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Questa nobilissima basilica nel secolo XIV dava il nome alla prima partita delle chiese di Roma. Sorge presso il palazzo dei Colonnesi, nella piazza che piglia il nome dalla suddetta chiesa. È stata da pochi anni decorosamente restaurata dal defunto parroco il p. Antonio Bonelli dei Minori Conventuali. Più nulla rimane dell' antica chiesa, la quale sorgeva ad un piano assai più profondo dell' attuale; infatti negli scavi eseguiti per costruire recentemente la sotterranea confessione si rinvennero alla profondità di parecchi metri dai livello della strada alcune basi di colonne ancora al posto della chiesa primitiva. Nella seconda metà del secolo VI il papa Pelagio la dedicò ai ss. Apostoli Filippo e Giacomo, come abbiamo dal libro pontificale, dal quale pure apprendiamo che quel papa, prevenuto dalla morte, non potè compiere l' opera che fu terminata dal suo successore Giovanni III. Le origini dell' edificio si vogliono anteriori a Pelagio, se a questo si attribuiscono le parole del libro pontificale nella biografia di Giulio I (a. 337‑340), ove si legge che edificò basilicam iuliam quae est regione VIII iuxta forum divi Traiani; parole le quali lasciano però qualche dubbio sul loro significato, poichè non si comprende perchè, più che dai santi Filippi e Giacomo, prendesse l' edificio il nome del papa. Infatti nell' epistilio della porta della basilica si leggeva quest' iscrizione:
L' antica basilica era a tre navi sostenute
da due file di colonne: vi si venerava una celebre imagine del Salvatore dipinta
da Melozzo da Forlì, che Clemente XI fece trasportare nella sala regia del Quirinale. Nella tribuna, secondo il rito più
antico, v' era il tabernacolo dell' eucaristia. Sull' altare
maggiore che sorgeva sopra la confessione s' alzava il tegurium o baldacchino sorretto da quattro colonne di
porfido: nella confessione vi erano deposti molti corpi di martiri provenienti
dal cimitero d' Aproniano sulla via latina. Nel corpo della chiesa vi erano
le cappelle di s. Angelo, della famiglia dei Giudicini; quella dei
Valentini, di s. Niccolò; una di s. Tommaso, dei Mancini;
di s. Caterina, dei Papazurri, di s. Eugenia, della famiglia
de' Portiis; di s. vincenzo, delli Foschi;
di s. Francesco, dei Colonnesi; quella del ss
o Crocifisso, degli Iancolini.
Dopo il 1660 le sue dodici cappelle erano
invece le seguenti: l' altar maggiore intitolato dagli Apostoli era dei
signori Riario di Bologna; la 2a
di s. Francesco, dei Colonnesi; la 3a di s. Tommaso Cantuariense, dei Mancini;
la 4a di s. Giovanni Evangelista e
di s. Sebastiano, dei Capogalli; la 5a di s. Antonio di Padova, di Stefano
Capotorti la 6a della Madonna della
Purificazione, dei signori Mandosii; la 7a
detta della Madonnina, del signor Camillo Martelli;
l' 8a di s. Bonaventura, dei
signori Zambeccari di Bologna; la 9a
di s. Michele Arcangelo si chiamava la
Immacolatella: a questa il cardinal Bessarione donò il casale della
Cecchignola per lascito testamentario fatto in Venezia nella chiesa
di s. Giorgio l' anno 1464 in giornio di venerdì
17 febbraio. A proposito della qual donazione in un documento
dell' archivio vaticano ho trovato la seguente nota: "Questo casale però è
andato nelle mani d' altri più potenti de' poveri frati, nè si sa il
modo." La 10a del ss
o Crocifisso, della signora Faustina Inquilina; l' 11a della Pietà, dei signori Muti; la 12a di s. Pietro martire, dei Tognino.
La parrocchia comprendeva nella sua
giurisdizione, in quegli anni, il palazzo dei signori Florenzi, quello dei
Pichi, della Molara e di monsignor Colonna, tutti nel rione de' Monti: nel
rione di Trevi possedeva il palazzo dei Bonelli e quello del principe di
Gallicano dove abitava il cardinal padrone. Più tardi la denominazione della
chiesa si estese a tutti gli Apostoli; perciò fino dal secolo XVI venne denominata comunemente Basilica
duodecim apostolorum con un oratorio speciale a s. Giacomo: s. Iacobi ibidem. Ma il nome di sancti
Apostoli dato alla chiesa si trova già nella cronaca di Benedetto del
Soratte. La storia più antica che se ne abbia è quella del Volaterrano,
il quale attribuisce con certezza alla medesima
chiesa origini costantiniane, opinione la quale non mi sembra accettabile.
Nel 1873 scavandosi, per ragione dei restauri anzidetti,
sotto l' altare si rinvenne un possetto con capsella contenente reliquie
dei due ss. Apostoli Filippo e Giacomo unite a frammenti di balsami, le
quali si riconobbero essere stae deposte colà circa il secolo VII, all' epoca cioè dell' edificazione della
basilica.
Della chiesa medievale
rimane fra le cose più notevoli uno dei leoni che sostenea una colonna,
opera di uno dei più celebri maestri marmorari romani del secolo XIII, cioè Vassalletto: sulla base
dove è il leone adagiato si legge infatti il suo nome preceduto da croce † Bassallectus; monumento che per mio suggerimento fu posto
in luogo d' onore nell' interno del portico attuale della chiesa.
Adriano I in un trattato diretto a Carlo Magno accenna alla meravigliosa
ampiezza di questa chiesa,
che dice adorna di musaici. I materiali
furono tolti forse alle vicine e già cadenti termi imperiali di Costantino; ma è
favola che fosse fatta colle spoglie del vicino Foro Traiano donate da Narsete.
In alcuni fogli volanti contenenti scritture del secolo XVI, negli archivî della
Santa Sede, ho trovato il seguente documento intitolato: Stima
delli seguenti sassi che esistevano dentro la chiesa vecchia dei
ss. Apostoli.
Le due colonne grandi di granito orientale longhe l' una palmi 27 e di diametro palmi 3‑1/6 si stimano scudi 40 l' una. Le quattro colonne di breccia con li suoi capitelli base et ornati che componevano li due altari di pietre mischie, si valutano in tutto e per tutto scudi 400. Le due colonne piccole di giallo antico con tutti i suoi finimenti che componevano l' altare della cappelletta della Madonna si valutano in tutto scudi 125. Li quadri di pittura che esistevano nel corpo della navata di mezzo si valutano l' un per l' altro scudi 15 l' uno. Nello stesso documento poi leggo: La sa. me. di Sisto V l' anno 1589 donò alli frati Minori Conventuali di s. Apostoli scudi 15000 ad effetto che si comprasse il palazzo della Torre o del Vaso spettante ai signori Colonna per comodo et utilità della Religione.
Il papa Stefano V passato di vita
nell' 891 riedificò la chiesa presso la quale sorgeva la sua casa paterna.
L' antipapa Anacleto nel 1130 spedì una bolla in favore di questa
chiesa alla quale le sottoponeva quella di s. Abbaciro de Militiis,
come ricorda il Volaterrano Nel terremoto del 1348 la basilica ruinò, e in
quello stato si giacque poco meno d' un secolo insieme a moltissimi edificî
della città fino ai giorni di Martino V, che rinnovò la
basilica col palazzo di sua famiglia ivi attiguo, il quale si estendeva allora
dalla piazza di s. Marcello sino al Quirinale. Una strana cerimonia,
ma che corrisponde all' indole dei tempi, aveva luogo il giorno dei santi
Filippi e Giacomo nella chiesa, in cui si gettavan uccelli, e dal soffitto si
appendeva un porcello sospeso fin presso al pavimento, mentre si rovesciavano
catinelle d' acqua sulla folla che a quello s' appressava per
impadronirsene.
Fra le nobili famiglie che in quella chiesa
ebbero sepoltura sono da ricordare i Mazzabufali ed i
Vitelleschi. Un documento attribuito al papa
Giovanni IV, ma che appartiene ad età meno remota, cioè al
secolo XII, determine i confini della parrocchia.
Esso è prezioso per la topografia di Roma nell' età di mezzo,
perchè ivi è ricordata la via ubi est calix marmoreus, cioè il gran vaso o cantaro
adoperato già ad uso di fonte che esiste ora nel chiostro dei pp. conventuali
annesso alla chiesa, oggi circolo militare.
L' attuale portico della chiesa è opera di Giuliano della Rovere, poi
Giulio II, che ampliò anche l' annesso palazzo-convento che fu dimora
di papi. Dopo i restauri di Sisto IV la chiesa non subì alcun rinnovamento
fino all' epoca di Clemente XI, che la riedificò dai fondamenti tranne
il portico, fatto da Baccio Pintelli. La nuova fabbrica fu consacrata da
Benedetto XIV l' anno 1724, benchè allora non fosse compiuta la
fronte dell' edificio, che si deve alla generosità del duca Giovanni
Torlonia, il quale la terminò a sue spese l' anno 1827. Ricorda il
Cancellieri che il card. Stefano Borgia, avendo fatto prendere le misure del
gran finestrone sulla facciata, trovò che erano identiche a quelle della porta
del popolo.
S. Tommaso
Un oratorio dedicato a s. Tommaso fino dal
secolo IX esisteva presso la basilica dei
ss. Apostoli. Infatti il libro pontificale nella vita di Stefano V (a.
885) ricorda che il papa: oratorio s. Thomae sito in
monastero s. Andreae apostoli iuxta basilicam Apostolorum fecit vestem
unam.
S. Maria di Loreto al Foro
Traiano
È posta nel Foro Traiano ed ufficiata dalla confraternita de' fornari, i quali nell' anno 1500, sotto Alessandro VI, avendo dato principio ad una compagnia particolare, ottennero una chiesina, nel luogo della quale tolsero ad erigere la nuova nell' anno 1507, con architettura di Antonio da san Gallo, e la compirono nel 1580. Il Milizia, parlando di questa fabbrica, così la descrive, non senza la natural sua acerbità di parole: "Ecco una chiesa di nuova forma. Un bel quadrato di fuori sostenuto da uno zoccolo. L' interiore ottagono coperto da una doppia volta ottagona al di dentro, e fuori emisferica. Questa specie di cupola doppia è un' altra novità. Fin qui va bene.
"Ma i pilastri compositi a due a due; le porte e le finestre sfigurate e con ornatacci insignificanti, e que' frontespizi orrendi sono di Sangallo? Un certo Giacomo del Duca, dscepolo di Michelangelo vi fece quella gabbia di grilli che fu il lanternino della cupola, e il medesimo vi avrà anno quelle strambalatezze".
L' altar maggiore è opera di Onorio Longhi
ed ivi è una bella tavola antica in cui è dipinta la Madonna di Loreto tra i
santi Giacomo e Sebastiano la quale esisteva nella chiesina demolita. La cupola
è tutta rricchita di stucchi messi a oro, ed ha quattro grandi quadri a olio,
eseguiti nel finire del secolo decimo settimo, i quali hanno i nomi degli
autori, scrittivi da loro stessi, e tanto più son pregevoli per la storia
pittoria, in quantochè poco o nulla son essi conosciuti. Quello rappresentante
l' Annunziazione di Maria è di frà Giovanni Baldassarri di Candia;
l' altro colla fuga in Egitto, è opera di Pietro Buccilli; il terzo, in cui
si esprime la Visitazione di santa Elisabetta, venne eseguito da Pietro Rosso di
Castel d' Acqua; l' ultimo, esprimente la Presentazione della Vergine
santa al tempio, è lavoro di Giacinto Garroni. Sopra la porta maggiore osservasi
lo sposalizio di Maria con s. Giuseppe, opera ad olio molto stimata di
Giuseppe Chiari.
