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CALLISTO I, santoRomano
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Callisto, romano, era della regione della città chiamata Ravennatio, cioè Trastevere.
Schiavo di Aurelio Carpoforo, un familiare dell'imperatore Commodo regnante dal 180 al 192,
Callisto ebbe la fortuna che questo suo padrone era cristiano e quindi, proprio in nome
del Vangelo, lo rese libero, educandolo alla sua religione.
Carpoforo ebbe a cuore il futuro di Callisto e così gli dette anche un capitale perché potesse aprirsi un negozio di cambiavalute presso la «piscina pubblica», cioè là dove Caracalla costruì poi le terme. Ma Callisto prese una brutta strada e sperperò il denaro; probabilmente arrivò anche a sottrarne al suo ex padrone, se un giorno scappò in gran fretta da Roma diretto a Porto per prendere il largo sulla prima nave che capitasse. Carpoforo lo raggiunse e il ladruncolo, che aveva cercato la fuga (o la morte?) gettandosi in acqua, fu ripreso per i capelli da due barcaioli; e così Carpoforo lo riportò a Roma e lo ridusse di nuovo in schiavitù, imponendogli di lavorare alla macina, intenzionato a lasciarcelo fino al risarcimento del denaro sottratto. Ma Carpoforo doveva essere proprio un sant'uomo, e Callisto un gran fortunato e un simpaticone, come lo sono tanti imbroglioni, perché numerose furono le persone della comunità che perorarono la sua causa e alla fine Carpoforo cedette. Non solo lo rese di nuovo libero ma rinunciò a qualsiasi credito nei suoi confronti. ' Così Callisto ebbe modo di rientrare nel giro, con un innato fiuto per gli affari, e certo la sua attività «bancaria» lo portò al prestito ad usura; per sua sventura ebbe a che fare con gli ebrei e un giorno, alla ricerca di un creditore, lo andò a scovare di sabato nella sinagoga, intento alle sue cerimonie. La cosa gli fu fatale e per dare un addio ai soldi che doveva riavere e per finire in prigione. Infatti gli ebrei presentarono denuncia contro di lui al prefetto Fusciano per aver disturbato una cerimonia religiosa: fu fatto flagellare e condannato ai lavori forzati nelle miniere della Sardegna; questo accadeva sotto il pontificato di Eleuterio. Poi venne il papa Vittore I e soprattutto Marcia, amante e quindi moglie di Commodo; dagli intrighi cortigiani sbucò fuori, indirettamente, la salvezza per Callisto. Il suo nome non era incluso nella lista dei cristiani che avevano ottenuto la grazia e che era stata affidata al presbitero Giacinto perché fosse presentata al procuratore della Sardegna: a quanto pare Vittore I era contrario, non lo riteneva un tipo raccomandabile. E quando se lo vide tornare ugualmente a Roma, in virtù certo dei suoi raggiri, lo spedì ad Anzio con un incarico di non particolare importanza, pur di toglierselo di torno. Da Anzio lo recuperò papa Zefirino nel 199, proprio perché infine Callisto doveva aver messo la testa a partito e si era distinto in incarichi amministrativi: Zefirino si fidò ciecamente di lui. E così Callisto, come segretario del pontefice, poté spaziare dal campo strettamente amministrativo e divenire anche il suggeritore di delicate questioni, come quella relativa alle eresie. Si scontrò con il grande prete
e scrittore Ippolito, difensore del rigorismo dogmatico e aspirante a posizioni di
prestigio nella Chiesa di Roma. Si detestavano.
La fine di Ippolito invece è per tradizione legata a papa Ponziano con lui esiliato in Sardegna e vittima dell'insalubrità dell'aria e delle molte privazioni, ovvero uniti e riappacificati nel martirio così che poi i loro corpi furono trasportati a Roma e sepolti con gli stessi onori. Ippolito fu sepolto nel cimitero vicino alla via Tiburtina che da lui prese il nome: tra le rovine di quel cimitero nel 1551 fu ritrovata una statua priva delle mani e della testa che dovrebbe rappresentarlo, come conferma il catalogo delle opere a lui attribuite scolpito su un lato della statua. |