S. Cesareo de Appia
Rione S. Saba, via di Porta S. Sebastiano

La chiesa di S. Cesareo de Appia confina con la Casina del cardinal Bessarione, lungo l'antico tratto urbano della via Appia. Scavi condotti a partire dal 1936 hanno messo in luce due ambienti rettangolari contigui di età romana. L'elemento più interessante di quanto sopravvive di età romana è il pavimento musivo frammentario, di soggetto marino, a tessere bianche e nere (sec. II d. C.).
Intorno all'VIII secolo si impiantò sul primo ambiente un'aula di culto cristiano, costituita da un'unica ampia sala con due absidiole. Il livello del pavimento fu innalzato di circa un metro e mezzo, mentre alle pareti romane furono addossati quattro spessi pilastri per parte.
In un momento successivo (ma sempre in età altomedioevale) la chiesa primitiva fu ingrandita. Le absidiole furono demolite e fu impostata un'unica abside. Il pavimento fu innalzato di altri 40 centimetri e le mura dell'VIII secolo furono abbattute e ricostruite.
Nel corso di questo secondo intervento, la chiesa fu dotata di piccole finestre strombate con ghiera in laterizio (ancora in parte visibili) e di un nartece, del quale si riconosce l'andamento della copertura nel percorso obliquo della cornice a mensole e denti di sega sulla spalla sinistra e di cui sopravvivono le spalle ai fianchi dell'ingresso alla chiesa; forse le due colonne di granito grigio che ora incorniciano il portale dividevano in tre sezioni l'apertura del nartece.
Verso il 1300 era già abbandonata ed in parziale rovina, tant'è che nel 1302 Bonifacio VIII (1294-1303) assegnò la chiesa ai Crociferi affinché la restaurassero e la dotassero di ospedale con trenta letti. È probabile che risalgano a questi anni le nuove, più ampie, finestre, tamponate da successivi restauri ma visibili all'esterno sul fianco sinistro.
Ai Crociferi subentrarono le monache benedettine, allontanate poi nel 1439 da Eugenio IV, quando la Chiesa venne accorpata amministrativamente alla vicina Chiesa di S. Sisto.

Bisognerà attendere il pontificato di Clemente VIII (1592-1605) perché venisse effettuato un generale ripristino ad opera del cardinale Cesare Baronio, il dottissimo studioso dei primi secoli della chiesa, titolare della vicina chiesa dei Ss. Nereo e Achilleo: il quale incaricò il Cavalier d'Arpino di effettuare tutti i lavori necessari, seguendoli assai da vicino - la chiesa fu consolidata, sopraelevata, coperta di un soffitto a cassettoni e dotata di archi ciechi sulle pareti - lavori terminati nel 1603.

La chiesa al suo interno manifesta infatti un chiaro stile tardomanierista, di cui sono espressione gli affreschi del d'Arpino e i mosaici absidali eseguiti su suoi cartoni, sicché verrebbe da chiedersi per quale motivo la chiesa sia stata inserita tra quelle medievali di Roma. Ma l'apparenza a questo ambito classificatorio è giustificata dalla presenza di una serie di splendidi arredi cosmateschi che peraltro non sono pertinenti alla chiesa ma provengono dalla basilica di S. Giovanni in Laterano che in quegli stessi anni in cui si effettuavano i lavori in S. Cesareo veniva rinnovata nel transetto. Il Cardinale Baronio, nello spirito di conservazione a fini storici e devozionali di tutte le possibili testimonianze della chiesa medievale, ne fece trasportare e adattare qui gli arredi che rischiavano altrimenti la dispersione. Il recinto presbiteriale, il pergamo, il paliotto d'altare, la cattedra e altri elementi, chiaramente inadeguati alle ridotte dimensioni dell'ambiente, tutte opere di finissima fattura, prevalentemente del XIII secolo, la cui qualità è meglio spiegata dalla loro provenienza dalla cattedrale di Roma.
L'altare maggiore è costruito con una porzione di un sontuoso paliotto cosmatesco, databile alla seconda metà del XIII secolo. L'elemento più pregevole dell'arredo della chiesa è l'ambone, composto di una decina di elementi eterogenei, databili al XIII secolo, tranne la nicchia quattrocentesca a conchiglia della fronte. Anche le transenne del presbiterio sono frutto dell'assemblaggio di pezzi di diversa origine: due grandi plutei con lastre di porfido (sul tipo di quelle di S. Saba), due fasce musive, due colonne tortili.

Si può scendere nel sotterraneo, che corrisponde al livello originario dell'aula romana, e che conserva uno stupendo pavimento musivo in bianco e nero, con scene marine, opera del II secolo d.C.

Nuovi e importanti restauri furono infine condotti nel 1936 dalla Soprintendenza ai Monumenti e dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.