SS. Nome di Maria al Foro
Traiano
Questa chiesa, come abbiamo accennato discorrendo
di quella di s. Bernardo presso il Foro Traiano, fu edificata
nel 1736 con i disegni dell' architetto francese Derizet. Appartiene
alla confraternita del ss. Nome di Maria eretta per la vittoria contro i
Turchi, riportata da Sobieski ai 12 settembre 1683; per celebrare la
quale Innocenzo XI avea istituito una solenne festa del ss. Nome di
Maria. Fin dal 1685 un tal Giuseppe Bianchi di Sabina avea raccolti intorno a sè
alcuni divoti nella chiesa di s. Stefano del Cacco. E questi formarono
la Congregazione del ss. Nome di Maria, che nel 1688 fu solennemente
approvata. Nel 1694 i fratelli lasciando s. Stefano
del Cacco ottennero la chiesa di s. Bernardo al Foro Traiano; ma
l' anno seguente 1695 concepirono il pensiero di edificarsi una nuova
chiesa contribuendo i fratelli alle prime spese: ma di fatto questa non cominciò
a sorgere che l' anno 1736 e fu terminata nel 1741 sotto
Benedetto XIV. Trent' anni or sono fu restaurata con i disegni
dell' architetto Gabet. Sul' altare maggiore vi si venera una antica
imagine della ss. Vergine che si conservava nell' oratorio
di s. Lorenzo al Laterano e che per concessione di Eugenio IV fu
trasferita nella chiesa di s. Bernardo. Nel 1703 fu solennement
coronata dal capitolo vaticano, e nel 1741 fu portata nella nuova chiesa
del Nome di Maria con solenne processione.
S. Romualdo
È stata da pochi anni rasa al suolo per il prolungamento della via Nazionale. Sorgeva di fianco al palazzo Torlonia fra le piazze di Venezia e dei ss. Apostoli. Dava il nome a quel tratto di via suddetta e fu eretta quadrata ai Camaldolesi venne distrutta la loro chiesolina di s. Antonio o s. Niccolò de Forbitoribus per la fabbrica del collegio romano.
Ho letto in un' antica scrittura di quella
chiesa che "volendo essi fare una fabrica, scopersero gran massa di quadri di
peperino e ne trovarono questa copia che venduta detta pietra, del guadagno
fabricarono questa bella chiesa di s. Romualdo.." Ivi si ammirava
sull' altare maggiore il bellissimo quadro di Andrea Sacchi, rappresentante
s. Romualdo, che sta oggi nella pinacoteca vaticana. Annessa alla chiesa
v' era un ospizio dei monaci di s. Gregorio.
S. Marcello
La chiesa di s. Marcello è uno degli
antichi titoli della città. La fronte della chiesa s' alzava nel lato
opposto dell' attuale ed innanzi la medesima si apriva una piazza di cui si
parla dal Fiortifiocca nella vita di Cola di Rienzo. Nel 1519, minacciando
rovina, fu riedificata dai fondamenti con architettura del Sansovino. Sulla
porta dell' antica chiesa, innanzi alla piazza ricordata, appiccata la
sentenza contro Lodovico il Bavaro da Giovanni XXII, e ciò fece il figlio
di messer Stefano della Colonna, che, montato a cavallo, si pose in salvo a
Palestrina, non essendo stato raggiunto dai soldati del
Bavaro.
A questa chiesa si rannoda la tradizione
riferita dal Libro pontificale, il quale narra che ivi era la casa di Lucina,
dove poi, convertita in stalla fu posto il papa Marcello. Gregorio IV (a.
827‑844) arricchì di doni questo titolo, come abbiamo nel libro suddetto: item in ecclesia beati Marcelli confessoris atque pontificis fecit
vestem de fundato. Anche Stefano V offrì ricchi doni al titolo
predetto cioè: canistrum argenteum unum pensantem libras tres,
crucem de auro unam vela linea sex et viginti, cortinam lineam unam simulque et
historiarum librum unum, omelias s. Gregorii numero viginti.
Minacciando rovina fu riedificata dal papa Adriano I, titulum s. Marcelli via Lata situm a novo restauravit.
Fino all' anno 1369 fu governata da un collegio di canonici, mancando
i quali, fu affidata all' ordine dei Servi di Maria, che in Roma non
avevano convento. Sul principio del secolo XV vi
erano le cappelle di s. Caterina, dei Branca;
di s. Giovanni, del notaio Nuccio; di s. Sebastiano, dei
Marcellini.
Nel 1666, come chiesa matrice, avea soggette le seguenti parrocchiali; s. Maria in Via, s. Maria in Aquiro, s. Niccolò in Arcione, s. Andrea delle Fratte, s. Susanna, ss. Vincenzo ed Anastasio; i suo parrocchiani erano in tutto 880 ed 0 una entrata annua di 2543 scudi. L' annesso convento fu edificato nel 1660, demolendosi la vecchia fabbrica. Nei restauri fatti negli anni trascorsi in s. Marcello si rinvenne sotto l' altare maggiore una lamina di piombo coll' epigrafe seguente:
È un' epigrafe posteriore al
secolo X, ma non al secolo XII. La ragione di tal riunione è evidente, poichè nella
leggenda di cotesto papa si dice che egli stesso trasferì con Lucina matrona le
reliquie di quei martiri dalla via slaria all' Ostiense. Fra i nomi dei
sepolti in quella vetusta parrocchia è da ricordar Domenico degli Astalli
dell' ordine dei Srvi, vicario di re Ladislao, morto nel 1414.
V' ebbero sepoltura anche i Muti, i Normanni, gli Iacovacci, i Frangipane
ed i Depersona.
Michele Lonigo, nel suo catalogo delle chiese di
Roma, ricorda questa chiesolina, la quale sorgeva entro l' antico chiostro
dei Serviti, presso s. Marcello. Anzi circa il dominio della medesima
insorse questione tra l' antico clero di quella chiesa, e
l' abbaqueste di San Sepolcro. Clemente III però giudicò in favore del
clero di s. Marcello; più tardi i frati serviti la distrussero per la
fabbrica del loro chiostro.
SS. Degna ed Emerita
Era l' unico oratorio consacrato a queste
due martiri nell' interno della città, edificato, come l' anzidetto,
entro il monastero dei padri serviti di s. Marcello, ove più tardi si
raccoglieva la compagnia del ss
o Crocifisso.
S. Maria dell' Archetto
Questa divota cappellina fu sostituita ad
un' antica imagine della Vergine che si venerava sotto un angusto arco di
passaggio presso il palazzo già Savorelli, ora Balestra. Chiuso quel viottolo,
il marchese Savorelli vi fece edificare una cappellina ove pose
quell' imagine di Maria ss
a dipinta ad olio sopra un tegolone antico. La cappellina fu aparta all
pubblica divozione il giorno 21 maggio 1859. A quella festa vi
concorsero i cardinali, Patrizi, Franzoni, Altieri, Roberti, Bofondi, Rirario,
oltre a molti vescovi ed illustri personaggi. Il padre Facchini di venerata
memoria, della Conosciuti di Gesù, a capo dei pii fratelli dell' oratorio
notturno detto del Caravita, condottosi presso la cappellina, parlò al popolo
accorsovi in gran folla. Nel giorno seguente vi si condusse Luigi Massimilano re
di Baviera, commosso alla vista della divozione del popolo romano, il quale
giorno e notte si affollava presso quella sacra imagine. La cappellina è una
rara gemma d' architettura, ricca di marmi preziosi e di metalli, opera
eccellente dell' architetto conte Virginio Vespignani. Il celebre gesuita ed archeologo
cristiano il p. Giuseppe Marchi compose la iscrizione che si
legge sulla fronte esterna della cappellina:
Il giorno 23 del mese di maggio
dell' anno 1509, ruinò improvvgisamente l' antichissimo titolo
di S. Marcell. Fra le macerie rimase illesa una parete della chiesa,
ove si venerava una imagine del ss. Crocifisso, innanzi al quale rimae
sospesa ed ardente la lampada. Questo fatto commosse la pietà dei fedeli di Roma
e specialmente d' ali più ferventi, i quali, ascrivendo ciò a miracolo, si
raccolsero onde mantenere vivo il culto di quello divota imagine. Scoppiata poi
nel 1522 una fiera epidemia in Roma, quei divoti si accinsero a promuovere
delle solenni processioni in ciascuno dei reioni della città, portando la
imagine del Crocifisso, alla quale s' accompagnò il cardinale titolare
di s. Marcello, lo spagnuolo Raimondo di Vico, vescovo di Valenza e di
Barcellona. Narra il Bruzio
che un numero grandissimo di fanciulli facea
coda alla processione allorchè da s. Marcello si condusse la prima
volta nel Vaticano, tutti gridando ad alta voce misericordia!
misericordia!
Cessato il morbo, molti cardinali, prelati e gentiluomini, uniti a quel progp di fedeli, fecero una colletta di denaro onde riedificare la chiesa di s. Marcello, la quale ben presto sorse dalle ruine più splendida assai dell' antica, benchè la fronte della nuova fosse edificata ove era il fondo della prima, cioè sulla via del Corso, trasportatane come dice il Bruzio, la facciata, mentre prima era dal lato opposto. Quella divota compagnia soleva tenere le sue pie adunanze nel piccolo oratorio detto dlle ss. Degna ed Emerita, che avea la forma di una stanza lunga a guisa di tinello o cellaro sotto il dormitorio de' frati serviti di s. Marceloo. Fra i religiosi eserciz[ della medesima, così il sullodato autore, ebbero quello di far lemosine ai Padri Cappuccini, di accompagnare il ss. Viatico agli infermi, far il sepolcro con ogni pompa maggiore nel giovedi santo, maritare zitelle povere, visitare gl' infermi, associare i defunti alla sepoltura, cantar l' uffizio della s. Vergine e della Croce. Senonchè, accresciuto grademente il numero di color che della pia associazione vollero far parte, divenne perciò angusto l' oratorio, onde si cercò dalla fratellanza un nuovo luogo. Narra il Bruzio che l' anno 1558, dopo che i fratelli ebbero cantato l' uffizio della Settimana Santa, stabilirono di abbandonare definitivamente l' oratorio, affidando ai deputati della medesima di cercarne uno migliore. L' anno seguente perlustrando i suddetti deputati, quali erano cotali Bagarotti e Landi, le vicinanze della chiesa, e precisamente dove è ora l' oratorio, videro una grandissimagrotta piena di fieno con muri molto grossi che sembrava un edifizio antico. Quella grotta era posseduta allora da Girolamo Muti, nobile romano, sulla quale v' era un granaio locato alla nobile matrona, di nome Diana del Bufalo, e accanto vi era una chiesa profanata di s. Niccolò in cui abitava una bizoca dell' ordine de' Servi, la quale l' avea ottenuta in vita, e accanto vi era un gran fenile parimenti de' Servi di s. Marcello che s' appigionava a scudi 24 l' anno.
Piacque questo luogo a quei due ed ai guardiani
della compagnia, i quali invitarono l' architetto Giacomo della Porta a
fabbricare sul quel rudere il loro oratorio, dopo che ebbero comprato il sito.
