16.

CALLISTO I, santo

Romano
Papa dal 217 al 222

Callisto, romano, era della regione della città chiamata Ravennatio, cioè Trastevere. Schiavo di Aurelio Carpoforo, un familiare dell'imperatore Commodo regnante dal 180 al 192, Callisto ebbe la fortuna che questo suo padrone era cristiano e quindi, proprio in nome del Vangelo, lo rese libero, educandolo alla sua religione.
Carpoforo ebbe a cuore il futuro di Callisto e così gli dette anche un capitale perché potesse aprirsi un negozio di cambiavalute presso la «piscina pubblica», cioè là dove Caracalla costruì poi le terme.
Ma Callisto prese una brutta strada e sperperò il denaro; probabilmente arrivò anche a sottrarne al suo ex padrone, se un giorno scappò in gran fretta da Roma diretto a Porto per prendere il largo sulla prima nave che capitasse. Carpoforo lo raggiunse e il ladruncolo, che aveva cercato la fuga (o la morte?) gettandosi in acqua, fu ripreso per i capelli da due barcaioli; e così Carpoforo lo riportò a Roma e lo ridusse di nuovo in schiavitù, imponendogli di lavorare alla macina, intenzionato a lasciarcelo fino al risarcimento del denaro sottratto.
Ma Carpoforo doveva essere proprio un sant'uomo, e Callisto un gran fortunato e un simpaticone, come lo sono tanti imbroglioni, perché numerose furono le persone della comunità che perorarono la sua causa e alla fine Carpoforo cedette. Non solo lo rese di nuovo libero ma rinunciò a qualsiasi credito nei suoi confronti. '
Così Callisto ebbe modo di rientrare nel giro, con un innato fiuto per gli affari, e certo la sua attività «bancaria» lo portò al prestito ad usura; per sua sventura ebbe a che fare con gli ebrei e un giorno, alla ricerca di un creditore, lo andò a scovare di sabato nella sinagoga, intento alle sue cerimonie. La cosa gli fu fatale e per dare un addio ai soldi che doveva riavere e per finire in prigione. Infatti gli ebrei presentarono denuncia contro di lui al prefetto Fusciano per aver disturbato una cerimonia religiosa: fu fatto flagellare e condannato ai lavori forzati nelle miniere della Sardegna; questo accadeva sotto il pontificato di Eleuterio.
Poi venne il papa Vittore I e soprattutto Marcia, amante e quindi moglie di Commodo; dagli intrighi cortigiani sbucò fuori, indirettamente, la salvezza per Callisto. Il suo nome non era incluso nella lista dei cristiani che avevano ottenuto la grazia e che era stata affidata al presbitero Giacinto perché fosse presentata al procuratore della Sardegna: a quanto pare Vittore I era contrario, non lo riteneva un tipo raccomandabile. E quando se lo vide tornare ugualmente a Roma, in virtù certo dei suoi raggiri, lo spedì ad Anzio con un incarico di non particolare importanza, pur di toglierselo di torno.
Da Anzio lo recuperò papa Zefirino nel 199, proprio perché infine Callisto doveva aver messo la testa a partito e si era distinto in incarichi amministrativi: Zefirino si fidò ciecamente di lui. E così Callisto, come segretario del pontefice, poté spaziare dal campo strettamente amministrativo e divenire anche il suggeritore di delicate questioni, come quella relativa alle eresie.

Si scontrò con il grande prete e scrittore Ippolito, difensore del rigorismo dogmatico e aspirante a posizioni di prestigio nella Chiesa di Roma. Si detestavano.
Quando nel 217 Callisto fu eletto papa, Ippolito non accettò la sconfitta ormai definitiva delle sue ambizioni; si riunì con i propri seguaci, alcuni degli episcopi delle sedi vicine a Roma, e dette vita a una comunità a parte nella quale egli si dichiarava «successore degli apostoli e partecipe della medesima grazia del supremo sacerdozio e magistero». Era il primo scisma nella storia della Chiesa di Roma; Ippolito diventava un antipapa, il primo riconosciuto poi nell'Annuario pontificio, e tale «carica» Ippolito tenne fino alla morte avvenuta nel 235, sotto i pontificati di Callisto, Urbano e Ponziano.
Con Callisto fu guerra aperta sul piano della disciplina ecclesiastica. Ippolito accusò il suo avversario di aver consacrato vescovi dei diaconi o sacerdoti già passati a seconde e terze nozze, di aver permesso ad alcuni vescovi di sposarsi, e di essere stato in generale molto permissivo con gli adulteri e le prostitute che avessero fatto pubblica penitenza. In questa accusa Ippolito trovò un associato nella persona di Tertulliano, già grande apologista, ma divenuto eretico montanista, che così si scagliò contro Callisto nel suo De pudicitia: «Il pontefice massimo, il vescovo dei vescovi, perdona gli adulteri e i fornicatori. E dove si affiggerà questo editto così liberale? Sulle porte dei postriboli, dove vivono le prostitute? Ma no! Lo si esporrà in Chiesa, la vergine sposa del Cristo!».
Callisto in realtà con il suo comportamento dimostrava di allontanarsi da un'esagerata mentalità rigorista, interpretando lo spirito più puro del cristianesimo, con un passo avanti nel progresso sociale. Bisogna dargliene atto e riconoscere che Ippolito invece, trascinato da un odio personale, finiva per tradire certe aspettative di avanguardia spirituale che inizialmente sembravano più consone alla sua sfida all'autorità. Il destino riservò ad ambedue il martirio. Callisto fu vittima di una sommossa popolare in reazione al comportamento di aperta benevolenza verso i cristiani mostrato da Eliogabalo in tutto il suo impero (217-222): aveva espresso addirittura il desiderio di accogliere nel tempio del Sole, da lui eretto sul Palatino, anche il culto di Cristo.
L'imperatore finì per essere odiato: fu ucciso insieme a sua madre Giulia Soemia e i loro corpi furono gettati nel Tevere. Era il 222; il nuovo imperatore Alessandro Severo non fu in grado di controllare ovvero non volle frenare la furia popolare che si tramutò in caccia ai cristiani. Callisto fu preso insieme a due sacerdoti, Calepodio e Asclepiade, subito uccisi; i loro cadaveri vennero trascinati per le vie di Roma. Callisto fu invece gettato dalla finestra della sua casa in un pozzo e poi lapidato; quel pozzo si conserva ancora nel giardino dell'ex convento di S. Callisto annesso all'omonima chiesa, a fianco a quella basilica di S. Maria in Trastevere che la tradizione vorrebbe costruita proprio da Callisto. Non fu sepolto nella «Cripta dei papi» che aveva predisposto nel cimitero che da lui prese il nome, ma in quello di Calepodio sulla via Aurelia.

La fine di Ippolito invece è per tradizione legata a papa Ponziano con lui esiliato in Sardegna e vittima dell'insalubrità dell'aria e delle molte privazioni, ovvero uniti e riappacificati nel martirio così che poi i loro corpi furono trasportati a Roma e sepolti con gli stessi onori.

Ippolito fu sepolto nel cimitero vicino alla via Tiburtina che da lui prese il nome: tra le rovine di quel cimitero nel 1551 fu ritrovata una statua priva delle mani e della testa che dovrebbe rappresentarlo, come conferma il catalogo delle opere a lui attribuite scolpito su un lato della statua.