeso dalla regina Zenobia. Si occupò della cosa due anni dopo
l'imperatore Aureliano, primo capo di Stato romano a interessarsi di questioni
amministrative riguardanti la Chiesa: in guerra con Zenobia per la riconquista di quel
regno perduto da Valeriano, espugnò Antiochia e occupò la casa del vescovo, destinandola
a colui con il quale "i vescovi d'Italia e di Roma fossero in relazione". Due segnali si ricevono dal pontificato di Dionigi. Il primo riguarda la Chiesa di Roma: è ad essa che ci si comincia a rivolgere per avere chiarezza sugli argomenti di fede. Inoltre, Dionigi personalmente esercita un'opera efficace di orientamento, anche per lo spirito fraterno dei suoi interventi, per il suo attento rispetto alla persona. Potremmo parlare, qui, di un magistero "elegante". Roma, poi, si dedica con Dionigi anche all'opera di soccorso - per quanto è possibile all'epoca - alle comunità cristiane in disagio. Di lui si ricordano gli aiuti fatti giungere alle Chiese di Cappadocia (in Asia Minore) dopo una devastante invasione persiana. In quell'occasione, Dionigi rivolge parole di pace e di riconciliazione a Chiese e pastori del territorio, che sono stati in contrasto con Roma per la questione trinitaria. La data della sua morte è incerta, ma sembra più probabile l'anno 268. Il suo corpo è stato sepolto nella cripta del cimitero di San Callisto a Roma. Viene festeggiato in concomitanza con Santo Stefano il 26 dicembre. (da C. Rendina e D. Agasso). |