Concorsero alla spesa il serenissimo duca di Parma e Piacenza, Ottavio Farnese,
e il duca d' Amalfi, colle quali sovvenzioni s' incominciò il cavo
delle fondamenta ai 20 di agosto dell' anno 1560. Giunta
l' escavazione alla profondità di palmi 45, si scoperse una grandiosa
pietra d' altare col suo piede, come si vede al presente nella cappella
dell' oratorio, quale fu estratta il giovedì santo di quell' anno
con grande ammirazione di tutti. La prima pietra fu
deposta dal card. Ranuccio Farnese, come protettore della compagnia, nella quale
circostanza furono battute 200 medaglie col nome del cardinale da un lato e il
disegno della fronte dell' oratorio dall' altro, molte delle quali
furono chiuse in quella pietra. La solennità ebbe luogo nella ottava
della s. Croce di maggio e fu accompagnata da
musiche, suono di trombe, tamburi e sparo di mortaletti. Nota pure il
Bruzio che le quattro corde e parte degli arcarecci che sostenevano il tetto
furono donati da una nobilissima matrona romana di casa Cenci
ai 21 gennaio del 1561. Nelle recenti demolizioni fatti
nell' anno 1885, presso il lato destro dell' oratorio, si
rinvennero a grande profondità gli avanzi di una chiesa antica che era quella
di s. Niccolò (?); e, ppochi anni prima, sotto il nuovo fabbricato del
principe Sciarra che fronteggia la via dell' Umiltà, si
era rinvenuto un grande cumulo di ossa e tracce di sepolture antichissime, le
quali dovevano appartenere al cimitero di quella chiesa. Si scoprirono pure nel
luogo adiacente all' oratorio grandiosi ruderi d' un edifizio
dell' epoca romana, quale avevano appunto giudicato i due deputati della
confraternita. L' oratorio fu dunque eretto con disegno del celebre Giacomo
Barozzi da Vignola, e le facciate interne furono decorate di pitture da Niccolò
Circignani detto dalle Pomarancie e di Cesare Nebbia. I fratelli di questa
compagnia nel secolo XVI soleano andare
processionalmente la notte di s. Giovanni alla basilica vaticana.
Nelle vicende politiche del 1798
l' oratorio, dopo essere stato manomesso e saccheggiato, rimase abbandonato
fino al 1821, in cui fu risarcito; finchè, minacciando di nuovo ruina, fu
nel 1878 restaurato dall' architetto Tito Armellini, mio amatissimo
genitore.
S. Maria delle Vergini
L' antica chiesa delle Vergini sorgeva sugli avanzi delle terme costantiniane, e fu fatta atterrare dal cardinale Scipione Borghese, per edificarvi in quel luogo il suo palazzo del Quirinale. Era stata edificata dal padre Pompei Paterio prete dell' oratorio di s. Filippo, cui avea dato il titolo di s. Maria del Refugio l' anno 1595 con l' annesso monastero. L' origine di questo è la seguente: nel 1593 sotto Clemente VIII tre nobili dame vollero fondare un sito per povere zitelle bisognose. Morte due di quelle dame, cioè donna Felice e donna Ortensia Colonna, restò la marchesa Rangona, che compiè l' opera istituendo questa casa incontro la chiesa di s. Silvestro a Monte Cavallo denominata delle Zitelle del Rifugio, la quale fu posta sotto la cura del suddetto padre Pateri.
Ma l' anno 1615, volendo il card.
Scipione Borghese nepote di Paolo V fabbricare il suo palazzo del Quirinale
che poi fu del Bentivogli, quindi del card. Giulio Mazzarino, fu distrutto
chiesa e monastero ed edificata l' altra alle radici del monte Quirinale
dirimpetto a quella dell' Umiltà (collegio americano degli Stati Uniti) nel
palz che era stato già del cardinale Taverna. Da pochi anni il monastero è stato
soppresso, le monache espulse, e il luogo trasformato in ufficio di Tesoreria.
Nel fare i fondamenti di quel monastero si rinvenne una lapide scritta in
caratteri del secolo XIV, ove si leggevano le parole: HIC REQVIESCIT PAVLVS DE
PELLIPARIIS, ed un' altra in forma di architrave col nom di PETRI PAVLI PELLIPARII.
S. Maria dell' UMILTÀ
È una chiesuola che sorge ai piedi del Quirinale
nella via omonima, non lungi da quella di s. Croce dei Lucchesi, che
coll' annesso monastero fu edificata sulle rovine del Foro Suario o mercato
dei porci. L' Adinolfi però crede piuttosto che quella denominazione sia
contraffazione e corruttela del nome Portiis di una
famiglia romana di tal gentilizio, la quale infatti possedeva poco lungi dalla
chiesa la sua abitazione. Checchè sia da ciò, poichè non sappiamo se la famiglia
togliesse il nome della contrada o questa dalla famiglia, egli è certo che la
chiesa nel secolo XV si chiamava de Porciis ovvero in Porcilibus.
Essendo poi prossima alla regione del Trivio la troviamo menzionata più
anticamente con questo nome. Infatti nel catalogo di Torino si legge (ecclesia) s. Nicolai de Trivio habet
sacerdotem et clericum. Il Bruzio assolutamente afferma che fosse
innalzata fra i ruderi del Foro Suario, i cui avanzi,
così egli, si veggono presso le chiese della
ss
a Croce e Bonaventura dei Lucchesi, già dei pp. Cappuccini nel cui
cenobio era racchiusa la suddetta che di s. Niccolò. Entro questo convento dimorò
s. Felice da Cantalice umile converso cappuccino.
L' opinione del Bruzio viene sostenuta ed
avvalorata dal fatto, chè veramente il Foro Suario si trovava in questa regione,
come risulta dai codici topografici del secolo IV
il Curiosum e la Notitia.
Sma Croce e S. Bonaventura dei Lucchesi
Fu edificata pressochè intieramente dai Lucchesi
dopo che fu loro conceduta da Urbano VIII quella
di s. Bonaventura, già s. Niccolò de
Porcis. Fu architettata da Mattia de Rossi e dipinta dai lucchesi
Giovanni Coli e Filippo Gherardi. Fu recentemente del tutto restaurata
nell' interno con ricchissime decorazioni ed ornati.
S. Andrea de Biberatica
Questa chiesa è distrutta da molti secoli;
prendea ilnm dalla contrada Biberatica, colla quale
nell' età di mezzo si denominava la falda del Quirinale cui è addossata la
basilica dei ss. Apostoli fino alla via di Magnanapoli e alla salita del
Grillo. Infatti nel libro delle Mirabilia urbis Romae si nota che la regione dei Monti
confinava con quella della Biberatica; e nel catalogo
di Torino abbiamo: Prima est regio Montium et Biberate.
L' etimologio del nome
deve certo ripetersi dal latino bibere, per essere la contrada sud ricchissima di sorgenti
d' acqua e abbondante di pozzi per attingerla. Oggi ancora sono notissime
le vene dette del Grillo ed altre, fra cui ve
n' ha anche una nel recinto del monastero di s. Caterina. Anzi,
fino dai più remoti tempi della storia romana, la porta del recinto delle mura
di Servio, da pochi anni rinvenuta in questo luogo e oggi rinchiusa nel palazzo
Antonelli, dicevasi la Porta
Fontinale.
Il medio evo, che conservò le tradizioni
storiche e topografiche della città, chiamò perciò Biberatica questa regione, ed è appunto per questo che nelle
Mirabilia si trova qui situato il lacus
curtius.
È quindi da rifiutare, come priva affatto di
serietà, l' ipotesi proposta dal Gregorovius, il quale da
qualche simulacro di vipera o di serpente ha derivato il nome suddetto, solo
perchè in un documento trovasi chiamata questa regione colonna nome viperatica.
Fra i documenti dell' archivio avignonese
esistente in quelli della Santa Sede ho trovato che la chiesa di s. Andrea de Beveratica appartenea a monache
di s. Benedetto: Monasterium s. Andreae de
Beveratica de Urbe ordinis s. Benedicti.
La chiesuola era situata dietro la basilica dei
ss. Apostoli sulla moderna via della Pilotta: Monasterium
s. Andreae quod ponitur iuxta basilicam apostolorum. Così il Libro
pontificale. Alle monache di quel monastero era affidata la cura di nutrire gli
agnellini della cui lana si tessevano i pallî che il papa dà ai patriarchi ed
arcivescovi. Le origini della chiesuola sono antichissime, giacchè la troviamo
menzionata nel suddetto libro, nella biografia di Leone III papa, che
l' arricchì di molti doni. La chiesa era anche detta de
viculo, da un viottolo che le correva innanzi. Il catalogo di Torino la
pone nella prima partita, e seconda dopo quella dei
ss. Apostoli: Monasterium s. Andreae de biberatica
habet XV moniales. Il Signorili l' appella semplicemente s. Andrea in Liberatica. Il Grimaldi e più tardi il
Martinelli errarono gravemente sulla topografia di questa chiesa, confondendola
coll' omonima esistente di già presso la colonna antonina. e che fu
demolita da Paolo III.
S. Lorenzo de Biberatica
Era situata nell' anzidetta contrada, ed è
ricordata nei cataloghi di Cencio Camerario ed in quello dell' Anonimo di
Torino dei tempi incirca di Cola di Rienzo. Dopo quell' epoca non ne trovo
più fatta menzione.
Ss. Ippolito e Cassiano
Di questa parrocchietta così scrive il Lonigo:
"V' era una chiesa nel rione di Trevi
dedicata a questo santo e a s. Cassiano, antica parrocchia sottoposta a
s. Marcello, che, essendo profanata e distrutta, vi fu fabbricata una casa
posseduta dai padri di s. marcello e ad onor loro fu fabbricato un
altare nella chiesa dei ss. Vincenzo ed Anastasio." Lo
stesso trovo presso a poco nei manoscritti di Bruzio,
il quale dice di questa chiesa che è "appresso
di Trevi, hora casa si appiggiona a beneficio di questo monastero (cioè
di s. Marcello)."
La chiesolina era presso i ss. Vincenzo ed
Anastasio a Trevi, e vicinissimo al collegio dei Maroniti, e vi era annesso un
monastero di monache. Nella Tassa di Pio IV è detta dei ss. Ippolito e Cassano (sic) nel rione di Trevi. Era compresa nella prima partita e
servita da un sacerdote e da un chierico: è annoverata da Cencio Camerario fra
quelle che percepivano il presbiterio.
S. Silvestro in Biberatica
Che sia questa la chiesa ancora esistente sul Quirinale in onore di s. Silvestro, e chiamata fin dal XII secolo in Biberatica ovvero in Arcioni o de Caballo, è evidente a chi consideri l' itinerario seguito dall' anonimo di Torino del secolo XIV il quale, lasciato s. Salvatore delle Milizie proseguendo il clivo del colle, pone immediatamente s. Silvestro in Arcione e poi s. Salvatore dei Cornuti come abbiamo già detto. Così pure il Signorili la pone tra s. Salvatore de' Cornuti e s. Lorenzo in Liberatica, chiese che su quella parte incirca del Quirinale si ergevano, dove anche oggi si vede quella di s. Silvestro. So bene che la contrada detta in Arcioni era o più in basso alle falde del colle Quirinale e più verso tramontana; ma non ci deve far meraviglia che dal volgo fosse estesa tale denominazione coll' andar del tempo anche verso quella parte che più propriamente si aveva a dire in Liberatica, poichè anche su quella piazzetta fino al 1400 esistevano due case degli Arcionini, dalle quali era detta Piazza degli Arcionini. Cencio Camerario, che fiorì in tempo anche più antico, ci nominò questa chiesa ponendola fra quelle che avevano sei denari di presbiterio: Sancto Silvestro in biberatica. Paolo IV la concesse ai Teatini; l' anno 1524 fu restaurata, o riedificata, correndo il primo anno del pontificato di Clemente VII, come si leggeva sulla fronte della chiesa:
Nell' annesso convento dimorò per alcun tempo s. Andrea Avellino, nonchè il piissimo autore del Combattimento spirituale, Lorenzo Scupoli. La occuparono per qualche tempo anche i pp. domenicani.
Nei recenti lavori del livellamento del suolo
stradale, il piano della chiesa è rimasto di parecchi metri superiore a quello;
quindi vi si accede per un' alta gradinata interna, dopo essere stata
addossata alla chiesa suddetta una nuova facciata con finta porta a livello
della strada ttu. Nella casa annessa risiedono oggi i signori della missione.
Nell' antica chiesa ebbero sepoltura molti membri della famiglia degli
Arcioni; fra questi l' Adinolfi ricorda Buccio di Oddone, Lunarda sua
moglie, Ggentilesca e Migno Arcioni.
V' è anche quella di Prospero Farinaccio,
l' avvocato difensore di Beatrice Cenci. Negli ultimi anni dell' età
di mezzo la famiglia Sforza Cesarini ebbe il patronato della chiesa. Da questa
usciva comunemente la processione dei cardinali allorchè, dopo i novendiali, si andavano a rinchiudere in conclave nel
prossimo palazzo del Quirinale, per la elezione del nuovo pontefice.
S. Salvatore degli Arcioni
Ne fa menzione anche il catalogo di Pio V,
ed era nella parte settentrionale della contrada suddetta che mantiene ancora il
nome degli Arcioni, rispondente oggi alla via del Tritone. L' Adinolfi
afferma che questa chiesa sorgeva nell' area di un casamento odnno di
questa strada, contrassegnato col numero civico 83. Infatti sull' angolo di
questa casa si vede un' antica imagine del Salvatore in musaico, opera del
secolo XIV; ed è la medesima forse che ammiravasi
sulla porta della chiesa, dalla quale rimossa, ricorda quest' antica chiesa del
Salvatore nell' infima età.
S. Stefano de Caballo
Questa denominazione fu comune ad alcune chiese
della contrada, per trovarsi prossima alle terme di Costantino, nella fronte delle quali sorgevano quei
due colossali gruppi marmorei, creduti opera di Fidia e di Prassitele, che
ancora oggi sulla piazza del Quirinale si ammirano. Perciò tutta
quell' area che si estende sul monte Quirinale,
incominciando dal palazzo Rospigliosi fin su verso la chiesa di sant' Andrea del
Noviziato, fu detta nell' età di mezzo dei cavalli
marmorei. Indicazione più precisa della ubicazione della chiesa non
saprei dare; solo posso avvertire che l' anonimo di Torino, il quale la
dice de caballis, la fa immediatamente seguire a
s. Salvatore de Cornutis, di cui sopra abbiamo
precisato il sito; che il Signorili (il quale la chiama de
equo marmoreo) la pone pure nella sezione dietro ss. XII Apostoli, e
che Cencio Camerario, chiamandola de Caballo, la
annovera fra quelle che avevano sei denari di presbiterio.
S. Lorenzo degli Arcioni
In questa medesima contrada troviamo anche una
chiesa di s. Lorenzo che è ricordata in tutti gli antichi cataloghi
dal Camerario al Signorili con qualche varietà insignificante. Era fra quelle
ammesse a ricevere i sei denari di presbiterio; ma di essa oggi è perita ogni
traccia.
S. NICCOLÒ DEGLI Arcioni
Circa al vocabolo di questa chiesa, il Nibby
dice, che alcuni pretendono che essa pigliasse il nome che ha, da un antico foro
su cui è edificata, chiamato Archemonio, ove i mercatanti greci si adunavano per
vendere le mercanzie. Altri però credono che la denominazione le venisse dalla
famiglia degli Arcioni o degli
Arcionini che ebbe la sua casa in questo tratto di via, e lo derivò dagli
archi dell' acqua Vergine, che presso di essa sotto la contrada di Capo
le Case cominciarono ad apparire. E così prima del Nibby aveva scroil
Martinelli.
Il Canina
erra adunque allorchè parla di questo Foro
Archemonio, che crede probabilissimo qui esistesse, fondandosi principalmente
sulla denominazione di s. Niccolò in arcione. Quindi credo assai più
probabile si comunicasse tale nome dalla famiglia Arcioni: e non dalla contrada;
lieve prova me ne dà Cencio Camerario, il quale dice chiaramente: sancto Nicolao Arsionum VI denarii (tribuuntur). L' anonimo la chiama in
Archionibus, il Signorili de Arcionibus. Fu
anche detta s. Niccolò a Capo le Case. Nella cronaca di
suor Orsola Formicini uno Stefano Arcione è notato come testimonio di una
donazione fatta nel 1244 al monastero di s. Cosmato.
Nella Tassa di Pio IV è detta s. Niccola a Capo le Case nel rione di Trevi e in un
codice vallicelliano è chiamata: super gensulam Trivii.
La ragione della denominazione ad capita domorum ce la
fornisce il Bruzio il quale afferma che fino al Giulio II colla chiesa
anzidetta terminava il caseggiato da questa parte della città. Questa chiesa fu
restaurata dal proprio parroco nel pontificato d' Innocenzo XI.
Pio II la dette ai Serviti, i quali vi dimorarono fino al 1478. Questi
religiosi la restaurarono, ed architetto dei lavori fu il marchese Girolamo
Theodoli. Ai pp. Serviti succedette poi la confraternita di Gesù Giuseppe e
monaca delle anime purganti. In questa chiesa riposana le ceneri di due illustri
archeologi: Famiano Nardini e Lorenzo Re. Ai tempi del Bruzio nell'ámbito della
parrocchia si annoveravano 4000 anime e un quartiere di soldati. Anche in questa
chiesa vi furono sepolti molti della famiglia Arcione, di quella dei Missore,
dei Calcagni, dei Savelli.
S. Stefano degli Arcioni
Anche di questa chiesa d s. Stefano sappiamo
soltanto che era nella contrada degli Arcioni, e che non doveva essere troppo
discosta da s. Niccolò, trovandosi posta innanzi ad essa nel catalogo
del Signorili. Cencio Camerario, chiamandola parimente Arsionum, le assegna sei denari di presbiterio. Sotto il nome
delli Arcioni la trovo rammemorata in una bolla di
Celestino III, per le monache di Campo Marzio, inserita nel Martinelli.
Questi, a mio parere, non intese
l' identità del nome con Arcioni,
nel che io trovo una nuova conferma che la
contrada non prese punto il suo nome dal Foro Archemonio; ma piuttosto dalla
famiglia degli Arcioni, la quale a sua volta lo tolse dai nmerosi ed ingenti
archi dell' acqua Vergine che su quel terreno si ergevano; seppure non
vogliamo che da tali archi quella falda del Quirinale prendesse la denominazione
senza derivarlo dalla detta famiglia. Nel codice di Torino è detto che
s. Stefano de Archionibus habet unum sacerdotem.
Di questa chiesa è scomparsa ogni traccia, ma era
certo antichissima, perchè viene registrata nella Notitia ecclesiarum circa
urbem Romam, inserita nella storia di Villelmo di Malmesbury, che fu
compilata circa i secoli VII ed VIII. Ora, nel codice accennato, fra le chiese
intra urbem v' è la seguente: Et
in monte Nola s. Taciana pausat. Non so per quale ragione la salma
di s. Taziana fosse trasferita in quel luogo ed ivi eretta in suo
onore una chiesa. D' un monte detto Nola in Roma,
tranne l' autorevole compilatore di detta topografia, niuno fa menzione; ma
è certo che quel nome apparteneva al Quirinale. Infatti, che questo sia il monte
Nola del Malmesburiense, si ha dal codice di Torino,
che appunto sul Quirinale pone una chiesa di s. Taziana presso
s. Susanna: Ecclesia s. Tatianae habet unum
sacerdotem.
Cappella Paolina nel Palazzo Apostolico
al Quirinale
Questa cappella fu eretta da Paolo V
costruiti disegni di carlo Maderno. È assai grande ed ha la volta ricca di
stucchi dorati, opera dell' Algardi. Clemente XIII vi fece innalzare
l' altare, ricco di nobilissimi marmi, costruiti disegni di Paolo Sanese.
Pio VII ne fece dipingere le pareti dolle imagini dei dodici apostoli, già
coloriti sopra i cartoni da Raffaello nella chiesa de' ss. Vincenzo e
Anastasio alle Tre Fontane. Otto colonne di porta santa formano il pronao o
portico della cappella.
B. NICCOLÒ DE Rupe
Cappellina oggi dissacata, che esisteva nei piani
terreni del palazzo apostolico del Quirinale e precisamente ove risideva la
guardia svizzera pontificia.
S. Valentino al Quirinale
Di questa chiesa dedicata ad un santo martire
Valentino parla il Martinelli:
e soggiunge che vi era annesso un convento di
monaci di s. Giustina. Anche il Fanucci ne fa menzione; ma è disparsa,
come tante altre, da lunga età.
La chiesa di S. Susanna, assai antica
ed illustre, sebbene riedificata dai fondamenti, ancora sussiste. Se si avesse a
prestar fede agli atti di s. Susanna, la chiesa sorgerebbe nella
propria casa di s. Gabinio, padre della santa, presso la quale si
vuole ne fosse un' altra di s. Caio papa, fratello del detto
Gabinio, anche essa commutata in chiesa, e per questo chiamata ad duas domos, cioè alle due case. Certa soltanto è la
denominazione ad duas domos, molto più antica del
secolo VII, per la menzione che he bamo in
Sergio I nel Libro pontificale.
Nel secolo XVI si
vedevano in questa chiesa sei lunghe liste di frammenti marmorei appartenenti ad
una grande epigrafe, e quivi si leggevano molti nomi di fondi con indicazione
dei loro siti e delle loro rendite. Erano frantumi d' un disteso atto di
donazione fatto alla chiesa medesima di s. Susanna. Quei marmi
perirono nella ricostruzione della chiesa fatta dal card. Rusticucci
nel 1693. Ma ne tennero copia il Panvinio, l' Aldo giuniore, il Doni
ed altri.
Fortunatamente il principio di quella preziosa
epigrafe fu rinvenuto nel 1743ncdi s. Vitale, ove era stato adoperato
nella costruzione d' un altare, ed oggi è infisso nella parete sinistra
della galleria lapidaria vaticana. Il ch. De Rossi ha riunito al testo
delle iscrizioni perite di s. Susanna l' attuale esistente nel
museo vaticano, ed ha così risarcito la serie di tutto il pregevole documento.
Da questo si ricava che quell' epigrafe ricordava una donazione fatta dal
papa Sergio I, che restiutisce perciò ai regesti pontificî una bolla di non
lieve importanza pel diritto canonico, per la storia ed amministrazione dei beni
ecclesiastici, per la topografia di Roma e del suo suburbio, su che rimando il
lettore alla dissertazione del chiarissimo letterato.
Il titolo di s. Susanna in questo
prezioso documento è detto essere in regione quarta ad duas
domos; denominazione che risale almeno fino al secolo IV, come si legge in un codice di Berna del martirologio
geronimiano sotto gli 11 di agosto: ad duas domos iuxta
duodeinas natale s. Susannae, il quale vocabolo duodecinas è corruttela della parola dicoletianas (thermas). Questa
denominazione è dichiarata dagli atti di s. Susanna, ove si legge che
Caii episcopi domus beati Gabinii domui iuncta erat.
Sergio I fu già prete di quell' antichissimo titolo, come abbiamo dal Libro pontificale, e divenuto papa, molto ebbe a cura le basiliche ed i monasteri cristiani. Nel concilio di Simmaco dell' anno 497 si trovano sottoscritti un Asello ed un Agatone preti del titolo di s. Gabinio e Susanna. Adriano I rifece il tetto della chiesa, e nell' 800 Leone III suo successore la rinnovò quasi per intiero, e Sisto V nel 147un fece altrettanto. Recentemente a spese del defunto cardinale Davanzo già titolare di questa chiesa furono fatti scavi, e sotto la confessione al piano incirca dell' antico titolo si trovarono tracce di un' antica casa romana del secolo III con resti di opera tessellata e di pitture: questa scoperta è preziosa per la tradizione della denominazione ad duas domos di Gabinio e Susanna; benchè nel libro pontificale al nome di duas domos sia sostituito quello inter duas lauros. Ai tempi dell' Ugonio esisteva ancora nella tribuna l' antico musaico di Leone III, e sotto al medesimo si leggeva la seguente epigrafe:
Il Ciampini riporta la copia del musaico che
adornava la suddetta tribuna. Ivi si vedevano a sinistra l' imagine di
Leone III con il modello della basilica da lui riedificata, ed a destra
Carlo magno con la
mano destra accennante al papa. Le teste dei due
personaggi erano chiuse dal nimbo quadrato, ad indicare che i due personaggi
erano ancora viventi quando fu compiuta quell' opera.
Camilla Peretti, sorella di Sisto V, vi
eresse una cappella dedicata a s. Lorenzo. Sisto IV affidò la chiesa e
il contiguo monastero alle monache di s. Bernardo, dopo che
l' ebbero abbandonato gli Agostiniani di s. Maria del Popolo. La
primitiva chiesa era a tre navi con tribuna assai grande e tutto il corpo
dell' edifizio giaceva lungi dalla strada, la quale modernamente fu
dirizzata.
S. Maria della Vittoria
Fu edificata nell' area e nel luogo di
un' antica edicola dedicata a s. Paolo. Il Bruzio scrive che annessa
alla chiesina v' era una casuccia per abitazione d' un eremita custode
di quella, che serviva di rifugio in quei luoghi allora deserti
ai viandanti sorpresi dal cattivo tempo.
Sotto Paolo V la chiesuola
di s. Paolo fu demolita e vi fu eretto un altro edificio più ampio che
fu pure dedicato all' apostolo Paolo. Il Lonigo scrive: "S. Paolo alla fontana felice era molto antica, fu distrutta
pochi anni sono e in quel luogo fabbricata la Vittoria." La chiesa di
Paolo V era anch' essa di piccole proporzioni con i disegni del tifernate
Bartolomeo Breccioli; solo vi fu aggiunto un collegio di catecumeni diretto dai
pp. Carmelitani scalzi. Pochi anni dopo, allorquando il ven. p. DOmenico di Gesù
e monaca carmelitano pose in questa chiesa la divota imagine che vi si venera
ancora, portata di Germania dopo la vittoria di Massimiliano duca di Baviera
contro gli eretici, la chiesa fu detta della Vittoria;
può quindi considerarsi come un monumento storico della guerra detta dei Trent' anni. L' attuale imagine però, la quale era
ricca di doni preziosissimi d' orientale e gemme in gran parte offerti
dagl' imperatori austriaci, non è la primitiva; essa scomparve in un
terribile incendio che distrusse lalk nella notte del 29 giugno 1833.
Perita quella imagine nelle fiamme, vi fu sostituita la presente, la quale pure
custodivasi in un oratorio dell' annesso convento, anch' essa portata di
Germania dal ven. p. Domenico. Il fuoco guastò anche gli affreschi della volta
dell' altare, opera di Domenico Perugino. In questa chiesa si ammira pure
il capolavoro in scultura del Bernini, cioè il deliquio di s. Teresa
innanzi all' angelo che le ha ferito il cuore con un dardo di amor divino.
Nel vicino convento si conservano alcuni vessilli tolti dal duca Massimiliano
agli eretici, e contro i Turchi. La chiesa fu allora modificata, e la
divotissima imagine fu collocata nell' altare maggiore che di nuovo dalla
munificenza del compianto principe D. Alessandro Torlonia è stato riccamente
adorno di marmi preziosi: nell' abside poi vi è stato bellamente
rappresentato il trionfo delle armi cattoliche contro i luterani. Nello scavarsi
le fondamenta della chiesa vi si rinvenne la famosa statua
dell'ermafrodito, che nelle vicende del principio del secolo passò da
Roma a Parigi, dove nel museo del Louvre tuttora si ammira. Avendo i pp.
Carmelitani donato quell' insigne monumento al card. Scipione Borghese,
questi a sue spese fece erigere la barocca facciata attuale con architettura del
Soria. La decorazione della parte interna della chiesa spetta al Maderno che ne
sovraccaricò di stucchi la volta e le pareti, secondo il pravo gusto di
quell' epoca. In questa chiesa è sepolto il valoroso Giovanni Giustiniani,
morto all' assedio della Rocella espugnata da
Carlo IX l' anno 1638: dirimpetto vi ha il monumento eretto da
Silvano Giustiniani al famoso guerriero Enrico di Montmorency connestabile di
Francia.
S. Giovanni Berchmans
È la prima che sorge in Roma dedicata al santo
giovanetto fiammingo, il perfetto esemplare di s. Luigi Gonzaga. È
congiunta al palazzo Costanzi, oggi sede del Collegio Germanico presso
s. Niccolò da Tolentino. Il grazioso edifizio di architettura tedesca ha la
fronte sulla via del Falcone ed è stato architettato con i disegni di stile
tedesco sotto la direzione dell' architetto Pio Piacentini.
S. NICCOLÒ DA Tolentino
Fu eretta dagli agostiniani scalzi dopo che
Clemente VIII ebbe approvato nel 1599 il loro ordine, o per dir meglio
una riforma del medesimo fatta dal p. Gregorio Petrochino creato cardinale da
Sisto V. I primi religiosi di quella riforma dimorarono prima presso
s. Stefano Rotondo, poi a s. Paolino alla Regola. La chiesa fu
riedificata nel 1614 a spese dei principi Pamphili con i disegni di
Francesco Buzio milanese. L' altar maggiore è opera dell' Algardi ed è
un capolavoro di stravaganze seicentistiche. La cappella dei Gavotti sacra alla
madonna di Savona è opera di Pietro da Cortona, e le volte dipinte a fresco sono
ultimo lavoro di quel grande maestro. Nell' annesso convento, dopo gli
agostiniani scalzi, vi dimorarono le monache dette battistine; oggi vi risiede il collegio armeno.
S. Basilio
È una piccola chiesina nella via dello stesso
nome che dall' antica piazza Grimana, oggi dei Barberini, sale verso la
porta Salaria. Fu fatta edificare dall' abate Apolemone Agreste, il cui
stemma si vede sugli archi della chiesolina stessa. Vi è annesso un ospizio del
collegio italo-greco dei monaci basiliani di Grottaferrata che la fecero
restaurare nel 1682, come si legge nella iscrizione sulla porta della
medesima chiesa: S. BASILIA MAGNO — ANNO
MDCLXXXII. Nell' interno della chiesuola vi sono alcune iscrizioni
che ricordano monaci e prelati di quel collegio, i quali
illustrarono la chiesa colla loro virtù e la loro sapienza. Fra queste
ricorderemo quelle del famoso Bessarione abate comendatario del monastero di
Grottaferrata e creato cardinale da Eugenio IV nel 1439. Seguono poi
quelle del vescovo Arcadio Stanila, morto in quel collegio
l' anno 1697; di Basilio Matranga, anch' esso monaco del collegio e
poi vescovo, morto ai 9 aprile del 1748, dopo aver trascorso papa
della sua vita nelle issioni; di Filoteo Zassi, anch' esso missionario e poi
vescovo nel 1700, morto nel 1727; e Nilo Catalani messinese anch' esso
nominato vescovo da Innocenzo XII, e di altri.
S. Andrea degli Scozzesi
Questa chiesa restaurata recentemente sorge
coll' annesso collegio nella via delle Quattro Fontane. Durante il regione
della regina Maria, vittima della gelosia di Elisabetta, si costituì per la
seconda volta in Roma un ospizio di Scozzesi mercè le cure di Alessandro
Siton.
La chiesa fu edificata sotto Clemente VIII
ad onore di s. Andrea e di s. Margherita regina, il quale
papa, comprato il palazzo di un Cosmo nobile fiorentino, l' anno 1600,
vi fondò il collegio che Paolo V pose sotto la cura dei pp. Gesuiti.
S. Giovanni della Ficozza
Così chiamavasi questa chiesolina fin dall' anno 1199, nome tolto dalla via che le correva innanzi. L' Adinolfi crede, seguendo l' opinione del Lonigo, che il nome le provenisse da una famiglia della Ficozza. Ed infa il Galletti ripota un istromento del 1409 in cui si nomina un Ceccus de Ficocia, e prima di lui, nel 1224, sono ricordati in una carta dell' archivio del Salvatore gli eredi di Angelo di Ficocia. Il luogo preciso della chiesa è da fissare al principio della via dei Maroniti, perchè presso quella chiesa nel 1584 Gregorio XIII fondò il collegio per gli ecclesiastici di quella nazione, il quale fu chiuso nella prima invasione francese e la chiesa convertita in uso profano sotto Napoleone I. Dallo Stato temporale delle chiese di Roma nel 1662 esistente negli archivî della Santa Sede ricavo la seguente testuale relazione, che si riferisce al collegio dei Maroniti e alla chiesa di s. Giovanni della Ficoccia, scritta dal p. Girolamo Santi della Compagnia di Gesù, rettor allora di quel collegio. "Il collegio dei Maroniti di spedale et hospitio che era anticamente della natione loro fu da Gregorio XIII nel 1558 (sic) alli 5 di luglio tramutato in seminario di giovani nationali per mantenere la fede nel Monte Libano nella Persia et Soria. È situato nel rione di Trevi con una piazzetta in fronte verso ponente. Nel lato di mezzogiorno confina col collegio dei signori Mattei; a tramontana col palazzo dei signori Buratti, a levante con casipole d' un quartiero di soldati e d' altra poveraglia. La chiesa è lateralmente congiunta al collegio: fino ab antico è parrocchiale, et il volgo gli diceva s. Giovanni della Ficoccia. Il papa suddetto ne trasferì la cura a s. Andrea delle Fratte. Non vi è che un altare con il quadro del santo titolare, due come sepolture, una campana. Il collegio è fatto di due cameroni per otto alunni ciascuno."
Questo antico collegio in via dei Maroniti fu
ricomprato da Pio IX, che nel 1864 vi stabilì un nuovo seminario
polacco e slavo. Nella cappella, sostituita all' antica chiesa
di s. Giovanni, nel luogo medesimo si vede ancora la tomba dei celebri
Assemani e sotto una statua della Madonna la seguente iscrizione che ricorda i
Maroniti: Veni de Libano sponsa mea et coronaberis.
S. Giovanni Canzio
È il nome del piccolo oratorio annesso al
collegio polacco presso la via della Panetteria, il quale sorge nel sito
medesimo dell' antica chiesa di s. Giovanni della Ficoccia, di
cui si è parlato sopra.
S. Teresa
Così s' intitola un piccolo oratorio sulla
via dello Scalone presso quella della Panetteria. Fu
edificato nel 1860 per uso della casa generalizia dei Carmelitani scalzi.
Ha un solo altare dedicato alla Madonna del Carmine e ai santi Teresa e Giovanni
della Croce.
S. Angelo Custode
Questa chiesa dà il nome alla via che le corre
innanzi, benchè recentemente le sia stato tolto e sos da quello di via del
Tritone Nuovo. Fu edificata, per cura della confraternita omonima che la
ufficia, con architettura di Felice della Greca, meno la facciata, che è opera
di Mattia De Rossi. La chiesolina è di forma rotonda e
l' altar maggiore, ricco di colonne di marmo, fu eretto
l' anno 1681 a spese di monisgnor Giorgio Bolognetti.
S. Maria dei Foglianti
Chiesuola eretta dai Cistercensi Riformati della
congregazione francese l' anno 1629 in via Rasella presso
s. Niccolò in Arcione. Ivi edificarono una piccola cappella con un solo
altare ove si venerava un
imagine della ss. Vergine col Bambino che sostiene
il globo. Nella casa annessa risiedeva il procuratore di s. Bernardo
di Parigi.
B. Vergine e S. Giuseppe
Sulla piazza Poli sorge questa chiesolina, che è
l' oratorio della confraternita del ss
o Sacramento in s. Maria in Via. Fu innalzata nel 1576 e poi
restaurata sotto Benedetto XIV. Il card. Pietro Ottoboni ne consacrò
l' altare e donò il quadro che vi si vede, rappresentante una sacra
famiglia, opera non disprezzabile del Trevisani. Finalmente, sotto il
pontificato di Pio IX, fu di nuovo restaurata e decorata sotto la direzione
dell' architetto romano Tito Armellini, mio defunto e compianto genitore.
S. Maria in Via
L' origine della chiesa è assai più antica
di quello che comunemente si tiene.
Poichè qti ne hanno fin qui discorso hanno
ripetuto che essa rimonti all' anno 1256 sotto il pontificato di
Alessandro IV; ma in un istromento di vendita dell' anno 1165 si
trova già ricordata la chiesa di s. Maria in Via.
La denominazione sua proviene facilmente dalla
vicinissima via Flaminia, la quale, benchè avesse cambiato il primitivo livello,
conservò sempre l' antica celebrità e potè chiamarsi per antonomasia la via in una epoca nella quale i dintorni della chiesa erano
pressochè aperta campagna, siccome ce l' attestano i nomi storici di alcune
contrade fabbricate di poi; tanto più che la chiesa nel
secolo XIV prospettava direttamente sulla
Flaminia, come è avvenuto di nuovo in questi giorni per le demolizioni dei
caseggiati interposti fra la chiesa e la via. Il prof. Orazio Marucchi osservò
or sono alcuni anni, in un cavo aperto nei fondamenti della casa attigua alla
chiesa, alla destra di questa, un tratto di antica strada romana selciata con i
consueti poligoni di lava basaltina alla profondità di circa 6 metri sotto il lv
del piano stradale. Quella via ava una direzione quasi normale all' asse
dell' attuale di s. Maria; il livello poi cova con quello della
Flaminia (Corso), la quale, come è notissimo, teneva presso a poco
l' andamento della moderna via del Corso, di cui
alcuni tratti si rinvennero alla stessa profondità sotto il muro divisorio dei
palazzi Ferrajoli e Pericoli. Era quella dunque una via laterale alla Flaminia e
che si dirigeva verso la pendice del monte Pincio. Ora appunto, come osserva il
ch. prof., in continuazione di quell' allineamento e poco lungi dietro il
palazzo Poli, rimane ancora in piedi l' arco monumentale dell' acquedotto della Vergine, con la epigrafe di Claudio;
quell' arco è in gran parte interrato ed indica sicuramente il passaggio di
un' antica strada che dal colle degli orti scendeva verso la via, onde è a
credere che questa fosse precisamente quella rinvenuta presso la chiesa; per
curiosa combinazione il nuovo tratto o prolungamento della via del Tritone
presso alla Flaminia (Corso( va a correre sull' andamento in ci di
quell' antica strada.
Alla storia di questa chiesa si rannoda un
avvenimento miracoloso, il quale sarebbe avvenuto appunto
l' anno 1256. Si narra dunque che sedendo in quell' anno
Alessandro IV, le acque di un posso che era in una stalla presso il vicino
palazzo del card. Pietro Capocci portassero a galla una imagine della Vergine
dipinta in lapide silicea. Maravigliato di quel miracolo il pio Cardinale, segue
la tradizione a narrare, che avse fatto edificare in quel luogo la nostra
chiesa. Ma essendo questa assai più antica del 1256 e volendo conciliare
questa divota tradizione col fatto della edificazione impresa dal card. Capocci,
è a credere che questi, all' antica chiesuola di s. Maria in Via,
forse fatiscente, ne sostituisse una assai più ampia e decorosa, nella quale
facesse trasferire quella prodigiosa imagine della Vergine. Nella erezione della
chiesa restò compreso il pozzo, in cui era tradizione, fino ai tempi di
Alessandro VII, che vi si trovasse una pietra del pozzo della Samaritana.
Io trovo fra i nomi attribuiti anticamente alla chiesa, oltre quello
di s. Maria in claustro, anche l' altro di s. Maria in
vinea, come ho da un documento del Galletti, ove si ricorda: domum positam Romae in regione columnae antoninae in loco qui
vocatur vinea prope sanctam Mariam in via. Non mi sembra troppo ardita
l' ipotesi che la denominazione attuale provenisse anche dall' altra
più antica vinea. Allorchè fu distrutta la vicina
chiesa di s. Andrea in columna la cappellania fu
trasportata a s. Maria.
La chiesa fu parrocchiale sino
all' anno 1452, come abbiamo ne documenti di quell' archivio, dei
quali mi fornì notizia il padre Testa, generale dei padri Serviti, da poco tempo
defunto. Sotto Innocenzo VIII nel 1491 fu riedificata, mantenendo
tuttavia la storica denominazione, finchè nel 1513, affidata da
Leone X ai padri Serviti, questi la rialzarono dai fondamenti
nel 1549.
Monsignor Canobio vi fabbricò la cappella della Vergine; nel 1604 il card. Bellarmino suo titolare vi fece la tribuna ed il coro. Nel convento si conserva ancora la sedia del ven. card. Bellarmino, il principe dei controversisti cattolici.
Nella chiesa v' erano i sepolcri di nobilissime famiglie, tra le quali ricorderò quelle dei Fontana, dei Saraceni, dei Sarra, degli Orsini, dei Baronibus, dei Canobio, dei Capocci ecc.
Sotto il pontificato di Alessandro VII la Visita Apostolica vi annotò le seguenti cappelle gentilizie:
1a a mano destra dell' altare maggiore una cappella di s. Carlo dell' abate Giuliano Marucelli.
2a idem, cappella dei ss. Girolamo e Giuseppe fondata da Ortensia del Bufalo, passata poi a Lelio Barigiani.
3a idem, cappella dell' Assunta, fondata da Porzia dell' Anguillara.
4a idem, cappella di s. Andrea apostolo, della famiglia del Bufalo.
Dall' altro lato all' ingresso della chiesa:
1a è la cappella della miracolosa imagine eretta da monisgnor Canobio.
2a cappella di s. FIlippo Benizi, di Licinia della Porta.
3a cappella della
ss
a Annunziata, di Pietro Aldobrandini.
4a cappella della
ss
a Trinità, di Carlo Lombardi,
Fra le iscrizioni sepolcrali notate dalla suddetta Visita si ricorda quella di Donna Dionisia Matule Natural de Quenca-Criada di don Francesco de Bardo Conde de Borthudi admirante de Scozia.
Questa chiesolina, oggi conosciuta sotto il nome
di s. Maria in Trivio, ha una origine storica di grande importanza,
poichè si collega al nome di Belisario, uno dei più grandi e gloriosi personaggi
del secolo VI. Flavio Belisario, se fu ornato
della dignità consolare, e come console ordinario dette il nome agli anni in cui
tenne i fasci, di fatto però fu assai più che console, perchè, dopo liberata
l' Italia dalla dominazione dei Goti, la resse con potestà imperatoria; ed
è per questo che in un' epigrafe di Roma dell' anno 537, non solo
è ricordato come console, ma chiamato, con singolare esempio, virum excellentissimum et patricium.
In quell' epigrafe, proveniente dalla
basilica e dal cimitero di s. Pancrazio, la data consolare è segnata
nel modo seguente: PERCHÈ VILISARII VIRI EXcellentissiMI CONS
ADQVE (sic) PATRICII: egli non è detto vir
clarissimus ma excellentissimus. Tanta fu la sua
dignità nella città, tanta la sua autorità, da considerarsi simile alla potestà
rgia.
Ora, il libro pontificale, nella biografia del
papa Vigilio, ricorda che Belisario fabricò due ospizî o refugi di poveri
pellegrini ed ammalati, uno nella via Lata e l' altro nella via Flaminia:
Fecit autem idem Belisarius xenodochium in via Lata et aliud
in via Flaminia.
Del xenodochium della
via Flaminia è perduta affatto ogni traccia; non così di quello della via Lata.
La via Lata era il nome
speciale del primo tratto della Flaminia che avea principio dalla porta Ratumena di Servio Tullio, e di tutta quella regione
della città che era la settima fra quelle di Augusto; Regio
VII via Lata, la quale regione si estendeva anche alla destra del
suddetto primo tratto. Ora, il xenodochium che
Belisario edificò in via Lata, dovea trovarsi o nel
primo tratto della via Flaminia, o nella regione a destra della medesima. Nessun
documento accenna che esistesse nel primo tratto della via suddetta, ma più
d' un indizio ci persaude a cercarlo nella regione limitrofa alla strada ed
a riconoscerlo precisamente nel luogo ove ancora sorge la chiesa
di s. Maria in Trivio. Il libro pontificale non dice che, al xenodochium, Belisario aggiungesse un oratorio; ma egli è
certo che in quel luogo medesimo fino dal secolo VIII sorgeva una chiesa di s. Maria, la quale era fatiscente per la vecchiezza e che fu restaurata dal
papa Leone III: pariter (Leo III) et ecclesiam Sanctae Dei genitricis semperque virginis Mariae
Dominae nostrae sitam in Fonticana ec.....
Altri codici, in luogo di fonticana, pongono fornicata, altri
in arcora; vocaboli che ricordano i fornici o gli archi
dell' acqua Vergine, presso i quali era la suddetta chiesa ed
ospedale di s. Maria.
Questa però, se era nel secolo VIII indicata come esistente nella Fonticana, non avea ancora perduto fino al secolo XIV la denominazione che ricordava l' ospizio primitivo di Belisario presso cui era stata edificata: poichè nel codice o catalogo delle chiese di Roma del secolo XIV, esistente nella biblioteca dell' università di Torino, è ricorda con la denominazione primitiva, benchè alquanto corrotta in quella del Sinodochio: Ecclesia sancte Marie in sinodochio habet sacerdotem et clericum.
Nel lato destro della chiesolina attuale è murata una lunga lista di marmo, sulla quale, in lettere del secolo XI o XII, si leggono i seguenti distici, che dall' indole del metro, dalla rima leoniana, dalla paleografia, si riconoscono essere appunto dell' epoca detta:
Dal contesto del carme rilevasi che l' epigrafe era posta in origine sulla porta principale della chiesa primitiva di s. Maria in Sinodochio. L' anonimo autore del carme non accenna al xenodochium di Belisario, di cui era già sparito ogni vestigio nell' epoca in cui fu composta l' epigrafe, ma attribuisce unicamente a Belisario l' edificazione della chiesuola.
Che la chiesa attuale sorga nel sito e sugli avanzi medesimi del xenodochio di Belisario viene confermato da inaspettate scoperte recentissime, delle quali niun conto si è fatto; scoperte però di capitale interesse anche per la storia della topografia romana. Negli ultimi mesi dell' anno 1890 aprendosi un cavo nel suolo lungo il fianco destro della chiesa nella via Poli, per la posa dei tubi di ghisa onde immettervi nel tratto urbano l' acqua Vergine, si giunse col cavo al livello o piano antico della via Lata: ed ivi si scoprirono i ruderi di un portico, che correva parallellamente al muro odierno della chiesa, costruito in opera laterizia, che ottimamente conviene al secolo V e VI dell' èra nostra; quel muraglione, in cui apparivano due archi, fu nel luglio 1890 del tutto demolito, sparendo così l' ultimo vestigio dell' unico monumento urbano del celeberrimo milite bizantino che liberò l' Italia dai barbari.
Di questa scoperta di cui non si tenne conto, prese però gli appunti opportuni l' illustre l' arch. romano comm. Andrea Busiri che me ne fornì cortesemente particolareggiate notizie insieme ad uno schizzo di pianta che ho sotto gli occhi.
Nel secolo XIV, al nome storico in xenodochio, si venne costituendo quello della piazzetta ove era la chiesa di s. Maria la quale piazzetta per concorrervi tre vie, diceasi il Trivio, quindi la chiesolina fu chiamata inter Trivium e corrottamente inter Treio. Questa era vôlta ad occidentale, e scaturiva nella fonte che Niccolò V avea fatto ristaurare da Leone Battista Alberti, la quale si versava per tre grandi bocche in una gran conca di marmo, sul' alto della quale v' era l' epigrafe adorna degli stemmi del senato e del pontefice.
Nella nostra chiesa di s. Maria inter Trivium fece erigere una cappella Pietro di Giuliano in
cui fu pure sepolto,
e vi ebbero anche le loro sepolture Pietro
Piezocarne, Amortto delli Mascioni, Iuliano dello Setnovo, Stefano di Nardo de
romano, Francesca di Biasio de lo Nero, Niccolò dello Schiavo de Tedallino, i
Corso, i Natoli e molte altre illustri e nobili famiglie del medio evo, oggi del
tutto estinte.
Era infatti chiesa parrocchiale ed avea annesso
un cimitero.
Il Bruzio, come ricavo dai suoi manoscritti
esistenti negli archivî vaticani,
vide e trascrisse in quella chiesa alcune
epigrafi sepolcri di alcuna di queste famiglie, tra le quali una dei Moratti che
aveano le loro case in una via prossima alla chiesa che ne mantiene anche oggi
il nome, sebbene corrotto in quel di Muratte:
V' era anche la seguente epigrafe scritta in antico e scorretto olandese che può tradursi come appresso:
La crudele morte ed il rapido tempo passano — Ogni ora divora delle creature — Ambo fanno aspro governo delle esistenze mondane — E raccolgono in sè ciò che forma il desiderio degli uomini — Chiunque ama Dio ha la vita eterna.
Presso il celebre xenodochio di Belisario fu edificata dunque la chiesa
di s. Maria in Sinodochio, la quale rimase in
piedi fino al pontificato di Gregorio III; ma sotto quel pontefice fu
ricostruita dall' ordine dei Crociferi, ora estinto, che ebbe origine sotto
Celestino III nel 1197. Questi frati portavano continuamente una
piccola croce in mano come insegna del loro ordine, e favoleggiavano
d' essere stati istituiti dal papa Cleto, terzo successore dopo
s. Pietro, seppur non sia lo stesso che Anencleto.
Da Alessandro VII soppresso l' ordine, la
chiesuola fu data ai pp. Ministri degli Infermi.
Negli atti della Visita sotto
Alessandro VII l' anno 1662,
negli archivî della Santa Sede, trovo la
seguente descrizione della chiesa ed annesso convento in quell' anno:
"La chiesa della SS. Concettione detta Novitiato de Chierici Regolari Ministri de gli infermi a Fontana di Trevi fu fondata da Belisario come apparisce dall' antico epitaffio di marmo in lettere gotiche riposta nella parte esteriore dopo la porticella. È stata ristorata circa l' anno 1570 dal signor card. Cornaro Camerlengo di S. Chiesa insieme col monastero, habitato già da pp. Crociferi di s. Cleto religione al presente stinta et adesso è stato comprato da suddetti pp. per lor novitiato per prezzo di scudi 14220, come per chirografo di N. S. Alessandro VII, e ricevuta fatta dal sig. card. Farnese già maggiordomo di N. S. come per atti di Palutio not. 6 e 7 settembre 1657. La suddetta chiesa è stata dai pp. restaurata et abbellita. Ha il choro, sagrestia, campanile e campane due, ha cappelle n. 7, ha sepolture n. 10. Il monastero ha claustro, cortile, un orto con arbori di merangoli, un pozzo, una fontana, ha tre dormitorj, ha celle n. 24, ha infermarie, refettorio, cucina, cantina, oratorio e guardaroba: l' entrata delli religiosi somma a scudi 4484,60."
A ricordare la generosità di papa Alessandro, i Ministri degli infermi posero nella chiesa la seguente epigrafe, che è murata nella parete a destra presso la porta maggiore:
Nella parete opposta e dirimpetto alla prima si legge quest' altra epigrafe:
I pp. Crociferi, per riedificare di pianta l' antica chiesa, servironsi all' uopo dell' architettura di uno scolaro di Michelangelo, Giacomo del Duca, cui appartiene anche la facciata di travertino, alquanto bizzarra ma non inelegante. Nell' interno ha una sola nave con quattro cappelline laterali e l' altar maggiore.
È una delle più antiche chiese dedicate in Roma alla Immacolata Concezione di Maria Vergine, come risulta dalla suddetta epigrafe: e infatti narra il Bruzio che a' suoi giorni sull' altare maggiore vedeasi rappresentata su tavola di legno l' imagine della Vergine immacolatamente concetta, stante in piedi coronata dagli angeli, colla luna sotto i piedi e circondata di dodici stelle, ornata però nel margine delle insegne dei pp. Crociferi. Sull' arco dell' altar maggiore era dipinta in affresco una gloria d' angeli adoranti il Sacramento, opera stimata del Palma, anche giovine, ma che perì quando l' altare fu murato del Gherardi.
Segue il Bruzio a dire che in uno degli altari v' ha una tela del Bassano che rappresenta il martirio di s. Cleto; però questo quadro si attribuiva comunemente ad uno scolaro del Palma, il p. Cosimo da Bassano dei Cappuccini, il quale condusse pure gli affreschi colle storie della Passione che sono interno all' altare, sopra il quale in alto era rappresentata la croce, alla cui base si leggeva in lettere dorate HOC SIGNVM ERIT IN CEOLO. Questa tela non si trova più al suo posto, ma vedesi nel fondo della parte destra della chiesa.
Un secondo altare era dedicato al Battista, e lo rappresenta mentre battezza Gesù Cristo nel Giordano. Il quadro è d' uno scolaro del Palma, a cui pure appartengono i piccoli quadretti coloriti ai lai e quelli dell' arco relativi alla vita del Battista. Quest' altare è adorno di due preziose colonne di verde antico, marmo divenuto oggi rarissimo. Questa cappella fu eretta dal card. Luigi Cornelio, il quale fu sepolto in questa chiesa, e sul cui tomba si legge il seguente epitaffio:
Un terzo altare era sacro a s. Maria Maddalena rappresentata in atto di essere comunicata da mano angelica del pane eucaristico, opera del perugino Luigi Scaramuccia.
Presso questo sacello si leggeva l' epigrafe che sta adesso al suo posto nel pavimento sotto un confessionale, a sinistra entrando:
Un' altra cappella era dedicata al Crocifisso, ed avea ai lati le imagini di s. Niccolò di Bari e di s. Francesco d' Assisi: era stata eretta dal duca di Cesi, le cui insegne vi si vedeano nelle decorazioni.
Un sacello prossimo era dedicato alla Natività di Maria Vergine, ove veneravasi in antichissima tavola di stile greco-bizantino un' imagine di Maria sedente col bambino. Quest' imagine sta oggi dentro una cornice sull' altar maggiore della chiesa, e venne solennemente coronata dal capitolo di s. Pietro ai 24 maggio del 1677. Al di sopra vi si leggevano le parole: QUI ILLUMINANT ME VITAM AETERNAM HABEBUNT. V' erano anche le imagini dei due Giovanni come del Battista e dell' Evangelista: presso questo era il leone di s. Marco col motto: PAX TIBI MARCE EVANGELISTA MEVS.
In altro scaello era pur dipinto il Crocifisso avente ai piedi la Vergine, s. Giovanni e la Maddalena, opera di Giov. Francesco da Bologna, di cui pure sono i quadretti laterali ad olio colle storie di Maria Vergine. Il quadro è ora tolto dal posto e situato in fondo alla parete destra.
Presso l' altare si leggeva l' epigrafe, che ora sta a destra della porta maggiore entrando:
Sh' altra parte della porta maggiore vi è la seguente:
Nel pavimento si leggeva anche la seguente che ora è perduta:
Restano pure nel pavimento a destra, benchè coperte da un confessionale, le seguenti:
|
LAP · HVC ·
CHRISTOF · BRVSCVS · DE GALLIAE CISALP · REGIO · IOA ANT · BRVSCO · BNME ET · PATRVO · ANNO LXXXXVI · AGENTI MDLXVI · XXI MEN DECEMB · DEFVNCTO SIBIQ · ET · VXORI IOANAE · V · P · ANNO DNI · MDLXXVI |
Questa epigrafe è segata per metà, e la parte superstite appena si riconosce, perchè le lettere sono corrose dall' attrito dei piedi. Ma ne ho trovata copia nella raccolta del Bruzio insieme alle seguenti:
Sulla facciata si leggono poi le seguenti epigrafi:
La volta della chiesa costruiti suoi quadrucci è ricca di stucchi messi ad oro ed ornati di importanti piture rappresentanti i fatti principali della vita della b. Vergine, opera di Antonio Gherardi da Rieti alunno di Pietro Berrettini da Cortona.
Per la storia dell' arte questi dipinti sono pregevolissimi anche per la rarità somma dell' opere del Gherardi che fu scolaro del Mola e di memoria piuttosto lombarda, avendo il suo autore viaggiato tutta Italia onde perfezionarsi nel colorito. Nè meno belle sono le figure di giovanetti disposte a due a due in varie movenze nei peducci della volta fra le finestre, che pel colorito e disegno sembrano di stile raffaellesco. I sommi maestri della pittura che Roma e l' Italia venera nell' età presente, cioè il Minardi, il Podesti, il Mariani hanno tenuto e tengono in gran conto questi dipinti della nostra chiesuola di s. Maria. Il Minardi ne avea così grande stima, che più volte parlavane ai suoi discepoli, ed il Mariani scrivendone in proposito ad un suo collega, dice testè che per l' arditezza e la novità dei concetti, benchè non di capitale importanza, tuttavia sono un bell' esempio dello stile dell' arte nel secolo XVIII in Roma; concludendo che di tali monumenti dovremmo essere gelosissimi, perchè sono veri capi saldi della storia dell' arte nel nostro paese. Annessa alla sacrestia v' ha una camera ornata di stucchi, nella cui volta entro una cornice ovale evvi una tela del Gherardi, rappresentante s. Camillo che guarisce un moribondo di casa Crescenzi.
Ivi si conserva un antico tabernacolo marmoreo dell' eucaristia, lavoro del secolo XV: esso si compone nella parte inferiore di due corni d' abbondanza che sostengono un plinto negli angoli e si riuniscono colle loro estremità; in mezzo vi è lo stemma del donatore nel quale si vedono due spade incrociate. Nel plinto si leggono le parole dell' inno di s. Tommaso: TANTVM CVNCTI SACRAMENTVM VENEREMVR CERNVI, ove è notevole il cuncti sostituito all'ergo.
Questa chiesa fu parrocchia fino a Leone XII
che la soppresse con altre molte della città. Dopo i Ministri degli Infermi la
ebbero i Chierici Minori di s. Francesco Caracciolo che la tennero fin
dall' anno 1854, in cui fu ceduta dal papa Pio IX alla
congregazione del Preziosissimo Sangue. A Roma sono ancora famigliari i
nomi di uomini venerandi per santità e per dottrina civi hanno esercitato il
sacro loro ministero, fra i quali debbo ricordare alcuni fra i primi discepoli
del santo missionario romano Gaspare del Bufalo, cioè don Giovanni Merlini, il
vescovo Guglielmo Sillani e don Enrico Rizzoli. Sarebbe veramente sventura che
questa chiesolina avesse a subire la sorte di tante altre, perchè con la
medesima sparirebbe un glorioso ricordo della storia d' Italia, un
monumento d' arte cristiana ed uno dei più divoti e frequentati santuarî di
Roma.
S. Saturnino de Caballo
Questa piccola chiesa è distrutta da lunga pezza: comunemente si chiamava de Caballo, ma anche de Trivio. Sorgeva sopra parte dell' area dell' odierno palazzo della Consulta, e precisamente sull' angolo del palazzo che è rivolto alla piazza di Monte Cavallo. Fu demolita sotto Paolo V ai 14 di maggio del 1515 per ampliare la piazza del Quirinale. Sisto IV l' avea restaurata perchè fatiscente e sulla porta vi si leggeva la seguente epigrafe:
Il cardinale Neapolitano, che qui ribattezzò i prigioneri turchi, è Oliviero Caraffa, che ebbe il suo palazzo vicino a questa chiesa.
Congiunto alla medesima era un
monastero di Benedettini ai quali fu concesso da Giulio II.
Ivi ebbero le loro sepolture le famiglie dei
Marcellini
nobili romani, le cui case erano nella contrada
del Caballo.
Quanto alle origini della chiesa, che
l' anonimo di Torino chiama de Trivio, ed il
Camerario de Caballo, sono ignotissime. Forse fu
dedicata al celebre martire Saturnino, sepolto nel cimitero di Trasone sulla via
Salaria nuova.
Il ch. Corvisieri riporta un brano del
manoscritto di Giovanni Cavallino de Cerroni, nel quale c' indica in summo montis Quirinalis super domos Metelli pontificis Maximi
romani ecclesia s. Saturnni sub ymaginibus Caballai marmorei.
Nel Galletti,
da un documento dell' anno 1060 del
monastero dei ss. Ciriaco e Niccolò, trovo la menzione di questa chiesa
in regione equi marmorei, presso la quale si vedea
a primo latere paries antiqua.
Nel secolo XIV era
servita da un sacerdote e da un chierico, poi vi dimorarono i monaci
di s. Girolamo.
S. Anastasio de Trivio
(SS. Vincenzo ed Anastasio a Trevi)
Era annoverata nel secolo XIV fra quelle della prima partita ed avea un sacerdote ed un
chierico. Dalla vicinanza della piazza e regione del Trivio prese la
denominazione che tuttora mantiene. Era solamente conosciuta da principio col
nome di s. Anastasio, al quale fu più tardi aggiunto l' altro
di s. Vincenzo. è ricordata anche nel catalogo del Camerario fra
quelle ammesse a ricevere il presbiterio. Paolo V la concedette
nel 1612 ai frati di s. Girolamo che possedevano la chiesa a
Monte Cavallo prima dedicata al ss. Salvatore e quindi a s. Girolamo,
e la quale fu gettata a terra coll' annesso convento. Quei frati, che erano
stati istituiti da Carlo Romano conte di Monte Granello, furono soppressi da
Clemente IX l' anno 1668 ai 14 di dicembre. Allora la chiesa
di s. Anastasio passò ai chierici minori di s. Lorenzo in
Lucina; ai quale subentrarono poscia i pp. Crociferi che, soppressi ala lor
volta, dtro il luogo ai pp. Ministri deginfermi che tuttora la posseggono.
Questa parrocchia comprendendo il palazzo pontificio d
Quirinale, ebbe perciò il nome di Parrocchia
Pontificia, titolo però tolto da Leone XII. Clemente XII
accordò l' indulgenza pel giorno dei Morti ai soli parrocchiani.
Qui pure è sepolto il mio avo materno Vincenzo
Poggioli, tipografo assai rinomato che stampò segretamente la scomunica lanciata
da Pio VII contro Napoleone I.
Nella chiesa antica ebbero sepoltura le famiglie
dei Capoccia, dei Paluzzo, dei Roscio e dei Montanaro. Fu riedificata dalle
fondamenta per opera del card. Giulio Mazzarini che nel 1650
fecevi costruire la facciata costruiti disegni di
Martino Longhi il giovane, il quale vi pose tante colonne che giustamente fu
soprannominata dal volgo il canneto di Martino Longhi.
S. Giacomo delle Muratte
La chiesa è perita, ma resta il nome alla vai ps
cui sorgeva, la quale dal Corso conduce alla piazza della fontana di Trevi. Fu
edificata, scrive l' Adinolfi, da un Renzo figlio di Paolo Mugnani,
soprannominato l' Amoratto, il quale edificò anche un ospedale verso lo Treio, sotto il nome dei ss. Giacomo e Lorenzo
martiri.
Era presso la gran fontana di Trevi e sulla
porta della chiesa si leggeva: ECCLESIA S. IACOBI
DE MORATTIS. Talvolta la trovo chiamata de
Marottis. V' era un monastero di Clarisse. Che dalla famiglia
anzidetta avesse origine la nostra chiesa e non dalle monache murate, ricavasi da un' antica lapide sepolcrale,
esistente già nella non lontana chiesuola di s. Maria in Trivio, ove
alcuni di quella famiglia ebbero sepoltura. Il Galletti
scrive che la chiesa fu nelle case dei Muratti,
ove pure fu eretto un ospedale in cui dimoravano venti
bizzoche, alle quali dalla famiglia suddetta si provvedeva il
sostentamento.
S. Elisabetta delle Muratte
Anche quest' oratorio è disparso. Doveva trovarsi non lungi dalla chiesa di s. Giacomo ed aveva annesso un monastero di monache. Il Martinelli erra, confondendolo con quello celeberrimo del Campo Marzio.
È il nome d' una piccola cappelletta
dedicata a questo santo evangelista entro ilplo dei Sabini nella via delle
Muratte.
S. Maria del Carmine
Sorge questa divota chiesolina nella piazzetta
omonima presso la via delle Tre Cannelle. Fu edificata per cura del card.
Odoardo Farnese protettore dell' arciconfraternita del Carmine, la quale,
non avendo chiesa propria, si raccoglieva in quella troppo rimota
di s. Martino ai Monti. Nel 1605 ai 24 ottobre fu
incominciata la fabbrica di questa chiesa alle Tre Cannelle. Ivi erano alcuni
fienili di proprietà dell' abbazia di Grottaferrata, i quali, per decreto
di Gregorio XV con breve spedito ai 3 febbraio 1623, vennero
smembrati dalla suddetta abbazia. La piccola facciata fu fatta costruiti disegni
di Angelo Specchi. Il quadro dell' altare maggiore è una delle migliori
opere di Gaspare Celio.
S. Maria in Cannella
Il luogo detto in
Cannella nel medio evo, risponde all' odierna piazzetta che si apre
innanzi all' oratorio del ss
o Crocifisso in via dell' Umiltà. Forse provenne questa
denominazione da una fontana dell' acqua Vergine che ivi doveva esistere. La nostra chiesa
dunque sorgeva presso quella piazzetta; ciò risulta anche dalla pianta di Roma
del Bufalini, ove in quel sito vedesi segnata una chiesa. Michele Lonigo scrive
che s. Maria in Cannella fu membro della chiesa di s. Marcello, a
cui fu concessa da Eugenio III nel 1145, e confermata da
Gregorio IX, e da altri papi. Era edificata sopra la strada che va dal
Corso a Monte Cavallo (via dei Tre Ladroni), e fu buttata a terra, nel tempo di
Paolo V, per fare la strada che va da quella di Monte Cavallo alla strada
delle Muratte. L' Adinolfi ha trovato che vi era una cappella
di s. Caterina e che vi ebbero sepoltura le famiglie dei Tasca e dei
Petitti, le quali possedevano nelle vicinanze le loro case.
Questa chiesa doveva essere antichissima, poichè
è ricordata dal Camerario e dal codice di Torino. Il Martinelli
la confuse con quella di s. Maria in Trivio. È ricordata nella tassa
delle chiese di Pio IV col nome di s. Maria in Carella.
S. Maria Maddalena
Anche questa sorgeva presso la regione del Caballo, come apprendiamo dal codice di Torino e da
quello del Signorili; ma ignoro affatto il sito preciso della medesima e quanto
si riferisce alla sua origine ed alla sua storia.
S. Maria Mater Dei
Una chiesolina dedicata alla beatissima Vergine
sotto il titolo glorioso di Madre di Dio era stata eretta nel secolo XVI nella piazzetta del Trivio. Il Lonigo però ricorda che fu
distrutta pochi anni dopo che era stata fabbricata.
S. Guglielmo
Non si ha altra notizia di questa chiesa che in
un catalogo manoscritto di Michele Lonigo, ove si legge: Ha
questo santo una chiesa nel rione Trevi. Non ne ho trovato altrove
notizia, nè so quando fosse edificata e quando distrutta.
S. Biagio de Curtis
Risulta cal catalogo del Signorili che la suddetta chiesa appellata de Curtis era situata nella regione del Trivio; ed infatti in quella dell' anonimo di Torino segue immediatamente a quella di s. Maria in Cannella. Dovea essere antica ed importante, perchè nel registro di Cencio Camerario le vengono assegnati sei denari di presbiterio. Nei libri censuali dell' archivio della basilica vaticana viene ricordata in una nota colla data dell' anno 1395: Domus cum signo s. Petri de parochia s. Blasii de Curtibus.
s. Felice da Cantalice: Si veda anche l' articolo migliore e più esteso, in inglese però, nella Catholic Encyclopedia.